«Non ci fidiamo di quello che dice Putin, conta solo ciò che fa»
«Non ci fidiamo di Putin né di ciò che la Russia dice, ma solo di ciò che fa. Cioè, continuare a bombardare l’Ucraina e a uccidere». Così il vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia, monsignor Pavlo Honcharuk, commenta a Tempi dai padiglioni della fiera di Rimini, a margine di una conferenza al Meeting, i recenti movimenti diplomatici che hanno coinvolto, separatamente, Stati Uniti, Russia e Vaticano.
Martedì il direttore della Cia, John Ratcliffe, ha visitato Mosca anche se «non ha incontrato Vladimir Putin», come sottolineato dal Cremlino. Non è chiaro quali siano stati gli argomenti discussi dai responsabili dei servizi di intelligence di Usa e Russia, ma sicuramente la guerra in Ucraina ha occupato un posto di primo piano. Allo stesso tempo, per la prima volta, il “ministro degli Esteri” del Vaticano, l’arcivescovo Paul Gallagher, ha incontrato il proprio omologo Sergey Lavrov nella capitale russa, ribadendo la posizione della Santa Sede: non esiste soluzione militare al conflitto.
C’è chi resta scettico sulla possibilità di offrire troppo a Putin in cambio di una cessazione delle ostilità. In un’intervista ai media ucraini, l’ex inviato speciale di Donald Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha dichiarato: «Putin è una specie di Hitler, anche se gli si concedesse il Donbass non si fermerebbe. Del resto, potrebbe porre fine al conflitto in cinque minuti se volesse».
Monsignor Honcharuk, crede che i negoziati possano porre fine al conflitto?
Io sono assolutamente d’accordo con Kellogg. Bisogna capire che la Russia ragiona e si muove come un impero. E un impero, proprio come una bicicletta, ha sempre bisogno di un minimo movimento per andare avanti. E qual è il movimento di cui ha bisogno un impero? La guerra, le conquiste e il mostrare a tutti che si sta vincendo.
Quindi pensa che la Russia non si fermerebbe neanche se ottenesse il Donbass?
L’Italia si vanta nel mondo della sua cultura, della sua bellezza e delle sue opere letterarie e artistiche, giusto?
Giusto.
Sa di che cosa si vanta la Russia? Di essere grande e temuta da tutti. Eppure, quando i russi parlano con gli altri paesi europei, sottolineano sempre la cultura, perché sanno che voi siete molto sensibili a questo aspetto. Il mio consiglio per capire la Russia è questo: guardate a quello che fa, non a quello che dice. Quando vedremo concrete azioni di pace, inizieremo a fidarci.
Lei è stato nominato vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia nel gennaio 2020 a soli 42 anni. La sua è una diocesi enorme (196.000 kmq), attraversata dal fronte e alcune regioni sono ora occupate dai russi. Oggi giorno Kharkiv è bersagliata da droni e missili. Come è cambiata la sua vita e quella dei suoi sacerdoti in questi anni di guerra?
È cambiato tutto. Tanti fedeli sono fuggiti e in alcune parrocchie sono rimaste poche persone. Altre parrocchie non esistono più, ci sono intere città rase al suolo. La Russia conduce così la guerra: distrugge tutto fino a quando non rimane in piedi neanche un muro. Prima della guerra avevamo 70 mila parrocchiani, oggi circa 2.000. Con le regioni occupate dai russi non abbiamo più contatti. Al servizio che rendevamo anche prima della guerra si sono aggiunti dei compiti in più: infatti, se molti fedeli sono scappati, altri se ne sono aggiunti. Moltissimi soldati, uomini e donne, sono cattolici. E noi dobbiamo prenderci cura anche di loro.
In che modo?
Bisogna curare l’anima e il corpo delle persone. Per le anime continuiamo a offrire i sacramenti, la ricchezza della Chiesa. E per il corpo ci impegniamo a fornire a tutti cibo, vestiti, medicine. Cerchiamo di aiutare, insomma. Ma il primo modo in cui si manifesta il nostro amore per la gente è la presenza. Io e i preti della mia diocesi potevamo andarcene, scappare dalla guerra. Invece siamo rimasti per sostenere la gente, anche se sappiamo tutti quanto è rischioso.
Lei personalmente perché è rimasto a Kharkiv in questi anni di guerra?
E come avrei potuto andarmene? A Kharkiv c’è la mia gente, qui ci sono i miei preti. La mia presenza è un sostegno grande per chi serve le altre persone. Come si dice, il comandante è l’ultimo a lasciare la nave. Per me questo è un concetto molto importante: io sono il capitano della mia diocesi e resterò fino all’ultimo.
Al Meeting ha parlato dell’amore che guida le sue giornate e che nasce dall’educazione cristiana che gli ucraini hanno ricevuto. Anche i russi hanno ricevuto la stessa educazione cristiana, eppure vi muovono guerra. Una guerra che i vertici della Chiesa ortodossa di Mosca hanno appoggiato. Come se lo spiega?
Non vorrei esagerare, ma tra l’Ucraina e la Russia c’è la stessa differenza che corre tra la Corea del Sud e del Nord. L’Ucraina è un paese libero, la Russia è una dittatura. Noi, anche oggi, possiamo scendere in piazza a protestare contro il nostro presidente, se necessario. Sui social media possiamo lamentarci e criticare se non siamo d’accordo con ciò che fa il governo. C’è libertà di pensiero e di parola. In Russia chi esprime un’opinione diversa da quella di Putin, scompare. Dov’è Navalny? Dove sono gli altri politici? Perché li hanno uccisi? Perché la Russia è una dittatura, una enorme prigione.
I russi dovrebbero scendere in piazza anche loro e protestare contro il regime?
In Russia chi ha un pensiero proprio ha paura a esprimerlo, perché teme per la propria vita. Io penso che noi non abbiamo il diritto di chiedere loro un tale sacrificio. Ci vuole un grande coraggio e un grande eroismo per esprimere il proprio pensiero pubblicamente, mettendo a repentaglio la propria vita. Ogni persona deve decidere se farlo, noi non possiamo imporre questa decisione.
Il Patriarcato di Mosca la propria opinione l’ha espressa molto chiaramente.
La gerarchia della Chiesa ortodossa fa parte del governo dittatoriale russo purtroppo. È un organismo del potere, ormai, mentre gli altri leader religiosi soffrono e sono costretti al silenzio. La loro situazione è molto difficile: devono tacere o verranno distrutti.
Aleksandr Danièl’, cofondatore di Memorial, in una recente intervista ci ha detto: «Io temo che questa guerra porterà alla morte della Russia, alla disintegrazione della sua cultura e dei suoi valori».
Il rischio c’è. Tantissimi russi oggi scappano dal paese, soprattutto in direzione della Georgia. Tra meno di un mese ci saranno le elezioni in Russia e la gente ha paura che dopo il voto il Cremlino decreterà la mobilitazione generale. Nelle ultime settimane 40 mila persone sono già fuggite in Georgia. Adesso poi che l’Ucraina colpisce magazzini e raffinerie, tanta gente sta perdendo il lavoro e si trova in una situazione in cui non può ripagare i propri debiti. Se da un lato questa situazione rappresenta una minaccia per l’economia russa, dall’altro il Cremlino vede un vantaggio. Potrà infatti proporre alla gente di cancellare i loro debiti in cambio dell’arruolamento nell’esercito. Non vuoi morire di fame? Allora vai a combattere.
Anche l’Ucraina non è al riparo da problemi e derive. Il mese scorso Volodymyr Zelensky ha licenziato il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che ha fortemente criticato il presidente, chiedendo risposte sulla corruzione e nuove elezioni. Che cosa ne pensa?
È positivo che la società e la vita politica dell’Ucraina restino in movimento. La gente ha il diritto di esprimere la propria posizione, ha il diritto di protestare e i politici devono potere discutere apertamente. Questa è la democrazia. Ovviamente siamo in un momento pericoloso e abbiamo anche rischiato in alcuni frangenti di scivolare nell’autoritarismo. Ora mi pare che il presidente stia cercando di accogliere le richieste della popolazione.
Da quattro anni e mezzo vive in una città bersagliata ogni giorno da droni e missili. Odia la Russia?
Ogni giorno cerchiamo di sopravvivere, ma io non odio nessuno. Voglio invece che nel mio cuore alberghino Dio e l’amore. Ho detto spesso che il mio cuore è come un autobus: tra i passeggeri c’è il dolore, c’è la rabbia e tante altre cose. Di certo nessuno sorride: non sarebbe realistico, né giusto. Ma alla guida di questo autobus deve sempre esserci l’amore che viene da Dio. E io auguro a tutti, ucraini e russi, di avere sempre l’amore alla guida del proprio autobus.
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