Davanti ai tre bambini investiti. Come possiamo non cedere alla terribile luce del giorno?

«E caddi come corpo morto cade» (Inferno, canto V)

Cado, caedo e cedo: erano verbi insidiosi quando capitavano nelle versioni di latino, perché simili nell’aspetto grafico eppure diversissimi per significato. Cado, caedo e cedo: tre lame affilate che vogliono dire «muoio», «uccido» e «cedo». Tre verbi la cui somigliante differenza pare tenere legati i lembi inconciliabili del dramma che si è ripetuto e poi di nuovo ripetuto a pochi giorni di distanza, tre bimbi investiti e uccisi sulle strisce pedonali: Gionatan di 3 anni a Ravenna, Anna di 8 anni a Jesolo e Salvatore di 6 anni a Rubiera.
Qualcuno muore, qualcuno uccide e chi resta, come può non cedere? In tutti i casi, era presente la mamma accanto al bambino; tre madri, uscite per una passeggiata come tante, hanno assistito alla tragedia e sono sopravvissute, se si può ancora dare il nome di vita a ciò che resta.

Io ho saputo di questi fatti mentre ero accanto a mio figlio, insieme ad altre madri, anch’esse accanto ai propri figli; si trattava di quella strana comunità che si forma quando condividi una stanza d’ospedale. E si crea quell’amicizia che ha la radice comune nel sentirsi vulnerabili, eppure in salvo. Perché i nostri figli, per quanto un po’ malandati, stavano bene: Paolo di 7 anni si era rotto un braccio giocando a calcetto, Viola di 10 mesi aveva battuto la testa cadendo dalla sdraietta, e c’era mio figlio con una vertebra incrinata dopo essere caduto dal letto a castello. E tra noi dicevamo le solite cose, tipo: ci è andata bene, potevano farsi molto più male, adesso dobbiamo disdire l’albergo per il mare. Ci sono incidenti che colpiscono, ma ti lasciano ancora un margine di libertà e di intervento… ti lasciano ancora credere che tu possa contribuire a risolvere e sistemare. Ti lamenti, ne parli, poi vai avanti.

Ma siamo tutte rimaste zitte, sentendo di quelle altre madri inerti, disfatte, lacerate accanto ai propri figli, strappati alla vita da incidenti senza scampo. Senza appello, e che lasciano senza respiro. L’unica cosa a cui possono aggrapparsi i giornalisti chiamati a raccontare questi eventi è il reato di omicidio stradale, ancora inesistente. Ma è come parlare di nuove tecnologie nelle previsioni meteo a chi è stato affogato da uno tsunami.

«Stavo dormendo, poi ho dato una bella botta», così mio figlio ha descritto il suo piccolo incidente domestico. Che abbia ragione lui?, mi son detta. Noi dormiamo, dormiamo sempre, anche quando siamo svegli. Non siamo capaci di sopportare troppa realtà, scrisse T. S. Eliot. Ci sono botte che un po’ ci risvegliano dal torpore, quel tanto da farci presagire che sulla strada di noi tutti viaggia un misterioso pirata, che alcuni chiamano Caso e altri – più folli – osano chiamare Provvidenza. Ci sono botte in cui l’urto con la consistenza sconcertante di questa nostra presenza vulnerabile dentro il reale è così bruciante da annientarci. Noi possiamo morire, sì. Noi possiamo uccidere, sì. E come non cedere? Come tenere gli occhi aperti, o anche solo socchiusi, di fronte alla terribile luce del giorno? Come alzarsi di nuovo, il giorno dopo che tuo figlio è morto?

Per questo tremore e per le lacrime di chi è nella prova, cari Gionatan, Anna e Salvatore custodite e abbracciate dal cielo le vostre famiglie.

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