America, ora i democratici non vogliono nemmeno che l’aborto sia “raro”

Per i progressisti in corsa alla Casa Bianca non basta più essere pro-choice, bisogna promuovere il nuovo diritto «umano ed economico» all’interruzione di gravidanza

Vogliono codificare la sentenza Roe v. Wade in legge federale. Puntano ad abrogare l’emendamento “Hyde” che vieta l’utilizzo di fondi federali per finanziare l’aborto a meno che la vita della madre sia in pericolo o la gravidanza sia frutto di stupro o di incesto. Promettono di mantenere i finanziamenti alle organizzazioni sanitarie che promuovono e praticano le interruzioni di gravidanza. Nomineranno solo giudici pro-choice.

Dopo avere trattato per mesi la questione aborto come fisima repubblicana, il New York Times dedica ora un lungo articolo alla corsa democratica alla Casa Bianca, agitando il diritto all’aborto come un randello e scatenando il fantasma dell’abolizione della Roe v. Wade in vista delle presidenziali del 2020. Un film riproposto ogni quattro anni e ogni volta una toga conservatrice subentri alla Corte Suprema, là dove ha avuto inizio ogni dibattito (con la sentenza Roe contro Wade che il 22 gennaio del 1973 ha legalizzato l’interruzione di gravidanza).

CENSURARE IL BAMBINO

E lo fa alla New York Times, cioè in servizio permanente alla causa della grande rimozione collettiva (ricordate l’articolo «la gravidanza uccide, gli aborti salvano vite»?), senza citare neanche per sbaglio, neanche in un rigo delle tante dedicate al sondaggio tra candidati dem sul tema aborto le parole “vita” (se non in riferimento a quella della donna) o “bambino”. Solo una volta si accenna al feto: alla domanda se sostenessero restrizioni «dopo 24 settimane di gestazione – all’incirca quando un feto sano può sopravvivere al di fuori dell’utero, sebbene la vitalità vari da gravidanza a gravidanza solo Sestak (Joe, ndr) ha risposto di sì».

Per il resto molti candidati hanno sottolineato che gli aborti tardivi sono eventi “rari”, meno dell’1,5 per cento, spesso dovuti a «condizioni potenzialmente letali o gravi anomalie fetali». Una fake news letale, come abbiamo più volte sottolineato, ma tant’è: per certificare l’avvenuto passaggio da un’idea clintoniana di aborto “safe, legal, and rare” (sicuro, legale e soprattutto raro) all’aborto “safe, legal and accessible to every person who chooses it” (accessibile a tutti), cioè su richiesta e senza giustificazione, si omette qualunque riferimento a proposte come quelle avanzate in Virginia o Winsconsin, o alla legge voluta dal governatore Cuomo e magnificata dallo stesso Nyt, che autorizza l’aborto fino al nono mese se la salute della madre non solo fisica, ma anche mentale, di cui è arbitro il medico, rischia di venire compromessa. Non solo: come in Illinois, dove è stato annullato il divieto della pratica disumana dell’aborto a nascita parziale e stabilito che «un embrione o un feto non hanno diritti individuali», viene cancellata la parola “donna”. Sostituita nel testo di legge dell’Illinois con “individuo” (“pregnant individual”), o come piace alla maggior parte dei dem intervistati dal Nyt, “person”.

ESSERE PRO-CHOICE NON È ABBASTANZA

Tutti i candidati intervistati dal Nyt sostengono che l’aborto vada finanziato con i soldi dei contribuenti americani e debba godere di copertura sanitaria, molti vogliono trasformare le pillole abortive in prodotti da banco, la maggior parte vuole una legge federale che regoli l’aborto a livello statale: per i candidati non è più sufficiente dirsi pro-choice, ha spiegato Jacqueline Ayers, vice presidente per le relazioni governative e le politiche pubbliche di Planned Parenthood, occorrono nuovi piani e iniziative per espandere i diritti e l’accesso all’aborto minato dai repubblicani in quasi tutto il paese. Con diversi stati che approvano il quasi totale divieto di aborto e con la prima maggioranza della Corte Suprema che potrebbe rovesciare la Roe v. Wade – scrive il Nyt – i candidati democratici sono compatti nel ritenere che il diritto di abortire richieda una difesa più solida. Ma che non sia abbastanza.

ABORTO, UNA «FORZA ECONOMICA POSITIVA»

Se una volta era sufficiente sostenere il diritto alla scelta, oggi, con l’estensione del dibattito sulle procedure eseguibili dopo le 20 settimane di gravidanza, il dibattito va riformulato: «I discorsi dei candidati si concentrano sull’assistenza sanitaria, sull’autonomia del corpo e, a volte, anche sull’idea dell’aborto come forza positiva che consente alle donne di controllare la propria vita e aumentare la propria sicurezza economica». L’aborto «è assistenza sanitaria e l’assistenza sanitaria è un diritto umano», ha spiegato Elizabeth Warren al Nyt, riprendendo il suo refrain elettorale sul diritto all’interruzione di gravidanza quale «diritto economico».

Ad eccezione di Tulsi Gabbard, Joe Sestak e Marianne Williamson (della “vecchia” scuola democrat che sostiene il diritto all’aborto “safe, legal and rare”), il resto dei candidati ha eluso o respinto l’aggettivo “raro”. Per sostituirlo con il nuovo slogan di Bernie Sanders: «L’aborto dovrebbe essere sicuro, legale e accessibile a chiunque lo scelga». Archiviato il “caso Joe Biden” e caduta la difesa dell’emendamento Hyde in cui aveva creduto per decenni il vice di Barack Obama (accreditato come uno dei potenziali sfidanti democratici più temibili per Donald Trump), la priorità per i dem è diventata oggi mettere in salvo la Roe v. Wade dalla lunga ondata di controversie giuridiche sollevate dalle leggi restrittive promulgate dai repubblicani che spianerebbero la strada verso Washington, dove il presidente Donald Trump ha mantenuto la promessa di spostare a destra gli equilibri di una Corte protagonista degli stravolgimenti sociali più significativi degli ultimi 40 anni (dall’aborto al matrimonio gay). E dove una nuova maggioranza formata da cinque giudici di orientamento conservatore su nove potrebbe smantellare la sentenza: da qui la necessità per i dem di una nuova legge.

I DEM CONTRO L’AGENDA DEM

La maggioranza dei candidati si dice inoltre d’accordo con la liberalizzazione dei farmaci abortivi e con la creazione, proposta da Kamala Harris, di un sistema di controllo preventivo federale che bloccherebbe le cosiddette “leggi-Trap” sui requisiti necessari alle strutture dove vengono praticate le interruzioni di gravidanza e i divieti di abortire dopo le sei o le otto settimane (divieti già bloccati dai tribunali in Georgia o Alabama). E tutti si dicono certi di avere l’America dalla loro parte. Eppure i sondaggi più recenti dimostrano che se da un lato la maggioranza (dal 60 al 75 per cento) degli americani sostiene la Roe v. Wade, a sognare un aborto legale e accessibile in qualunque circostanza è solo una minoranza (dal 20 al 30 per cento). Anche tra gli stessi democratici: a volere l’aborto “legale in ogni circostanza” è una percentuale che va dal 39 al 46 per cento.
I provvedimenti di Cuomo, per esempio, hanno fatto inorridire anche una corrente del suo partito, i Democrats for Life of America, «con finanziamenti pubblici illimitati e un tasso di abortività che è il doppio della media nazionale, l’aborto è un grosso affare a New York. La nuova legge voluta dal governatore non darà una risposta all’alto tasso di abortività, né sarà di aiuto alle donne in stato di gravidanza che si sentono spinte o costrette all’interruzione di gravidanza. La legge aiuterà influenti e finanziariamente floride corporation dell’aborto ad aumentare il numero dei loro clienti e i margini di profitto».

LA PANCIA DELL’AMERICA

Se è vero infatti che negli ultimi vent’anni gli americani su molte questioni sociali, come i diritti degli omosessuali, la pornografia e il sesso tra adolescenti sono diventati più liberali, i risultati delle indagini Gallup confermano che l’aborto continua a rappresentare un’eccezione, una delle poche questioni su cui le opinioni degli americani non si sono affatto liberalizzate: se nel 1977 il 22 per cento degli americani era favorevole all’accesso legale all’aborto in qualsiasi circostanza, nel 2019 a sostenere la stessa opinione è, ribadiamolo, circa il 25 per cento.

In altre parole 50 anni di attivismo contro o a favore della sentenza Roe v. Wade non hanno prodotto significativi risultati. Nemmeno la posizione della tanto osteggiata Chiesa ha inciso sui numeri: è un fatto che il 24 per cento delle donne americane che abortiscono si dichiari cattolica (come ha evidenziato Joseph Naumann, a capo della commissione per le attività a favore della vita della Conferenza episcopale degli Stati Uniti). Ma è anche un fatto che a dispetto della proliferazione di leggi restrittive o ultraliberalizzatrici i numeri dell’aborto siano in calo da anni, anche negli stati democratici. E che all’aborto, una visione antropologica letale, che trasforma l’umano in cose, l’uccisione di un bambino in un “evento raro” e protetto dalla legge nonché in piede di porco per affermare ogni tipo di battaglia progressivamente aggiornata, la pancia d’America abbia sempre opposto una strenua, concretissima resistenza.

Foto Ansa