La riforma della scuola che non è in programma, ma della quale c’è urgente bisogno
Seppur come fenomeno estremo, ma non perciò meno sintomatico – aggiungendosi alle tremende notizie di cronaca nera minorile, che quasi ogni giorno ci raggiungono –, gli incidenti dello scorso fine settimana nel centro di Milano sono venuti a confermarci la realtà del colossale vuoto educativo che ormai caratterizza una gran massa di minori che nessuno educa più. Non famiglie che, quando sono ancora depositarie di valori non riescono più a trasmetterli, ma nemmeno la scuola statale che salvo eccezioni non è più tanto un’istituzione educativa quanto un gigantesco meccanismo di assistenza sociale di massa che si incarica per lo più di intrattenere, piuttosto che di istruire, i ragazzi e gli adolescenti che la frequentano. È divenuta cioè un gigantesco volano di non qualificazione, anzi di dequalificazione dei giovani: qualcosa che, tra l’indifferenza generale, pesa come un macigno sulle nuove generazioni e quindi sul futuro del nostro Paese nel suo insieme.
Il ruolo dei genitori e quello della scuola
Beninteso, è innanzitutto dai genitori che si impara, o non si impara, a vivere onestamente, a dare a ciascuno il suo e a non far danno agli altri, per citare i principi del diritto romano («Honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere», come sta scritto sulla facciata del palazzo di giustizia di Milano). Rispetto a tali valori fondamentali la scuola ha solo un compito di conferma e di sviluppo. Occorre dunque innanzitutto ripristinare il primario ruolo educativo della famiglia (cosa su cui la politica può però fare ben poco). Ciò fermo restando, una riforma organica della scuola pubblica è più che mai urgente.
In Italia, come è noto, la scuola pubblica (=aperta a tutti) semigratuita è un quasi-monopolio statale. Le scuole pubbliche non statali sono in larga misura a spese delle famiglie degli alunni, e perciò non possono competere alla pari con le scuole pubbliche statali. Sugli 8.561.793 allievi e allieve che frequentano il servizio pubblico d’istruzione, quelli iscritti a scuole non statali sono perciò attualmente circa il 10,3 per cento (879.158). A parte le scuole dell’infanzia, dove attualmente è il 37,1% (541.447), in tutti gli altri settori la percentuale di allievi della scuola pubblica non statale è minima: nelle primarie è il 6,3 (168.434), nelle secondarie di I grado il 3,8 (64.150), e nelle secondarie di II grado il 3,8 % (105.127). Di fatto quindi in Italia la scuola statale è l’organizzazione che più di ogni altra fornisce o dovrebbe fornire servizi educativi.
L’equivoco della scuola statale
Ciò è accaduto a causa di un equivoco che caratterizza dall’origine il welfare dello Stato moderno, e che nel nostro Paese ha storicamente trovato il massimo spazio: quello secondo cui, quando lo Stato riconosce ai cittadini il diritto di fruire di un servizio a prescindere dalla loro capacità o meno di pagarselo, da ciò deriverebbe il suo diritto di stabilire da chi, dove e come la prestazione debba venire erogata.
Secondo tale modello, che risale a Bismarck, a ogni riconoscimento di un diritto corrisponde in linea generale la nascita di un monopolio statale; nel caso specifico il monopolio statale della scuola. In effetti sarebbe invece democratico distinguere tra il finanziamento da un lato, e dall’altro il potere di scelta riguardo alla gestione e al contenuto specifico del servizio scolastico. D’altra parte ciò sarebbe un corretto riflesso del criterio generale secondo cui, nel quadro del rapporto tra fornitore e utente, è quest’ultimo ad essere e a dover essere sovrano. Ciò vale per i beni ed anche per i servizi, e deriva dal principio secondo cui in ultima analisi ciò che conta, sia nel privato che nel pubblico, è la persona.
Sia nel privato che nel pubblico, tutte le volte che il fornitore è molto più forte dell’utente (e oggi spesso lo è perché i fornitori sono di solito pochi e magari uno, mentre gli utenti sono molti), contrastare tale tendenza e impedirne l’affermazione è compito primario di chi governa, ossia è chiamato a garantire (non a fare) il bene comune.
La gestione statale della scuola è drammaticamente scadente
Nel caso della scuola l’esperienza sta confermando, come dicevamo, che la gestione statale del servizio è drammaticamente scadente, e quindi si impone la rottura del monopolio. A questa urgenza obiettiva si oppone però un dato di fatto. L’insieme dei docenti e degli altri addetti alla scuola statale è il più grande blocco sociale, sindacale e quindi socio-politico, che oggi rimane dopo lo sfaldamento di tutti gli altri blocchi analoghi.
Anche se la scuola statale, salvo casuali e mai premiate eccezioni, fornisce perciò un servizio scadente, nessuna forza politica si è sin qui impegnata in un’autentica riforma organica del servizio scolastico. Anche i governi da cui più la ci si attenderebbe, come l’attuale, non osano evidentemente farla perché ciò equivale a scontrarsi i potenti sindacati della scuola implacabilmente schierati a presidio dello status quo e in particolare del totale rifiuto di qualsiasi effettiva verifica della qualità del servizio prestato.
La riforma che servirebbe
Proviamo ciononostante a immaginare a grandi linee quali potrebbero essere i lineamenti di una riforma organica della scuola basata sulla restituzione all’utente del suo diritto di scegliere da chi i propri figli devono essere istruiti e secondo quali criteri.
Il modo più semplice per restituire all’utente tale suo diritto è quello del “buono scuola”: lo Stato assegna ai genitori un “buono” ossia un titolo di credito pari al costo corrente del servizio scolastico quale risulta dal bilancio dello Stato. Un titolo che poi i genitori consegnano alla scuola pubblica, statale o non-statale, cui iscrivono il figlio o la figlia. Non mi sembra si possa immaginare un sistema più semplice ed equo di questo.
Se la scuola è statale il buono è in pratica una partita di giro. Se la scuola è non-statale la sua amministrazione lo presenta allo Stato che gliene versa l’ammontare. Osservo qui per inciso che in pratica nel futuro prevedibile, e ancora per molto tempo, nel nostro Paese la gran parte dei buoni scuola verrebbe incassata dalle scuole statali.
Un sistema da ripensare
Nel caso della scuola statale il riconoscimento all’utente del diritto alla scelta avrebbe beninteso concreta consistenza se: a) l’utente potesse scegliere non solo la scuola ma anche la sezione; b) i docenti di ciascuna sezione fossero non un aggregato casuale ma una stabile comunità educante costituita da persone che si sono scelte reciprocamente. Questo presuppone il venir meno di tutto il sistema che sfocia nella riassegnazione annuale degli incarichi dei docenti: un sistema cui siamo così abituati che lo consideriamo normale, ma che a ben vedere è un’assurdità. Quale grande azienda potrebbe efficientemente funzionare se ogni anno fosse di rigore la girandola degli incarichi che caratterizza la scuola statale? La scuola statale non è l’unica azienda di dimensioni nazionali che esista nel nostro Paese.
La preferenza è una cosa seria.
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Esempi a cui ispirarsi per riformare la scuola
Non mancano quindi esempi cui ispirarsi per costruire un sistema basato su un compromesso ragionevole tra il diritto alla mobilità dei docenti e il diritto alla stabilità dell’esperienza educativa dei discenti. Si tratterà poi di tirare a sorte in caso di richieste superiori al numero dei posti disponibili in ciascuna sezione, e di introdurre meccanismi che scoraggino concentrazioni anomale in determinate sezioni, per esempio assegnando a sorte un certo numero di posti in ogni classe, e riservando in ogni classe un certo numero di posti ad allievi variamente svantaggiati; ma questo viene di conseguenza.
Cruciale è la formazione di stabili comunità educanti di docenti e la possibilità di scelta dei genitori dei discenti. Così facendo di fatto si metterebbe nelle mani degli utenti un meccanismo di verifica della qualità del servizio prestato e quindi il diritto di scegliere ciò che si ritiene meglio: qualcosa di non diverso in fondo da quello che è nelle mani dell’acquirente di qualsiasi altro bene o servizio. Ovviamente però di particolare importanza nel caso della scuola poichè rende possibile la ricerca di maestri. E oggi solo l’incontro con persone che siano degli autentici maestri ci può mettere al riparo dalle pressioni distorte di un sistema mediatico che è comunque condizionato da giganteschi interessi anomali.
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1 commento
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Per un problema nazionale e generazionale la vostra soluzione è un buono sconto ai clienti benestanti delle scuole di comunione e liberazione della lombardia?
Qui si parla di figli e generazioni, non delle vostre casse!