«Sembra il ’93», scrive il Corriere. In caso di condanna di Berlusconi «è chiaro cosa accadrebbe»»

La frettolosa sentenza della Cassazione sul Cavaliere e la strana bocciatura dell’Italia da parte di S&P. Verderami evoca la fine della Prima Repubblica

«C’è il buio oltre la sentenza giudiziaria che verrà emessa a fine mese dalla Cassazione su Berlusconi, e c’è il buio oltre il verdetto economico che è stato pronunciato l’altro ieri da Standard & Poor’s», ovvero il declassamento a sorpresa dell’Italia (rating da BBB+ a BBB). Lo scrive Francesco Verderami in un inquietante “retroscena” pubblicato oggi dal Corriere della Sera. «Per quanto distinti e distanti», spiega Verderami, questi due giudizi inevitabilmente «richiamano alla memoria l’inizio degli anni Novanta, la fine della Prima Repubblica, la crisi che investì il paese e la perdita di asset strategici finiti all’estero». Per di più, si legge nell’articolo, «alcuni particolari delle due vicende» sono molto insoliti, tanto da avere attirato l’attenzione delle «massime cariche dello Stato». Si tratta, scrive il Corriere, del «fax inviato due giorni fa alla Cassazione dalla Procura di Milano sui tempi di prescrizione del processo Mediaset» e della «decisione di S&P di declassare l’Italia nel bel mezzo della settimana e non il venerdì sera, a mercati chiusi, come solitamente avviene».

«PRESSIONE EVIDENTE». Secondo Verderami, «è evidente la pressione sul governo delle larghe intese, che nel Pdl come in un pezzo del Pd è definita “ostilità”». Così come è evidente che se il Cavaliere «dovesse venire definitivamente condannato non ci sarebbero margini per una prosecuzione della legislatura». Il Corriere cita in proposito Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture ed esponente autorevole del Pdl, il quale ha confermato che «se il 30 luglio ci fosse una sentenza avversa a Berlusconi, è chiaro cosa accadrebbe».

LO SCENARIO DELLA FINE. «Dopo un eventuale verdetto negativo della Corte» nei confronti del leader del centrodestra, esplicita Verderami, «il Senato sarebbe chiamato a esprimersi con la “presa d’atto” per estromettere il Cavaliere da Palazzo Madama». Ebbene, «non c’e dubbio che nel voto Pd e Pdl si dividerebbero. E quell’atto politico sul leader del centrodestra non consentirebbe di proseguire l’esperienza delle larghe intese». Questo, paradossalmente, avverrebbe malgrado Berlusconi – aggiunge il notista politico del Corriere – il quale invece «farebbe di tutto per garantire lunga vita alle larghe intese», un po’ «per sconfiggere quella che definisce la “lobby mediatico-giudiziaria”» e un po’ per frenare l’ascesa di Matteo Renzi, impedendo così «l’avvento della sinistra al potere per i prossimi quindici anni».