Il Governo Meloni ha fatto un buon lavoro sulla scuola
Dopo l’intervento di Giorgia Meloni all’evento dei giovani di Fenix, sono piovute una serie di critiche al governo di centrodestra per le sue politiche nell’ambito dell’istruzione. Nelle sue dichiarazioni programmatiche del 25 ottobre 2022, il presidente del Consiglio aveva detto: «La scuola e l’università torneranno centrali nell’azione di Governo, perché rappresentano una risorsa strategica fondamentale per l’Italia, per il suo futuro e per i suoi giovani».
Si possono criticare molte iniziative prese dall’attuale esecutivo, ma non si può certamente dire che quella centralità evocata non sia tornata. Ciò è innanzitutto dovuto alla stabilità del governo Meloni, da poco celebrato come il più longevo della storia della Repubblica. Infatti, anche per quel che riguarda la scuola, e non solo per la tenuta dei conti pubblici, la continuità di lavoro da parte della stessa compagine permette di affrontare problemi strutturali, per quanto – è giusto ammetterlo fin da subito – non siano stati risolti tutti e definitivamente.
Risposte a problemi strutturali
Tra questi problemi strutturali è bene ricordare: gli stipendi bassi, il precariato dei docenti e la fatiscenza di edifici ormai vetusti.
Per quel che riguarda gli stipendi (che ancora rimangono più bassi nel confronto con i partners europei) non si può non segnalare come positivo lo sblocco del rinnovo dei contratti nazionali che ha portato ad un incremento medio annuo di 412 euro a docente.
In merito alla precarietà degli insegnanti il governo si è contraddistinto per due interventi: da un lato, negli ultimi due anni ha garantito l’immissione in ruolo prima dell’inizio dell’anno scolastico, assicurando quella presenza in classe fin dal primo giorno di scuola che per decenni non era mai stata assicurata a famiglie e studenti (risultato ottenuto anche mediante le assunzioni effettuate da elenchi regionali appositamente istituiti con una norma dell’anno scorso); dall’altro lato, risolvendo l’atavico problema di docenti che nel tempo lo Stato aveva smesso di abilitare.
Solo per l’anno scolastico 2026-2027 parliamo di un totale di 37.430 immissioni in ruolo tra posti comuni, di sostegno e di insegnamento della Religione cattolica entro il 31 agosto (erano 29.685 alla stessa data della precedente annualità). Negli ultimi tre anni sono stati altresì autorizzati e programmati quasi 200 mila posti per i percorsi di abilitazione, ponendo fine anche allo “svuotamento” delle scuole paritarie dovuto al fatto che molti dei loro insegnanti (per anni dimenticati dal Ministero), cogliendo l’occasione dei concorsi pubblici, finivano per lasciare il contratto a tempo determinato con soggetti privati a favore del posto stabile negli istituti dello Stato.
Sull’edilizia scolastica ovviamente gli investimenti del Pnrr hanno fatto il loro (3,9 miliardi su 5,1 complessivi), passando secondo Legambiente dal 47,2 per cento al 53,5 per cento di edifici dotati di certificato di agibilità. Anche se per il futuro bisognerà immaginare – soprattutto a livello di enti locali, più che di governo nazionale – strumenti di partenariato pubblico-privato per continuare ad assicurare a tutti scuole sicure e moderne, si può affermare con orgoglio che l’Italia non ha sprecato questa occasione.

Gli studenti al centro
Certo, tutto ciò rappresenta solo l’hardware, la parte materiale e tangibile del sistema. Tuttavia, non sono mancati interventi sul software. Perché bisognerebbe ogni tanto ricordare a certi sindacati che la scuola dovrebbe avere al suo centro innanzitutto gli studenti, prima che gli addetti. Da questo punto di vista, è stato importante tornare al dettato costituzionale, che focalizza gli interventi di diritto allo studio sui «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (art. 34). La app dedicata a tutti i neodiciottenni, promossa da Renzi, è stata sostituita da strumenti cumulabili fino a 1.000 euro e concentrati su chi ha reale bisogno e lo merita: la Carta cultura giovani da 500 euro fino a 35 mila euro di Isee e la Carta merito, anch’essa da 500 euro, per chi si diploma con 100 o 100 e lode.
Rimanendo nell’ambito di chi ha più bisogno, il governo Meloni ha lavorato anche sul sostegno. Secondo l’Istat già l’anno scolastico 2024-2025 segnava un 6 per cento in più di insegnanti dedicati rispetto a quello precedente. È cresciuta anche la formazione specifica, passata dal 63 per cento del 2019-2020 al 78 per cento del 2024-2025.
Non bisogna nemmeno scordare i dati importanti sulla lotta all’abbandono scolastico, sceso dall’11,5 per cento del 2022 all’attuale 7,3 per cento, superando così in anticipo l’obiettivo Ue del 9 per cento entro il 2030. Ci sono molti progetti sviluppati da reti di comuni e scuole che stanno dando senza dubbio i loro frutti a livello territoriale, ma sarebbe interessante anche valutare l’impatto globale sul fenomeno di decreti come quello di Caivano, che hanno richiamato la responsabilità genitoriale al dovere di istruzione dei figli, dando alla giustizia minorile lo strumento per salvaguardare anche l’educazione di bambini e adolescenti quando questa è seriamente pregiudicata dalle condizioni di vita familiari e ambientali.
Imparare facendo
Soprattutto bisognerà valutare più sul lungo periodo la cosiddetta riforma del “4+2” promossa dal ministro Valditara. Si tratta di quattro anni di istruzione tecnico-professionale seguiti da due opzionali negli Istituti tecnologici superiori (per i quali il governo ha stanziato 1,35 miliardi): l’obiettivo è creare una filiera che coinvolga direttamente anche le imprese in una logica di “campus”.
Pure in questo caso si tratta di centrare un obiettivo programmatico che Meloni si era posta inaugurando la sua stagione sempre il 25 ottobre 2022:
«Serve colmare il grande divario esistente tra formazione e competenze richieste dal mercato del lavoro con percorsi formativi specifici, certamente, ma ancora prima grazie a una formazione scolastica e universitaria più attente alle dinamiche del mercato del lavoro. L’istruzione è il più formidabile strumento per aumentare la ricchezza di una Nazione, sotto tutti i punti di vista, perché il capitale materiale non è niente se non c’è anche il capitale umano».
Si tratta di un campo di battaglia molto importante per l’Italia, purtroppo ancora vittima di una mentalità da lotta di classe per cui lo studio speculativo è ciò che nobilita la persona, mentre il lavoro manuale la schiavizza. Imparare facendo è, invece, un modo di crescere, differente ma non inferiore a quello di apprendere dai libri. Non è solo una questione di migliore aderenza alle esigenze del mercato del lavoro. È qualcosa di decisivo per non lasciare indietro nessuno e perché ciascuno trovi il suo posto nel mondo. E ciò non significa affatto abbandonare contenuti e nozioni a vantaggio di un mero “fare”.
La preferenza è una cosa seria.
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Latino, Bibbia, classici
Interessanti da questo punto di vista la reintroduzione del latino alle vecchie medie (ancorché facoltativo), la lettura e lo studio della Bibbia alle primarie, così come la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà e, in generale, la centralità data alla storia dell’Occidente. Conoscere personaggi e vicende della Scrittura ed essere maggiormente consapevoli della tradizione religiosa, culturale e filosofica da cui si proviene, pur sempre nella libertà didattica del docente e senza imposizioni di sorta, consente di dotare gli studenti delle coordinate per entrare in quel necessario dialogo tra culture.
Un’Europa troppo dimentica delle proprie radici e relativista si è mostrata incapace negli ultimi decenni di accogliere davvero l’altro all’interno di un chiaro intento educativo. Ciò ha prodotto per reazione anche una rivendicazione ostile, specie nelle seconde generazioni, della propria identità etnico-confessionale d’origine, che ha finito per radicalizzare le posizioni e minacciare la convivenza pacifica.
Burqa e niqab
In quest’ottica vanno giudicate le proposte rilanciate a Fenix da Meloni, come quella di vietare il burqa e il niqab in classe perché coprono interamente il volto (cosa diversa dal divieto di indossare il velo, che presenterebbe profili di violazione della libertà religiosa), piuttosto che di individuare un limite alla presenza di stranieri in un’aula. Queste proposte vanno lette integrandole con quanto fino ad ora sommariamente ricordato. Esse prendono di petto questioni molto serie che si vivono tutti i giorni in certe scuole. Tanto è vero che, anni fa, persino il Comune di Milano governato dalla sinistra si trovò a fronteggiarle, immaginando però di finanziare progetti per convincere le famiglie italiane a non abbandonare gli istituti statali di periferia, in cui gli studenti di origine straniera risultavano essere maggioranza nelle classi, e determinando così un ovvio rallentamento da parte di tutti gli iscritti nell’apprendimento grammaticale e linguistico.
Libertà nella scuola e della scuola
È convinzione di chi scrive che, per quanto si riformino le indicazioni nazionali ministeriali, si aggiungano risorse economiche, si impongano pur giusti divieti e si prevedano necessari limiti, l’educazione sia innanzitutto il fiorire della persona nel rapporto con un adulto che la introduce alla vita, e la cui bontà non la si crea per decreto. La chiave di tutto, dunque, sta nella libertà riconosciuta a chi fa la scuola.
E anche qui, non mancano le note positive nell’azione del governo Meloni. Si pensi all’obbligo di consenso informato da parte dei genitori o degli studenti maggiorenni per i progetti su sessualità e affettività all’interno delle medie e superiori, riconoscendo ancora centralità alla famiglia, una pluralità di visioni da rispettare sul tema e la necessità di non calpestarle con progetti che, spesso, hanno rappresentato quelle che papa Francesco chiamava “colonizzazioni ideologiche”.
Ma soprattutto si pensi all’introduzione del Buono scuola nazionale, sul modello di quello lombardo. Si tratta di un contributo economico da 400 a 1.500 euro per le famiglie con Isee non superiore a 30.000 euro e che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie secondarie di primo grado e fino al biennio delle superiori. Libertà nella scuola e libertà della scuola, dunque. Qualcosa di cui si sentiva il bisogno di riconoscere da diversi decenni. E che fino ad ora nessun governo aveva osato sostenere fino a tal punto.
Matteo Forte è docente e consigliere regionale di Fdi in Regione Lombardia
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