La rivoluzione gentile e di buon senso di Valditara
La rivoluzione in storia e filosofia è una categoria complessa che indica nello stesso tempo un mutamento profondo e il coraggio di spezzare una “catena” sociale e culturale, di cambiare dei valori in gioco. E rivoluzionari sono coloro che, facendosi interpreti prima degli altri di un nuovo spirito dei tempi, sanno dare direzione. E speranza. La speranza nutrita dai rivoluzionari è molto più di un sentimento, è un invito all’azione collettiva. Regni, tirannie, autoritarismi e dittature sono stati travolti da rivoluzioni partite dal basso. E anche per questo i rivoluzionari – “imprevisti” della storia – spiazzano, fanno paura.
Di rivoluzione (gentile) e di idee (di buon senso) che abbiano la forza di animare un rinascimento italiano scrive Giuseppe Valditara nel suo nuovo libro edito da Guerini e Associati, Milano 2025 (pp. 160). Il sottotitolo ne spiega la direzione: “Per un Paese normale”, e la normalità è, per l’autore, il common sense di verità semplici, limpide come acqua, basate sull’esperienza e sulla storia.
Per i giovani e per gli adulti
Idee che «fondano quella saggezza che sa distinguere fra bene e male, fra ciò che è utile ai più e ciò che lo è solo per qualcuno e dannoso per tutti gli altri» (p. 1). C’è un urgente bisogno, oggi, di questa robusta e fondata saggezza che risponda alle attese dei più giovani ai cui bisogni il libro occhieggia, anche per la sensibilità maturata dall’autore nel corso del suo magistero ministeriale all’Istruzione.
Il testo, infatti, fa da implicito controcanto a un altro volume appena dato alle stampe in queste settimane dall’Istituto Toniolo, il Rapporto giovani 2025: Valditara vuol rispondere alle attese colme di passione dei ragazzi del nuovo millennio. Ma è al mondo degli adulti che dà la sveglia perché è arrivato il tempo del redde rationem della storia. Ed è finito quello degli ideologismi che filtrano letture distorte del mondo a danno proprio dei più giovani, i più esposti alle alienazioni di una società che tutto ha liquefatto, lasciando i più fragili al rischio del darwinismo dei social.
Dal woke alla scuola
I giovani hanno bisogno di adulti capaci di visioni e di istituzioni che schiudano orizzonti esistenziali per la realizzazione dei loro progetti. E quale orizzonte, si chiede Valditara, è oggi in grado di additare il mondo adulto? Quale politica è oggi capace di disegnare un orizzonte “sensato”, capace di dare speranza nel futuro a chi viene al mondo?
Queste le domande del libro la cui “carica” critico-pedagogica decostruttiva dei paradigmi foucaultiani e francofortesi è evidente. E subito, già dalle prime pagine, si fa chiaro il significato della “rivoluzione del buon senso”: è la svolta culturale che sa annodare passato e futuro dell’Europa intorno a idee-chiave che serbano intatte il loro radicamento nell’umanesimo. Sono le idee di persona, di interesse pubblico, di autorità, di responsabilità individuale, di libertà, di doveri (e non solo diritti), di identità, di Occidente, di immigrazione, di territori e autonomia. Che l’autore argomenta con dovizia di riferimenti storico-culturali e capacità di attualizzazione per renderle “occhiali” capaci di leggere la complessità dei processi di mutamento sociale e politico in atto nel nostro Paese. E di guidare l’innovazione.
Dei tre capitoli del libro, l’autore dedica i primi due al vaglio delle derive massimaliste cui l’ideologia progressista degli ultimi quarant’anni non ha saputo opporre una dialettica convincente e alternativa al wokismo. E l’ultimo, ampio, capitolo, è invece dedicato ai pilastri culturali della rivoluzione del buon senso, alcuni dei quali già al centro del riformismo scolastico de La scuola dei talenti. Nel nuovo testo Valditara sporge la sua visione dalla scuola al riformismo politico-culturale per l’Italia e per l’intera Europa. Si tratta, dunque, di un libro-manifesto, scritto con acribia intellettuale e perspicuità e che, per chiarezza linguistica, intercetta un ampio pubblico.
La sinistra “bloccata”
Questo terzo millennio è carico di problemi, è caratterizzato da precarietà e incertezze, è attraversato dalla tragedia di guerre scoppiate nel cuore dell’Europa. È un tempo indubbiamente difficile, tutto in salita. Ma proprio in tempi difficili, scrive l’autore, non ci si divide sui valori fondanti e si cerca instancabilmente l’equilibrio di un confronto capace di rispettare politicamente chi la pensa in modo diverso.
Questa è stata la lezione delle grandi democrazie liberali e dei padri costituenti che seppero animare, durante il lungo periodo dei lavori dell’Assemblea, un dialogo trasversale i cui punti di contatto travalicavano le appartenenze partitiche. In quelle lunghissime riunioni si cercava la convergenza anche appellandosi al buon senso che era il precipitato dell’esperienza comune della guerra di liberazione e di una cultura repubblicana che si inaugurava all’insegna del principio greco-romano-giudaico-cristiano del rispetto della persona.
Oggi quel “metodo” è, per un certo progressismo, in crisi. E non per la presunta crisi di quei valori ispiratori, qui la tesi di Valditara, ma per l’ostinato rifiuto, da parte dei post-comunisti, di fare fino in fondo i conti col proprio passato, così come dopo Fiuggi, li ha fatti la destra. A differenza della destra, infatti, che è arrivata a definire il fascismo “male assoluto”, la sinistra è ancora “bloccata” in sofisticati distinguo semantici fra totalitarismi. E questa carica di ideologismo, oltre a ingabbiare gli sviluppi riformistici, rende fazioso ogni dibattito con le opposizioni anche su temi di bene comune, quali i programmi della scuola, l’immigrazione, l’Occidente, la sicurezza.
A questo si aggiunga che le posizioni massimaliste sono ampiamente diffuse anche nel mondo universitario, nei circuiti della cultura e dell’intellighenzia liberal, nei media, nell’editoria.

Civiltà e senso del dovere
Valditara porta nel libro innumerevoli aneddoti frutto della sua esperienza di ministro che danno concretezza alle tesi e si chiede: come si spiega questo allontanamento delle riflessioni culturali del nostro Paese dalla Carta costituzionale? Perché è così difficile ritrovare una convergenza nei valori dell’Occidente che hanno fondato la nostra civiltà? Perché è così difficile anche solo pronunciare parole come “civiltà”?
La risposta si trova nel processo di generale allontanamento di tutte le democrazie occidentali dalla storia, disciplina prediletta dall’autore per la capacità di tessitura che essa garantisce, nella formazione degli individui, fra passato, presente e futuro. Mentre le democrazie occidentali hanno ridotto il peso di questa disciplina nei curricola di scuola, superpotenze emergenti quali la Cina forniscono al proprio regime non democratico solide radici nel passato. È un paradosso al quale occorre trovare rimedio a partire dalla scuola. E non è un caso che Valditara abbia fortemente voluto la revisione dei programmi scolastici. I tempi sono, infatti, maturi per una svolta culturale per l’Italia. E la via maestra è ancora quella additata dalla Costituzione con l’aggiornamento della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Si tratta di documenti che ribadiscono che libertà e sicurezza sono diritti fondamentali di ogni individuo e che è responsabilità dello Stato assicurarne il rispetto. Così come richiamano al valore dell’endiadi diritto-dovere che riprende la tradizione ciceroniana espressa nel De officiis e dallo stesso Aldo Moro, riferimento carismatico che valorizzò il “senso di dovere” nell’ultimo, celebre discorso pronunciato pochi giorni prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse.
Risveglio europeo
Il punto di fusione del libro sta nella messa in discussione di una certa idea di democrazia come sistema fondato su un’ideologia soltanto dei diritti universali. Una prospettiva che ha plasmato l’ideologia ufficiale di Bruxelles ma che induce a valutare negativamente tutto ciò che abbia a che fare con l’identità, con le storie nazionali, con l’idea di Patria viste come un ostacolo alla formazione di un sentimento di cittadinanza universale. Non è così ma finalmente comincia ad essere evidente anche agli stessi cantori di tale visione che questi voluti oscuramenti sono stati un gigantesco errore di prospettiva. La tendenza a combattere come discriminatorio tutto ciò che è tradizione e passato, se ancora perseguita nella formazione scolastica, non farà altro che spingerci ai margini dei “palcoscenici” dove si decidono le sorti del mondo. È ora di cambiare rotta.
Anche per questo Valditara chiude il volume con un paragrafo di scenario intitolato “L’Europa”. Augurandosene il risveglio, pone una domanda decisiva: quali sono oggi gli ideali comuni degli europei? Gli Stati Uniti nacquero da ideali e valori sentiti come comuni e non solo da “interessi” comuni. L’Europa sino ad oggi ha invece ricercato la coesione degli interessi più che la trama di un “canone valoriale e politico occidentale”. Non è nei proceduralismi astratti che l’Europa troverà la sua anima, ma nella costruzione di una comune identità rispettosa delle differenze nazionali e concretamente sentita. E quando sarà il momento l’Italia, un punticino invisibile sul globo terrestre, capace di resistere da millenni al centro della storia, sarà pronta a farsi guida e a dare, ancora una volta, il suo contributo.
Loredana Perla, Università degli Studi di Bari Aldo Moro
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G. Valditara, La rivoluzione del buonsenso. Per un Paese normale, Guerini e Associati, Milano 2025, pp. 160.
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