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«Riempire le classi di stranieri che non parlano italiano fa male a loro». Parola di prof

Di Carlo Simone
25 Settembre 2026
Luigi Lepore, 35 anni da insegnante nei professionali, racconta la sua esperienza: «Senza una formazione linguistica propedeutica troppi ragazzi immigrati restano tagliati fuori»
Gruppo di alluni all’esterno di una scuola (foto Ansa)
Foto Ansa

Sabato 20 settembre, alla festa di Gioventù nazionale, la premier Giorgia Meloni ha annunciato, tra le altre cose, di voler introdurre per legge un tetto al numero massimo di studenti stranieri per classe. Un’iniziativa che, anche se a livello di semplice circolare ministeriale (che in Italia spesso significa parole al vento), era già stata presa dall’allora ministro dell’Istruzione Gelmini nel 2010. In questi giorni, da Zuppi a Mattarella, passando per tutti i maggiori quotidiani di opposizione, non sono mancate le levate di scudo contro un’iniziativa tacciata addirittura di razzismo e di essere una campagna elettorale sulla pelle dei bambini (Repubblica).

Il numero di studenti senza cittadinanza italiana si attesta attorno all’11-12 per cento del totale (oltre 930 mila ragazzi, concentrati per più del 65 per cento al Nord; del totale, circa un terzo non è nato in Italia). Sono circa il 7,6 per cento a livello nazionale le classi in cui il numero di stranieri supera il 30 per cento, con punte del 12-13 nella scuola primaria. Tuttavia, questo dato con combacia per forza con l’effettiva conoscenza o meno della lingua italiana (malevolmente, da professore posso dire che anche essere italianissimi da generazioni sembra non essere più un criterio sufficiente per conoscere la nostra lingua…). Non a caso, entrando nel merito delle parole della premier, il titolare di viale Trastevere Giuseppe Valditara, intervistato dal Corriere della Sera il 22 settembre, ha chiarito che il tetto massimo non sarà stabilito tanto sulla base del criterio di cittadinanza, quanto sulle effettive competenze linguistiche dei singoli studenti.

Cercando di svicolare dai facili slogan che si contrappongono in questi giorni, cerchiamo chi abbia un’esperienza sul campo, e dunque ne parliamo con Luigi Lepore, da una vita docente negli istituti professionali, attualmente presso l’Istituto superiore di istruzione secondaria superiore “Paolo Frisi” di Quarto Oggiaro a Milano. È anche membro del Cda della scuola paritaria del capoluogo lombardo, la “Regina Mundi”, con sedi in viale Corsica e nel quartiere di Corvetto.

Professore, stranieri e scuola italiana: qual è il problema alla base?

Nessuno vuole bene alle persone che vanno in classe: alla base c’è questo. Chi organizza la scuola deve voler bene alle persone e avere a cuore la loro crescita umana e professionale. L’accoglienza è una parte del problema. In Italia viene fatta male. Io ho 35 anni di esperienza in istituti professionali, e dico quello che sto vedendo: la scuola pubblica è piena di docenti che in genere non hanno un’esperienza lavorativa pregressa e non sanno come funzioni il mondo del lavoro.
Un altro aspetto del problema sono coloro che ne discutono in modo ideologico, da radical chic che però vivono in centro a Milano e non sanno cosa voglia dire l’integrazione nelle periferie. Io ho avuto come alunni ragazzi arrivati col barcone. Per darti l’idea, uno dei miei migliori alunni, un ragazzo in gamba, studioso e con tanta voglia di lavorare, veniva dal Ghana, e per lui la donna non ha diritto di parola. Questo per farti capire come la pensano alcuni.

Vale a dire che la scuola non riesce ad aiutare gli stranieri più in difficoltà a uscirne?

La scuola non funge più da più ascensore sociale, e quindi c’è un costante appiattimento verso il basso della formazione culturale e umana dei ragazzi, perché nessuno vuole problemi. Un aspetto importante del problema sono i genitori. Non hanno a cuore la formazione dei figli e cercano di spianare loro la strada con ogni metodo. Se il ragazzo viene bocciato spesso i genitori fanno ricorso, e allora per la scuola pubblica la promozione assicurata diventa il sistema più facile per vivere tranquilla.

E per quanto riguarda la conoscenza dell’italiano?

Attualmente ho una classe in cui c’è un ragazzo dello Sri Lanka e una del Bangladesh: parlano inglese. Con loro io parlo in inglese, oppure proietto sulla Lim la lezione con la traduzione immediata fatta da Ai; e con questi due in qualche modo ho risolto. Ma con il ragazzo che invece mi è appena arrivato dall’Egitto che parla solo arabo non ho soluzione. Questo è tagliato fuori. Buttato in una classe così, lui non imparerà mai, e sarà solo un nuovo schiavo. E qui si ripropone il vero problema: se la scuola non funge più da ascensore sociale, i figli dei ricchi continueranno ad andare alle scuole del centro, alle paritarie o alla scuola americana, a stare tra di loro e a frequentare amici ricchi, e allora gli sarà più facile trovare un domani dei buoni lavori. Poi vanno all’estero, vanno all’università, e in qualche modo si sistemano. Purtroppo, la scuola pubblica non è più come una volta, non c’è più l’equivalente del figlio del contadino che veniva al liceo classico e che poi faceva il notaio.

Quindi il problema non è soltanto dire: mettiamo un tetto massimo di stranieri per classe.

Il problema secondo me viene prima. C’è una mercificazione dell’accoglienza, per cui diverse cooperative prendono un sacco di soldi per gestire centri di accoglienza, ma poi non rendono un servizio adeguato. Sono soldi buttati. La vera integrazione è accogliere questi ragazzi stranieri, dire: sì, potete avere il diritto d’asilo, ma tutti dovete conseguire almeno un certificato B1 o B2 in italiano. Lo Stato però si deve impegnare a fornire loro questa integrazione linguistica.

Questo concretamente vorrebbe dire arruolare più docenti specializzati nella classe di concorso A-23 (lingua italiana per discenti di lingua straniera), e magari prevedere delle classi cuscinetto per i neoarrivati in Italia.

Magari anche, ma vuol dire innanzitutto strutturare un’accoglienza che permetta l’apprendimento della lingua e una integrazione culturale. Io ho avuto ragazzi molto intelligenti che, buttati nelle classi senza una adeguata conoscenza della lingua, non hanno imparato niente in tre anni; mentre se avessero frequentato un corso di tre o di sei mesi per imparare la lingua, con un esame finale indispensabile ai fini dell’ottenimento del permesso di soggiorno, poi avrebbero potuto essere pienamente valorizzati e costruire il loro percorso scolastico nel modo migliore. Non è vero che una formazione linguistica propedeutica all’immissione in classe farebbe perdere loro mesi di scuola. Al contrario: permetterebbe loro di integrarsi meglio, poi questo farebbe sì che la scuola diventi un ascensore sociale anche per loro.

In questi giorni in reazione alle parole della premier Meloni molti oppongono la questione dell’integrazione, come se smistare gli stranieri dalle classi in cui ce n’è un numero troppo elevato impedisse in qualche modo l’accoglienza.

Io vedo nella mia esperienza che mettere gente che non sa la lingua nelle classi indiscriminatamente non è integrazione. È il perpetuare una situazione endemica, e di potenziale sfruttamento delle persone. Perché se uno volesse una vera integrazione, integrerebbe le persone, insegnando quella che è la cultura del nostro paese, il rispetto di questa cultura e l’insegnamento della lingua. Rileggete gli scritti del cardinale Biffi in proposito, che sono chiarissimi. Ma noi abbiamo perso la nostra identità.

In una città come Milano, vedi molte famiglie italiane iscrivere i figli nelle scuole paritarie, specie alle elementari e alle medie, non tanto per convinzione personale, quanto per evitare loro di fare parte di classi dove la presenza di tanti stranieri impedisce un adeguato svolgimento della didattica?

Assolutamente sì. Ne conosco di gente del centro, che dice che la Meloni sbaglia ed è contro all’integrazione, ma poi manda i figli nelle scuole paritarie dell’Area C. Gente che non sa quanto costi il pane. E questo non lo dice nessuno, perché è politicamente scorretto: ma voler bene alle persone e far crescere un popolo non è un buttare dieci alunni stranieri in una sola classe, perché se butti gli alunni che non sanno l’italiano in un’elementare ti ritrovi anche con gli italiani che non imparano nulla.

Si può quindi andare molto più in profondità della querelle politica pro o contro che si è scatenata, anche con toni patetici sia da una parte che dall’altra (soprattutto da una parte).

Il problema è ideologico. Non devi essere ideologico contro la Meloni o contro la Schlein, il problema è di cuore. Per me il modo giusto di affrontarlo è chiederci: ma noi a cosa teniamo? Cosa ci sta a cuore? Ci vorrebbe veramente un cambiamento di prospettiva nell’affrontare il problema dell’immigrazione e della scolarizzazione dei ragazzi.

Quindi la questione della competenza linguistica non è altro che la porta d’ingresso a qualcosa di molto più profondo: non esiste un’autentica integrazione se non condividendo un’identità. Chiaramente la lingua è necessaria per arrivarci, ma non bisogna perdere di vista che è quello lì il vero scopo che la scuola dovrebbe riguadagnare.

Ti dico questo: la mia studentessa più brava, filippina, di 18 anni, frequenta il serale. Le ho chiesto: “Ma scusa, che ci fai tu al serale?”. E lei mi ha risposto: “Sa, prof, io vengo al serale perché al diurno era un casino: classi rumorose, non si riusciva a lavorare, gente che diceva parolacce, che magari ti bullizzava; non riuscivi mai a fare lezione”. Questo succede perché i professori non riescono più a gestire una classe in modo adeguato, in quanto a livello educativo manca in tanti ragazzi il rispetto per gli altri, e quindi anche per l’autorità. La ragazza invece mi diceva: “Io vengo al serale, ho la mia lezione, ho lei e gli altri professori che spiegano, nessuno che mi rompe le scatole. Certo, torno a casa alle 23, ma io ci guadagno, ho un servizio migliore”.

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