Appello dei francescani di Beirut: «Aiutateci ad aiutare la città»

Il convento, punto di riferimento per molte famiglie bisognose, è stato gravemente danneggiato dall’esplosione del 4 agosto. Ecco come sostenere la presenza e l’opera dei frati

Convento dei francescani di Beirut danneggiato dall'esplosione nel porto della città

Il convento dei frati francescani a Beirut si trova nel quartiere di Gemmayzeh, uno dei più vicini al deposito del molo numero 12 che alle ore 18 del 4 agosto è esploso seminando morte e distruzione in un raggio di 24 chilometri. In linea d’aria c’è un chilometro soltanto fra il monastero, noto in città col nome di “La Santa”, l’annessa chiesa dedicata a san Giuseppe, gli uffici della Ong Pro Terra Sancta e un piccolo pensionato di cui chi scrive ha usufruito nei giorni dei reportage dalla vicina Siria.

L’enorme esplosione, che secondo l’ultimo bilancio ha causato 157 morti e 5 mila feriti, ha causato il crollo di gran parte della facciata dell’edificio, colpendo in particolare il salone e la cucina, e ha reso inagibile l’intera struttura. Nessuno dei 7 frati, dei loro collaboratori e degli ospiti è rimasto ferito – e questo è davvero miracoloso, considerato che il quartiere ha contato numerosi morti e feriti – ma i danni materiali prodotti dall’evento ammontano ad almeno 50 mila euro. Una cifra modesta se paragonata ai 10-15 miliardi di dollari stimati di distruzioni inflitte alle strutture portuali e alle abitazioni civili della capitale libanese, ma importante quando si considerano le sue conseguenze, il fatto cioè che comporta la sospensione delle attività pastorali e caritative della comunità francescana.

Per questo la Ong Pro Terra Sancta, organicamente collegata alla Custodia di Terra Santa, ha già lanciato una sottoscrizione e un progetto per il restauro del convento di Beirut e per un sostegno alle famiglie maggiormente colpite dalla calamità.

Convento dei francescani di Beirut danneggiato dall'esplosione nel porto della città

«I frati e i loro collaboratori si sono dovuti trasferire nel convento di Harissa (località 20 chilometri a nord-est di Beirut, dove sorgono il santuario e la grande statua di Nostra Signora del Libano, ndr) e l’ufficio di Pro Terra Sancta, gravemente danneggiato da crolli, è chiuso», spiega Andrea Avveduto, responsabile per la comunicazione di Pro Terra Sancta. «Questo comporta la sospensione delle attività cultuali, pastorali e caritative: i frati aiutano famiglie povere libanesi e di immigrati con pacchi alimentari, pagamento di bollette e di canoni di affitto, che a Beirut sono particolarmente elevati. Mentre Pro Terra Sancta ha due importanti programmi, uno rivolto alle famiglie più povere dei profughi siriani ed iracheni, e l’altro rivolto ai ragazzi siriani che riparano in Libano per evitare il servizio militare. Costoro sono ospitati temporaneamente (3-6 mesi) in un appartamento dalle parti di Jounieh per dargli il tempo di trovare un’occupazione con cui pagarsi il soggiorno nel paese: il Libano non concede facilmente lo status di profugo, ma tollera questo genere di soluzioni informali».

Pro Terra Sancta intende riparare al più presto il convento di Gemmayzeh e aprire una linea di aiuti destinata alla popolazione libanese: «I libanesi vivevano in condizioni materiali molto scadenti già prima del disastro del porto di Beirut: da marzo il paese è in bancarotta non avendo pagato gli interessi su 90 miliardi di dollari di debito estero, il tasso di disoccupazione ufficiale è salito al 35 per cento, quello di povertà relativa al 50 per cento, e la lira libanese ha visto dimezzarsi il suo valore nel giro di un anno. Avevamo comunque intenzione di iniziare un programma contro la povertà, questa disgrazia ci spinge ad accelerare i tempi. Dopo aver valutato i bisogni e le priorità, intendiamo operare nei settori degli aiuti alimentari, della ricerca del lavoro, della scolarizzazione garantita ai figli delle famiglie povere».

Col porto di Beirut distrutto, non è facile immaginare come rifornire di aiuti alimentari il Libano, che già prima dell’incidente importava l’80 per cento del suo fabbisogno alimentare dall’estero, e quasi tutto attraverso il porto della capitale. A causa di motivi politico-militari e della pandemia del Covid-19 il confine con Israele è chiuso da anni e quello con la Siria da qualche mese. Il secondo porto del paese, quello della città di Tripoli nel Nord del Libano, ha soltanto un molo e un bacino, contro i 4 bacini e 16 moli del porto di Beirut. «Però a Tripoli c’è uno dei tre conventi della Custodia di Terra Santa in Libano. Questo faciliterà le nostre operazioni», spiega Avveduto.

Foto Pro Terra Sancta