L’arbitrio di certi sindaci sulle nozze gay minaccia il diritto, mica la morale

Matteo Forte, consigliere a Milano, contesta l’equiparazione tra matrimonio e unioni gay inventata da Pisapia, Marino e Merola. «Il diritto è l’argine al dispotismo del potere. Se viene meno, lo Stato diventa una banda di briganti, diceva Agostino»

Matteo Forte, autore di questo articolo, è consigliere comunale di minoranza a Milano

I sindaci col vizietto del matrimonio gay. Sono i Merola, i Pisapia, i Marino. Sono quei primi cittadini di grandi metropoli che, di tanto in tanto, provano a debordare dai propri compiti e funzioni, forzano la mano, e ti fanno passare un’indebita equiparazione tra matrimonio e convivenze omosessuali. Come se non fosse bastata la lettera del 13 settembre scorso con cui il prefetto di Bologna intimava al sindaco Merola di «procedere alla revoca della disposizione atteso che il nostro ordinamento non ammette tale trascrizione», Pisapia e Marino non hanno perso tempo e hanno proceduto anche loro col trascrivere nei rispettivi uffici anagrafici alcuni matrimoni gay contratti all’estero. Con sullo sfondo uno scontro istituzionale tra ministero degli Interni e municipi. Ma non si tratta dell’unico esempio di tracotanza da parte di questi sindaci.

Nel caso del registro delle unioni civili, pensato a detta degli stessi promotori esclusivamente per sensibilizzare il legislatore al cosiddetto matrimonio egualitario, si è di fronte a provvedimenti che parlano di “diritti”, ma mai di “doveri”. La coppia che si reca agli uffici anagrafici per iscriversi – specie nel caso milanese – ha diritto in teoria ad accedere tout court a una serie di servizi (politica che, tra l’altro, non esiste in modo organico nemmeno nei confronti della famiglia, nonostante il ruolo privilegiato rispetto ad altre formazioni sociali che l’articolo 31 della Costituzione le assegna). Tuttavia non si capisce a quali doveri rispondano i due componenti l’unione civile.

Nel contrarre matrimonio, infatti, il Codice civile impegna entrambi i coniugi «alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione», oltre che «a contribuire ai bisogni della famiglia» (art. 143); a concordare «tra loro l’indirizzo della vita familiare» (art. 144) e a «mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità» (art. 147). Nel caso del registro delle unioni civili proposto da numerosi Comuni amministrati dalla sinistra non è previsto nulla di tutto ciò. E non può nemmeno essere previsto, perché – come recita la sentenza 138 del 2010 della Corte costituzionale – finché il Parlamento non interviene «nei tempi, nei modi e nei limiti previsti dalla legge» quella convivenza è sprovvista dei «connessi diritti e doveri». Ciò a dimostrazione della natura più che altro propagandistica dell’atto amministrativo delle giunte progressiste di Bologna, Milano, Roma, Napoli e molte altre città.

Ma c’è un altro punto debolissimo che accomuna quei registri già deliberati. È la configurazione della coppia omosessuale come “famiglia anagrafica” ai sensi dell’articolo 4 del Dpr 223 del 1989. Peccato che il seguente articolo 5 di quel regolamento anagrafico, non a caso mai citato, spiega che «per convivenza s’intende un insieme di persone normalmente coabitanti per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, aventi abituale dimora nello stesso comune». Per questo, a proposito di quella norma, la sentenza 2786/07 del Tar del Veneto recita: «La famiglia anagrafica, non importa se a connotazione etero od omosessuale, non deve tramutarsi da istituto essenzialmente strumentale alla raccolta sistemica dell’insieme delle posizioni relative alle persone che hanno fissato nel comune la propria residenza (cfr. art. 1 Dpr 223 del 1989) a modello di organizzazione sociale equipollente alla famiglia fondata sul matrimonio». Tale sentenza, dunque, ha posto nella giurisprudenza amministrativa l’accento sulla inaccettabilità di un utilizzo equivoco della categoria di “famiglia anagrafica”. Eppure, nonostante leggi, sentenze e giurisprudenza, tanti primi cittadini se ne sono infischiati e sono andati avanti per la propria strada.

Il dispotismo non ha più argini
Ciò che l’amministrazione, per così dire, “creativa” di taluni sindaci mette in serio pericolo non è certo la morale o il costume di un popolo. Il tema non è affatto questo. Né il cedimento di convincimenti di natura confessionale. In pericolo c’è il diritto stesso, argine alla tendenza dispotica di chi detiene momentaneamente il potere. Al venir meno del diritto, diceva Agostino, lo Stato si trasforma in una banda di briganti. All’intervento con cui i prefetti delle città interessate annullano le trascrizioni nei registri di stato civile dei matrimoni gay contratti all’estero, è stato obiettato dagli attivisti lgbqt: anche se per il Viminale l’atto non vale, per noi vale lo stesso. E proprio in ciò consiste il danno più grave dei sindaci col vizietto: nel segnare, attraverso atti illegittimi, il sopravvento dell’arbitrio sull’ordinamento osservato. Unica garanzia alla tenuta di una convivenza civile.