Antonio Simone: In quel buio che pare inghiottirmi, io ci sono

«Quando i miei figli vengono a trovarmi, finita la visita, sembro scomparire nell’ignoto. Ma “là dietro le sbarre” ognuno conserva una sua speranza». Sesta lettera dal carcere di San Vittore

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Nuova lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza, qui la quarta, qui la quinta.

Caro Gigi,
quando le mie figlie o mio figlio mi vengono a trovare, succede che, alla fine dell’ora settimanale di colloquio, al momento del saluto, sulla loro faccia vedo spuntare dai loro bellissimi occhioni delle lacrime spontanee. Lacrime che aumentano quando sto per scomparire dalla loro vista, dietro i tristi locali delle visite dove, per altro, hanno mediamente atteso due ore prima di incontrarmi.

Penso che la cosa dipenda dal fatto che abbiano l’impressione – assai faticosa da sopportare – che io scompaia all’orizzonte e venga inghiottito in un ignoto (che è quel che trasmette il carcere, con tutti i simboli che si porta appresso: le porte, le sbarre, il casino). Abbiamo paura di ciò che non vediamo e non conosciamo. Il buio, come la non conoscenza, genera un pesante strappo.

Volevo con questa lettera ringraziare le centinaia di persone che mi hanno scritto e che continuano a scrivermi e confermare a tutti che là dietro, in quell’ignoto in cui sembro finire ogni volta, in realtà, io ci sono. Non c’è il buio, ma una vasta umanità, cosiddetta varia, handicappata rispetto alla possibilità di movimento che uno vive. Ma ognuno, là dietro, conserva una speranza, di cui presto tornerò a raccontarvi.

Antonio Simone 

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