Bazar eterologa, medico dell’Oregon scopre di avere altri 17 figli (cresciuti accanto ai suoi)

La clinica aveva garantito: il seme donato aiuterà cinque donne sterili dall’altra parte del paese. Ma dopo 30 anni Bryce Cleary scopre di avere dato vita a una discendenza nel suo stesso Stato. E ora trascina in tribunale l’industria dei bambini

Trent’anni fa Bryce Cleary era uno studente di medicina del primo anno alla Oregon Health & Science University e quando l’università propose a tutti gli studenti del suo anno di donare il proprio sperma per aiutare coppie sterili e la ricerca sulla fertilità non ci vide nulla di male: ogni donazione veniva ricompensata con 40 dollari, l’istituto garantiva che i gameti non sarebbero stati usati per mettere al mondo più di cinque bambini e che sarebbero nati tutti da donne che vivevano lontano dall’Oregon, sulla costa orientale. Ciò avrebbe azzerato le possibilità che i i suoi figli potessero un giorno incontrarsi e innamorarsi. Ora, a 53 anni, medico e padre di tre figli suoi e di una bambina adottata, Cleary ha intentato contro l’università una causa da 5,25 milioni di dollari.

I DICIASSETTE FIGLI DI CLEARY

Il motivo? Nell’ultimo anno e mezzo ha scoperto di essere padre di almeno altri 17 ragazzi, quasi tutti residenti in Oregon, alcuni dei quali hanno frequentato le stesse scuole, chiese o eventi sociali dei suoi figli o di sua figlia senza sapere di essere fratelli. Ma come è possibile pensare di “produrre” così tanti bambini con lo stesso materiale genetico destinati a crescere tutti nella stessa regione, si è chiesto esterrefatto il medico realizzando che una piccola discendenza Cleary era cresciuta accanto a quella della sua famiglia, esponendo figli e figli dei figli al «rischio inaccettabile» di “mescolarsi”: «Non posso controllare un’industria ma posso alzarmi e dire che non va affatto bene», ha spiegato il medico accusando di frode la clinica per le sue azioni «ingannevoli e sconsiderate»

«CHI SONO IO?», LA DOMANDA VIAGGIA IN RETE

Cleary fa parte di quella fiumana di americani giunti alla resa dei conti con la fantasiosa pretesa della scienza di rispondere al bisogno di famiglia a tutti i costi: donatori e figli della provetta nati da seme maschile anonimo che diventati grandi scrivono alle cliniche della fertilità e imbastiscono reti di ricerca sul web per ritrovare i propri padri e rispondere alla domanda: “chi sono io?”. Non si contano più le storie riportate dai giornali di chi grazie ai test genetici sta provando a risalire la corrente e ricostruire la propria genealogia. Qualcuno scopre di essere figlio del medico che ha eseguito la procedura (61 i bambini nati dagli spermatozoi del medico dell’Indiana Donald Cline), qualcuno di essere fratello dei propri concittadini (sono 32 i fratelli rintracciati da Eli Baden-Lasar, tra questi, anche un suo ex compagno di scuola). È il terribile destino dei “prodotti” del mercato riproduttivo, cercare di capire chi abbia reso possibile attraverso una mera transazione finanziaria la loro esistenza.

«LI HO CURATI SENZA SAPERE CHE FOSSERO I MIEI FIGLI?»

Piattaforme come 23andMe o Ancestry.com riescono oggi a “collegare” gli utenti col donatore di sperma che li ha messi al mondo ed è così che Cleary è stato contattato dalle prime sue due figlie nel 2018: a quel punto il medico stesso ha deciso di inviare il proprio dna ad Ancestry.com e ha scoperto che le sue donazioni sperma hanno portato alla nascita di almeno 17 bambini, quasi tutti residenti in Oregon. Durante una conferenza stampa, accanto a una di questi bambini, Allysen Allee, che oggi ha 25 anni, il medico ha spiegato che pur sapendo di non avere alcun obbligo legale nei confronti della sua vasta prole si sente sopraffatto da una questione morale ed etica: e se qualcuno avesse bisogno di aiuto? Come medico di famiglia potrebbe averli curati senza sapere che fossero suoi (uno dei 17 bambini vive nella sua stessa città, a Corvallis). Se uno di loro dovesse avere bisogno di un trapianto di un rene sarebbe obbligato a donarne uno dei suoi? E quando parla di “loro” Cleary ha in mente nomi e facce: quelle dei due bambini che hanno frequentato la stessa scuola elementare dei figli che ha cresciuto, i due che hanno frequentato le stesse superiori, i tanti che hanno preso parte alla vita della comunità di Corvallis, il ragazzo che lavorava alla caffetteria a soli due isolati dall’abitazione del fratello. Grazie ad Allee ha inoltre scoperto che il suo sperma è rimasto disponibile per l’inseminazione artificiale almeno fino al 2002, quando la madre della ragazza ha valutato la possibilità di usarlo di nuovo per avere un altro bambino.

FIGLI DI FRATELLI E FRATELLASTRI, TUTTI IMPARENTATI

«Sono incinta del mio terzo bambino – ha spiegato Allee, che somiglia tantissimo al padre -, e l’idea che i miei figli abbiano dozzine e dozzine di cugini della stessa età e che vivono nella stessa area geografica mi preoccupa». La ragazza, una dei tanti “figli del freddo” condannati alla ricerca di un padre e fratelli fantasma, pur non partecipando alla causa milionaria ha parlato e centrato il punto davanti ai giornalisti, «l’Oregon Health & Science University non ha preso in considerazione il fatto che stavano creando esseri umani. Sono stati spericolati, per loro era solo questione di soldi e di numeri». Così anche James Cleary, figlio del medico e avvocato, che ha scelto di rappresentare il padre rappresenta anche nella causa giudiziaria, condividendo le stesse paure di Allee per i suoi futuri figli. «Quando avrò dei bambini, dovrò dire loro cosa è successo e che dovranno stare attenti- ha spiegato al Washington Post -. Se fai un calcolo semplice e tutti i miei 17 fratellastri hanno avuto due figli, tutti nella stessa zona, sono molte le persone a cui sei imparentato. Viviamo in una piccola area».

«SEI TU XYTEX 2035?»

Trent’anni fa nessuno dei donatori anonimi che frequentavano il college o l’università avrebbe immaginato le implicazioni della diffusione dei test del dna che avrebbero spopolato fra i figli di una generazione espertissima di tecnologia. Né le cliniche e le banche del seme avrebbero immaginato di venire travolte dalle domande dei loro prodotti del desiderio, i figli del mercato di ovociti, zigoti, embrioni, uteri. Non sarebbe bastata una firma in calce a un contratto per mettere a tacere l’ancestrale bisogno dell’essere umano di conoscere la propria radice per crescere, ogni legame. «Sei nato il 12 febbraio 1961, sei inglese, hai gli occhi verdi e i capelli castani e hai fatto un master. Sei tu Xytex 2035?» chiede Lindsey Greenawalt nata nel 1985 in Ohio sul suo blog, “Confessions of a Cryokid”creato per trovare il padre biologico, di cui aveva ottenuto le coordinate in codice. Valentina Fizzotti aveva raccontato la sua storia sul Foglio nove anni tondi fa: «Di sé, Lindsay “figlia del freddo” dice: “Se avessi dovuto scegliere tra essere concepita deliberatamente con metà identità e metà delle relazioni di sangue, che mi sono state negate per sempre, o non essere mai nata, avrei scelto di non essere mai nata. Tutti noi siamo stati creati per portarci dietro una perdita che nessun essere umano dovrebbe sopportare”». Per l’emporio del diritto al figlio a tutti i costi è il momento della resa dei conti.

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