«Ci serve un battistero più grande». Il miracolo di St-Jo, Grenoble
«Francamente, facciamo fatica a spiegarci i motivi di quello che sta accadendo. I primi a essere stupiti siamo noi. Forse possiamo dire che la secolarizzazione estrema si è trasformata in un’opportunità per la fede: ha creato un vuoto nei cuori che le persone non possono sopportare a lungo, e così si risveglia il senso religioso. Comunque sia, siamo certi che si tratta di una grazia di Dio, per la quale siamo profondamente grati. E di un’altra cosa sono certo: che l’anno prossimo la veglia pasquale durerà parecchio, perché avrò da battezzare 40 giovani e adulti, dopo i 12 di quest’anno. A questo punto abbiamo anche bisogno di un battistero più grande, perché quello di adesso a St-Jo è un po’ piccolo. Ci serve aiuto finanziario».
A parlare così è Christophe Rosier, da due anni parroco della chiesa di Saint-Joseph a Grenoble, per rispondere alla domanda che non solo il conduttore dell’incontro del Meeting “Il risveglio della fede” Mattia Ferraresi ma un po’ tutti hanno voglia di fare agli amici francesi: come si spiegano 21.386 battesimi di adolescenti e di adulti in Francia nel 2026?
«Ho trovato la verità»
Insieme al prete sul palco c’è una giovane donna di nome Ines Saada, master in Scienze politiche imminente, cresciuta in una famiglia multireligiosa non praticante, catecumena: «Lo scorso ottobre ho attraversato un momento difficile, ero soffocata dall’ansia per il mio futuro e non uscivo più di casa; ho detto a mia madre: “Ho deciso, oggi vado in chiesa”, lei mi ha chiesto: “Perché proprio ora?”, le ho risposto: “Ci ho pensato tante volte ma ho sempre rimandato, ma adesso è la cosa che sento di più di dover fare”. Sono entrata nella chiesa di St-Jo semplicemente perché è la più vicina a casa mia. Non andavo più in chiesa da quando ero bambina e ci accompagnavo mia nonna, l’unica credente praticante della mia famiglia. Durante la Messa ho sentito qualcosa di molto forte che non riuscivo a spiegarmi, il fardello che mi portavo sulle spalle è scomparso: avevo trovato la verità. Sono uscita dalla Messa e subito ho incontrato suor Anne [la principale collaboratrice di padre Rosier, ndr], le ho detto che volevo essere ammessa al catecumenato e ricevere il battesimo».
La “parrocchia personale” dei giovani
Bisogna dire che Saint-Joseph, St-Jo per gli amici, è una parrocchia molto particolare. Diciotto anni fa il vescovo di Grenoble chiese ai giovani cattolici della città di che cosa secondo loro c’era bisogno per riavvicinare i loro coetanei alla fede. «Sedete, riflettete, pregate e ditemi di che cosa c’è bisogno per la fede dei giovani». Quelli presero la cosa molto sul serio e dopo un po’ formularono le loro richieste: «Ci serve una chiesa, qualcuno che faccia formazione e un bar». Il vescovo esaudì tutte e tre le richieste individuando nella parrocchia di Saint-Joseph il luogo che rispondeva a tutti i requisiti.
Per un po’ di tempo ci fu una convivenza fra i parrocchiani già esistenti e i giovani che sopraggiunsero, poi nel 2019 St-Jo cessò completamente di essere una parrocchia territoriale per diventare una “parrocchia personale” (forse in Italia diremmo una parrocchia specializzata, ricordando i rami specializzati dell’Azione Cattolica), destinata ai giovani fra i 18 e i 35 anni di età. Una parrocchia vivace e ricca di proposte: dai corsi per fidanzati alle attività caritative rivolte ai senzatetto, dalle gite in montagna alle iniziative culturali. Ma soprattutto centrata sulla Messa serale, che nei giorni feriali attira un centinaio di ragazzi, in quelli festivi 3-400 persone. Una Messa che colpisce tutti quelli che l’hanno frequentata almeno una volta per il suo preludio: dieci minuti di assoluto silenzio e profonda meditazione da parte dei presenti seguiti da un canto che accompagna la salita del celebrante all’altare.
Alla ricerca del senso della vita
«All’uscita saluto le persone, e capita spesso che qualcuno mi dica: “È la prima volta che partecipo a una Messa”. Oppure semplicemente chiedono di potersi avvicinare alla fede», spiega padre Rosier. Ma chi sono questi giovani, cosa hanno eventualmente in comune? «Non c’è un solo genere, e lo si vede bene a Messa: si va dal tipo tutto tatuato vestito in una certa maniera a quelli incravattati. È vero che una maggioranza relativa viene da noi sull’onda di un’esperienza traumatica, di un momento difficile della propria vita: si tratta del 40 per cento circa dei casi. Ricordo una giovane donna che ha perso la figlia di un anno e mezzo per una grave malattia».
Molti altri, continua il sacerdote francese, semplicemente sono alla ricerca del senso della vita. «Una ragazza aveva trovato in una cabina telefonica abbandonata un catechismo per bambini, incuriosita l’ha asportato e ha cominciato a leggerlo. È venuta da noi per saperne di più e si è imbattuta in una signora anziana che cura la chiesa: è stata lei ad aiutarla a leggere e comprendere. Il che ci porta al discorso sulle nonne: ci sono ragazzi che vengono in chiesa sull’onda del lutto per la morte della nonna, che era l’ultima persona credente nella famiglia».
Il fattore islam
«Poi c’è l’ondata del Mercoledì delle Ceneri», aggiunge padre Rosier. «Negli ultimi due anni abbiamo registrato un afflusso abnorme di persone per la cerimonia dell’inizio della Quaresima. Ho chiesto ad altri confratelli in altre parrocchie, e tutti mi hanno dato conferma: anche da loro le Ceneri avevano visto un affollamento inconsueto. La Quaresima è diventata un momento cruciale di identificazione religiosa, gruppi di giovani si impegnano collettivamente ad osservare i precetti quaresimali. E insistono a chiederci chiarimenti su ciò che è permesso e ciò che non è permesso in tempo di Quaresima. Noi cerchiamo di chiarire che la Quaresima è un tempo di apertura all’amore di Dio, che è la cosa più importante, ma loro ci tengono molto alle pratiche ascetiche».
È facile immaginare che i giovani animati da questi scrupoli provengano da ambienti musulmani e guardino alla Quaresima come a una specie di Ramadan cristiano. Ma l’“influenza islamica” sulle recenti richieste di battesimo ha anche un altro aspetto. Azzarda padre Rosier: «In Francia la presenza dell’islam è significativa, e molti non musulmani si sentono interrogati dalla fede e dalla disciplina islamiche, si fanno domande sulla propria appartenenza religiosa tradizionale. Il patrimonio artistico e architettonico cristiano francese è un punto di riferimento per la loro ricerca: entrano in una basilica, in un santuario, lì incontrano un prete, un monaco o una suora e comincia il discorso».
Un approccio basato sull’amicizia
St-Jo rappresenta anche la risposta alla preoccupazione che, una volta ricevuto il battesimo, i proseliti spariscano nella natura. «A St-Jo ho trovato una famiglia. Ci sono tante proposte che fanno sì che sia possibile vivere una vita di comunità. Sono rimasta perché nella parrocchia mi trattano come se mi conoscessero da sempre», dice Ines, che pure è solo catecumena. «Da subito mi hanno considerato una di loro, e questo ha aumentato il mio desiderio di integrarmi nella comunità e nella Chiesa».
Spiega ancora padre Rosier: «Facciamo un primo annuncio in due incontri, nei quali ripercorriamo tutto il cammino dalla creazione all’evento della nostra salvezza, poi un incontro la domenica pomeriggio una volta al mese. Ma organizziamo anche gruppi di fraternità più piccoli che si riuniscono con cadenza quindicinale. Chi vuole vedersi più spesso in modo informale non ha che da venire al nostro bar, Isèreanybody Café. Stimoliamo l’amicizia fra i giovani, la mettiamo al centro del nostro approccio, perché saranno i legami fra loro a sostenerli nei momenti difficili».
«La cultura laicista non basta più»
Alcune curiose conseguenze del fenomeno francese: «I catecumeni amano molto le devozioni tradizionali che nella generazione che li ha preceduti non erano più molto di moda: la recita del Rosario, l’adorazione eucaristica. Ciò ha fatto sì che anche alcuni più anziani che si erano allontanati da queste devozioni siano tornati a praticarle». «I nostri primi missionari sono proprio i catecumeni. Ho presente un ragazzo di nome Iuri: va nel campus dell’università dove studia, porta un tavolino e un paio di sedie, li sistema sull’erba ed espone un cartello: “Il dibattito è aperto”. Con chi si avvicina parla della scoperta della fede».
Infine la grande gioia di vedere le famiglie riunite a Messa, i giovani proseliti che vengono in chiesa insieme ai genitori, che da tantissimo tempo non frequentavano. Come nel caso di Ines: sua madre, originaria di una famiglia mista cattolico-protestante, è tornata in chiesa dopo tempo immemore insieme alla figlia. Commenta Ines: «La cultura laicista che domina a scuola ha allontanato noi giovani da qualunque spiritualità, ci ha spinti a non farci domande. Ma oggi c’è una generazione che ha capito che la realtà materiale non risponde a tutte le nostre domande. Non ci accontentiamo più, è questo che io chiamo apertura alla spiritualità».
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