Cosa si agita nella pancia dell’America

Infiamma la battaglia per riaprire la disputa sull’aborto alla Corte Suprema. Diversamente che in Europa, negli Stati Uniti il tema non scompare mai dal dibattito pubblico

Pubblichiamo di seguito un articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Tempi. Attenzione: di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati. Clicca qui per abbonarti a Tempi.

Washington, 28 maggio: chiamata a giudicare la legge varata nel 2016 dall’allora governatore repubblicano Mike Pence per introdurre in Indiana nuove restrizioni all’aborto, la Corte Suprema americana opta per un compromesso. Da un lato, conferma la norma che prevede che i feti abortiti vengano seppelliti o cremati, smaltiti come «resti umani» e non come «rifiuti sanitari». Dall’altro, decide di non pronunciarsi sul divieto di aborto per motivi riconducibili a sesso, razza o disabilità. Quando il giudice Clarence Thomas si esprime a favore del divieto chiamando «madre» la donna che vuole abortire il bambino, il giudice Ruth Bader Ginsburg lo accusa di usare un termine umiliante: «Una donna che esercita il suo diritto costituzionalmente protetto di porre fine a una gravidanza non è una “madre”».

America, anno 2019, pochi mesi alle presidenziali. L’assalto alla Corte Suprema per riportare il dibattito sull’aborto là dove ha avuto inizio (con la sentenza Roe contro Wade che il 22 gennaio del 1973 ha legalizzato l’interruzione di gravidanza) si è intensificato: solo dall’inizio dell’anno 28 stati hanno introdotto oltre 300 nuove regole per ridefinire, in senso restrittivo, l’accesso all’aborto. È l’ultimo colpo di coda di una vasta ondata di provvedimenti promulgati dai repubblicani che, a partire dal quarantesimo anniversario della Roe contro Wade, sono coincisi con una serie di sconfitte politiche del mondo progressista. Un colpo di coda che secondo il movimento pro life ha moltiplicato le controversie giuridiche spianando la strada verso Washington, dove il presidente Donald Trump ha mantenuto la promessa di spostare a destra gli equilibri di una Corte protagonista degli stravolgimenti sociali più significativi degli ultimi 40 anni (dall’aborto al matrimonio gay). E dove la presenza di una nuova maggioranza formata da cinque giudici di orientamento conservatore su nove ha dato benzina a partiti, stampa e circoli liberal per mobilitare la base pro choice.

Vecchi e nuovi Erode

«È un film visto molte volte – spiega a Tempi Mattia Ferraresi, corrispondente dagli Stati Uniti per il Foglio –. Il fantasma dell’abolizione della Roe contro Wade è stato evocato ogni volta che è subentrata una toga conservatrice. È successo nel 1990, nel 1991, nel 2015 e nel 2017, ma a ogni occasione di vagliare casi e abrogare la sentenza, le decisioni sono andate nel senso di una conferma del diritto ad abortire. Mi sembra improbabile un colpo di scena, innanzitutto per motivi tecnici: la Corte accetta di dirimere pochissimi tra le migliaia di casi che le arrivano, e per arrivarci un caso deve affrontare numerosi passaggi tra tribunali di grado inferiore. Tenuto poi conto dei valori costituzionali in gioco che la restituzione dell’aborto alla potestà legislativa dei singoli Stati potrebbe comportare, trovo difficile che la maggioranza tenga sul tema che rappresenta il nervo scoperto dell’America. A eccezione di Clarence Thomas, apertamente avverso alla Roe contro Wade, non metterei la mano sul fuoco sulle due nuove nomine di Trump, Neil Gorsuch, che ha parlato della legge come di un “precedente vincolante” o Brett Kavanaugh, dipinto dalla stampa liberal come orgoglioso antiabortista ma pur sempre figlio della scuola giuridica di Anthony Kennedy (che sebbene di nomina conservatrice si è poi schierato con l’ala progressista della Corte, ndr), non certo quella del robusto pro life Antonin Scalia». Ci sono però anche i fatti. «È un fatto che a dispetto della proliferazione di leggi restrittive o ultraliberalizzatrici i numeri dell’aborto siano in calo da anni, anche negli stati democratici. Ma è anche un fatto che l’aborto sia diventato ovunque il piede di porco per affermare ogni tipo di battaglia progressivamente aggiornata».

Non a caso, dopo aver firmato il Reproductive Health Act che autorizza l’aborto fino al nono mese, il governatore Andrew Cuomo si prepara a scardinare la legge che mette al bando la maternità surrogata nello stato di New York con il Child-Parent Security Act «per realizzare il sogno di genitorialità delle coppie dello stesso sesso. Ora e sempre, New York sta con la comunità Lgbtq», ha cinguettato su twitter. Non a caso l’Illinois, dopo aver annullato il divieto della pratica disumana dell’aborto a nascita parziale e stabilito che «un embrione o un feto non hanno diritti individuali» ha cancellato la parola “donna” dal testo di legge, sostituendola con “individuo” (“pregnant individual”). Non a caso il Vermont, dopo avere autorizzato l’aborto «senza limiti», puntando a inserirlo come «diritto fondamentale» nella Costituzione, è stato applaudito («avete fatto la storia») dal colosso abortivo Planned Parenthood, protagonista del mega scandalo sull’industria del traffico di organi e di tessuti fetali.

E non a caso il 25 febbraio in Senato non è stata trovata la maggioranza per portare avanti il Born-Alive Abortion Survivors Protection Act e garantire assistenza medica ai neonati venuti al mondo dopo la procedura abortiva: secondo i democratici i nati vivi da aborto sono così rari da ritenere trascurabile una legge che li protegga. Un assunto falso (il Centers for Disease Control and Prevention conta 588 casi di bambini morti così tra il 2003 e il 2014) e che ha riportato l’America al caso drammatico di Kermit Gosnell, il ginecologo che dirigeva la Women’s Medical Society di Philadelphia praticando a centinaia di bambini l’aborto a nascita parziale (oggi condannato all’ergastolo).

Eugenetica e uguaglianza

«Quelli che in Europa continuano a chiedersi come faccia un cattolico a votare Trump non capiscono che ciò che in Europa è “solo” una questione morale, in America è una questione di vita o di morte: qui in nome di una questione morale si è combattuta una guerra civile. E non capiscono che per i cattolici, che rappresentano il 25 per cento del voto degli Stati Uniti, la questione morale non è mai stata confinata solo all’aborto. Infanticidio, eutanasia, smantellamento dell’obiezione di coscienza, ideologia gender: chi si chiede come un cattolico possa votare Trump dovrebbe spiegarci perché sarebbe moralmente preferibile votare qualcuno che per chiamare queste astrazioni “conquiste di civiltà” utilizza lo stesso ragionamento con cui nell’800 gli schiavisti sostenevano che nessuno potesse privarli del diritto di disporre di un altro essere umano». Siobhan Nash-Marshall, docente di Filosofia al Manhattanville College di Purchase, New York, aspettava l’esplosione del tema aborto da almeno vent’anni, «gli intellettuali sapevano che era solo questione di tempo: tutti i ragionamenti a sostegno dell’aborto vacillano dal punto di vista teorico e quando un tema vacilla sul piano teorico diventa ostaggio della propaganda, una mina vagante».

La madre dell’industria abortiva americana Margaret Sanger, fondatrice di Planned Parenthood, affermava che il controllo della natalità servisse a eliminare gli «inadeguati», neri, minoranze etniche, malati e disabili, e produrre una «razza più propria»: «Basterebbe questo per chiudere il discorso sui presupposti teorici fondativi dell’aborto in America. Il resto sono sofismi, arrangiati con la retorica del diritto all’uguaglianza. Dal New York Times al Washington Post a sostegno dell’aborto vengono presentate varianti di un unico ragionamento: negare alla donna il diritto di abortire significa negare l’uguaglianza dei sessi, le pari opportunità. La battaglia per l’aborto, l’utero in affitto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale, la moltiplicazione dei generi, è diventata un esercizio pervasivo di retorica sull’uguaglianza tra diritti civili e diritti naturali. Un’estensione selvaggia dell’applicazione alla sfera etica o morale dei diritti dell’individuo tipica del liberalismo a scapito del destino collettivo. E l’americano alla fine tira le somme. Mandando in sold out gli incontri pubblici dell’impresentabile Trump».

Stufi della nullità democrat

Alla pancia d’America che lotta per i sussidi governativi, le assicurazioni sanitarie, i prestiti studenteschi, le tasse, alla miserabile pancia che tira a campare tacciata di oscurantismo dalla stampa liberal, non frega nulla delle battaglie sulla libertà di scelta della toilette a prescindere dal sesso. La pancia d’America ama i fatti, non i ragionamenti, e se legge il Nyt titolare “La gravidanza uccide. L’aborto salva vite” applaude ancora più forte Trump che dell’aborto pensa «murder is murder» e a una Hillary Clinton che lo chiama “diritto” risponde «allora sei un’assassina». Non sono accademici o intellettuali ma sanno cos’è un bambino fatto a pezzi con le forbici. «Il movimento fondato da Abby Johnson “And Then There Were None”, l’uscita del film Unplanned che racconta quando e perché questa donna ha deciso di lasciare la clinica di Planned Parenthood che dirigeva in Texas hanno avuto un’enorme risonanza. Ad oggi il suo movimento ha aiutato a uscire dall’industria dell’aborto oltre 500 “addette ai lavori”. Anche il film Gosnell ha inorridito l’America, evangelici e cattolici ma non solo».

I provvedimenti di Cuomo hanno fatto inorridire anche una corrente del suo partito, i Democrats for Life of America, e scatenato l’ira delle femministe contro l’utero in affitto. David Brooks, con un editoriale sul Nyt dello scorso anno, ha centrato perfettamente la questione: milioni di americani «considerano l’uccisione del non nato la grande questione morale del nostro tempo. Senza gli elettori pro-vita, Ronald Reagan non sarebbe mai stato eletto. Senza elettori single-issue che volevano i giudici pro-vita, non ci sarebbe mai stato Donald Trump. Ma vogliamo così tanto l’aborto tardivo che siamo disposti a tollerare il presidente Trump? Lo vogliamo così tanto che vediamo i nostri programmi sulla povertà, l’immigrazione, l’eguaglianza dei redditi e la giustizia razziale ostacolati e sconfitti? (…) Nel 1991, il 36 per cento dei giovani elettori pensava che l’aborto dovesse essere legale in tutte le circostanze; ora solo il 24 per cento. (…) Inoltre, i giovani pro choice sono molto più ambivalenti o apatici dei giovani pro vita. (…) Uno dei nostri punti di discussione è che gli aborti a breve termine sono estremamente rari. Se sono estremamente rari, perché stiamo dando loro la priorità su tutte le altre nostre questioni?». C’è tutto per spiegare perché l’aborto sia diventato il test balistico del popolo che ha le tasche piene della nullità democrat. E anche il protagonismo di una nuova generazione che invece di prestarsi a testimonial di una battaglia portata a casa dai genitori negli anni Settanta, partecipa in massa alla Marcia per la vita: erano centinaia di migliaia il 27 gennaio a Washington. Con loro, Mike Pence, vicepresidente Usa.

«La coscienza è salda»

Gente semplice, certamente allo sbando, impermeabile alla retorica della Silicon Valley che li vorrebbe tutti cittadini globali, a quella multiculturale che li vorrebbe tutti figli di oppressori, gente a caccia di risposte assolute che non trova nemmeno in chiesa. «Cuomo andava scomunicato, i pastori coraggiosi non mancano, manca però, in una chiesa americana devastata dagli scandali, un Leone Magno che scenda ad affrontare Attila sull’aborto. Mancano anche gli intellettuali cattolici a dare battaglia culturale, forse manca perfino un luogo dove questa coscienza possa materializzarsi. Ma nonostante tutto, la coscienza di cosa sia l’aborto, una questione radicale di vita o di morte, è salda, è attiva, mobilita gente in piazza, nei tribunali, avalla leggi. Puoi cantare in turco ma che l’aborto sia l’uccisione di un bambino è un fatto. Non serve essere moralmente attrezzati per capirlo o per pregare o agire affinché questo non accada».

Il caso che più di tutti punta a essere discusso alla Corte Suprema è quello dell’Alabama, che ha reso illegale l’aborto sempre, tranne in caso di pericolo per la vita della madre. Quanto alla Georgia, che ha vietato di abortire dal momento in cui è possibile registrare il battito cardiaco fetale (“heartbeat bill” analoghi sono stati introdotti in dieci stati e tramutati in legge in Ohio e Mississippi), è stata oggetto della fatwa di Hollywood: accodandosi al manifesto “Don’t ban Equality” sottoscritto da 180 manager che nella battaglia per l’emancipazione e l’uguaglianza vanno massimizzando i profitti, Disney, Netflix e Warner hanno minacciato di sbaraccare gli studi dallo stato.

La grande rimozione

A Washington, il 28 maggio, dopo aver scelto di non esprimersi sull’aborto, la Corte Suprema ha legittimato la decisione di una scuola di consentire ai transgender di usare i bagni corrispondenti alla loro identità di genere. Un destino già scritto, quello dell’aborto? No, i fatti dimostrano che fuori dai palazzi, nelle piazze, il popolo ha organizzato la sua resistenza a una visione antropologica letale, che trasforma l’umano in cose, l’uccisione di un bambino in un “evento raro” e protetto dalla legge. Un popolo di fuorilegge dello ius vitae, protagonista di una battaglia dagli esiti tutt’altro che scontati contro la più grande rimozione collettiva del nostro tempo. E che a prescindere da cosa accadrà alla Corte stanno costringendo il mondo a chiedersi: cos’è un uomo e quanto vale?

Foto Ansa