«Israele e Iran devono lasciare in pace il Libano»

Di Leone Grotti
31 Agosto 2026
Intervista a monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut: «Ho paura che il Libano finisca nel cestino dell'oblio. Parlare di pace oggi è difficile ma non c'è alternativa al dialogo»
Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino, allo stand di Tempi al Meeting di Rimini
Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino, allo stand di Tempi al Meeting di Rimini (foto Tempi)

«Bisogna essere realisti: Israele non può pretendere che l’esercito libanese combatta contro il suo stesso popolo e disarmi Hezbollah mentre l’Idf continua a controllare il sud del paese». Monsignor César Essayan è vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino. Come tutti i libanesi, è stanco della guerra e della povertà, ma soprattutto ha paura che il suo paese «finisca nel cestino dell’oblio», dichiara a Tempi dai padiglioni della fiera del Meeting di Rimini, dove ha parlato insieme al ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani.

Monsignor Essayan, l’Italia si sta impegnando a livello diplomatico perché si trovi un accordo di pace tra Israele e Libano. Dopo sette round di colloqui è fiducioso che si possa trovare una soluzione?
Parlare di pace oggi è davvero difficile, ma non c’è alternativa al dialogo e sono certo che si possa arrivare a una soluzione. L’importante è non dimenticare l’origine storica di questo conflitto.

Perché?
Israele lamenta la presenza armata di Hezbollah nel sud del Libano, e questo è comprensibile, ma non deve dimenticare che il gruppo è nato come movimento di resistenza a una precedente invasione di Israele. Chiedere ora che l’esercito libanese combatta Hezbollah, cioè dei membri del popolo libanese, mentre ancora Israele occupa il nostro territorio è irrealistico.

I danni causati da un bombardamento israeliano nel villaggio di Ansar, nel sud del Libano, il 15 agosto
I danni causati da un bombardamento israeliano nel villaggio di Ansar, nel sud del Libano, il 15 agosto (foto Ansa)

Hezbollah crea però problemi anche al Libano, trascinandolo in guerra.
Il problema principale è che Hezbollah è nato come movimento sciita e alleato fedele dell’Iran. Non è dunque una resistenza pienamente libanese e non fa solo gli interessi del Libano.

Proprio perché Hezbollah è alleato dell’Iran e non fa gli interessi del Libano, Israele teme che abbandonando il sud del paese tutto tornerà come prima.
Certo, però questo ragionamento è un po’ ipocrita. Hezbollah non è diventato potente in un giorno. Se avessero voluto, avrebbero potuto fermarlo prima.

Come se ne esce allora?
Serve pazienza e serve tempo. Il Libano deve liberarsi dalle ingerenze straniere, sia di Israele che invade e distrugge i nostri villaggi, sia dell’Iran che attraverso di noi vuole esercitare il suo potere sulla regione. Però tutti devono rendersi conto che a pagare per questa situazione sono i civili innocenti, soprattutto le donne e i bambini, che muoiono sotto le bombe.

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L’anno prossimo gli italiani, insieme al resto del contingente dell’Unifil, lasceranno il paese. Una forza internazionale serve ancora nel sud del Libano?
Se gli italiani, i francesi e i contingenti di altri paesi resteranno nel sud del Libano, questo luogo non sarà dimenticato ma resterà al centro dell’attenzione internazionale. Ho paura che se un’altra forza multinazionale non prenderà il posto dell’Unifil, finiremo nel cestino dell’oblio e sul Libano scenderà la notte. E poi non siamo ancora pronti.

A che cosa?
A gestire i nostri problemi da soli. Esercito libanese e israeliano hanno bisogno di una forza che controlli il territorio, che faccia rispettare il cessate il fuoco e che possa mediare. Ci sono ancora troppa rabbia, violenza e aggressività: serve tempo ed è necessario che qualcuno ci aiuti a calmare le acque.

Come stanno i libanesi?
La situazione è davvero complessa. Tutta questa distruzione, tutti questi morti, la gente rimasta senza casa non fanno che generare odio e desiderio di vendetta. Davvero la violenza genera violenza e distrugge lentamente tutto ciò che di umano c’è in noi. Inoltre, la crisi economica iniziata nel 2019 continua a peggiorare, i libanesi non hanno ancora accesso ai loro conti correnti. Abbiamo solo un’ora di elettricità al giorno e dobbiamo pagarci i generatori. Di conseguenza, le famiglie emigrano. Negli ultimi due anni 800 mila persone, soprattutto giovani, se ne sono andate su una popolazione di 5 milioni e mezzo anche per mancanza di lavoro. La popolazione invecchia e non abbiamo i centri per anziani. Le pensioni, poi, praticamente non esistono. Insomma, l’emergenza è assoluta, lo Stato è assente e solo la Chiesa, insieme alle organizzazioni umanitarie, cerca di fare qualcosa.

L'incontro al Meeting tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e Monsignor César Essayan è vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino
L’incontro al Meeting tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e Monsignor César Essayan è vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino (foto Meeting)

Quante volte abbiamo sentito ripetere da san Giovanni Paolo II in poi che il Libano è un «messaggio» di libertà, pluralità e convivialità indispensabile per il Medio Oriente e il mondo intero. Ma è ancora così?
Sì, è ancora così. È chiaro che 51 anni di guerre hanno esasperato le identità e le appartenenze religiose, ma i libanesi non sono scemi e sanno che il problema sono le ideologie, i fondamentalismi, non le religioni. Cristiani, musulmani e drusi continuano a vivere insieme al lavoro, all’università, a scuola, in famiglia.

La diffidenza reciproca non è aumentata?
Durante la guerra un partito cristiano ha ordinato a tutti di non accogliere gli sciiti in fuga dal sud. Noi invece lo abbiamo fatto perché anche loro sono nostri fratelli libanesi. In alcune occasioni ci sono state situazioni di tensione, soprattutto per quanto riguarda un convento di suore letteralmente occupato dagli sciiti, anche in modo violento. Dopo le prime difficoltà, quelle persone hanno vissuto insieme ed è nata una amicizia inaspettata. Tanto che le donne sciite, ormai tornate a casa, rimaste colpite dai cristiani, chiamano le suore ogni giorno per sapere se hanno bisogno di qualcosa. Così nasce la pace.

Perché i cristiani mettono a repentaglio la propria vita e restano nel sud del Libano nonostante l’invasione di Israele?
Da un lato la gente è stanca di spostarsi ogni due anni per i continui bombardamenti, dall’altro sa che la propria vita è lì, che la propria terra è quella e vuole difenderla. Mentre poi alcuni musulmani associano il discorso della resistenza a quello del martirio, per i cristiani è diverso: noi ci fidiamo del Signore e mettiamo la vita nelle sue mani. Ecco perché i cristiani restano.

@LeoneGrotti

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