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Trump se la prende col Papa ma se si ritrova all’angolo la colpa è solo sua

Di Rodolfo Casadei
14 Aprile 2026
Ha portato all’estremo il conflitto con l’Iran convinto di trionfare in pochi giorni. Grave errore, lo stesso di Putin in Ucraina. Non se la caverà scagliando il martello contro il Grillo parlante che svela il suo «delirio di onnipotenza»
Donald Trump (foto Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa)

Gli attacchi verbali di Donald Trump a Leone XIV sono il prodotto di una frustrazione. La frustrazione causata dal fallimento del progetto di abbattere con la forza il regime teocratico iraniano. Progetto perseguito senza alternative, senza piani B, fidandosi totalmente della propria enorme forza militare e confidando in un’iniziativa ribelle del popolo iraniano che non c’è stata.

Due atti di fiducia andati completamente delusi perché irrealistici: l’applicazione di una forza enorme ma pur sempre intrinsecamente limitata non produce i cambiamenti desiderati quando i desideri non sono proporzionati alla totalità dei fattori della realtà, quando i desideri sono illimitati e megalomani. Il coraggiosissimo popolo iraniano (protagonista di una dozzina di sollevazioni represse nel sangue nell’ultimo ventennio, in un paese che nel solo 2025 ha eseguito 1.625 sentenze capitali, di gran lunga il primo al mondo in rapporto al numero degli abitanti) non è disposto a sacrificarsi nei tempi e nei modi decisi da altri quando non ha la concreta possibilità materiale di rovesciare il regime.

La distruzione di obiettivi e infrastrutture militari e le uccisioni mirate di esponenti del sistema di potere iraniano non possono sconfiggere la determinazione di tale sistema a combattere in una prospettiva martiriale: o vittoria o morte, la morte nella guerra santa essendo un’altra forma di vittoria. È l’ideologia ed è la prassi rivoluzionaria del khomeinismo sin dal suo sorgere e dalla sua ascesa al potere nel 1979.

Come Putin in Ucraina

Donald Trump ha ripetuto lo stesso errore e si trova nella stessa situazione di Vladimir Putin: ha portato all’estremo un conflitto strisciante nella convinzione di poter ottenere una vittoria completa nel giro di pochi giorni, ha immaginato di poter sostituire un regime amico a un regime nemico con un blitz rapido, schiacciante ed efficace. In forza di queste convinzioni, nessuno dei due leader aveva previsto e organizzato un piano B nel caso che gli obiettivi iniziali non potessero essere conseguiti, ed entrambi si sono trovati a improvvisare la gestione di una crisi di lunga durata che non avevano immaginato potesse crearsi, e dalla quale non sanno bene come uscire.

Ma mentre Putin è riuscito in qualche modo a sottrarsi all’isolamento decretato dagli occidentali contro di lui in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, e ha in parte ovviato al venir meno dei rapporti coi partner ed interlocutori occidentali ampliando e rafforzando quelli con partner antioccidentali come la Cina, la Corea del Nord e l’Iran e con paesi che giocano fra le linee come la Turchia e quelli riuniti nel Brics, l’America di Trump accresce un passo dopo l’altro il proprio isolamento internazionale, allunga ad ogni nuova crisi la lista dei traditori e dei nemici veri o presunti, ritrovandosi così sempre più sola. Nella lista da domenica è entrato anche Leone XIV, il primo papa statunitense della storia.

Il post contro papa Leone XIV pubblicato da Donald Trump nella notte tra domenica e lunedì sulla sua piattaforma social Truth
Il post contro papa Leone XIV pubblicato da Donald Trump nella notte tra domenica e lunedì sulla sua piattaforma social Truth

Le parole di Leone che hanno fatto infuriare Trump

Che cosa ha fatto costui per meritarsi la reprimenda trumpiana? Ha fatto quello che ogni papa fa in quanto papa (cioè in forza del suo ruolo) e in quanto battezzato, cioè in forza della natura della sua personale fede cristiana: ha detto la verità e ha richiamato il capo dello Stato americano e tutti i potenti del mondo alle loro responsabilità. Le responsabilità consistono nello scegliere la strada del negoziato e della diplomazia rispetto a quella della guerra, perché chi governa è chiamato a proteggere la vita dei propri governati e a rispettare quella di coloro che sono governati da altri.

Alla veglia per la pace il Papa ha detto:

«Vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».

E la verità (senza la quale dialogo e mediazione non avrebbero una solida base) è che «chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte»; la vera preghiera non è quella per la vittoria in battaglia o di chi si crede l’unto del Signore, ma quella che è «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo».

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La maledizione di chi si sente onnipotente

La verità è che chi si lascia sedurre dalla lusinga dell’onnipotenza, che comporta sempre l’esercizio di un’oppressione sugli altri, finirà per sperimentare un’amara impotenza. Il massimo esercizio della massima potenza, attraverso un uso della forza che comporta distruzione e morte, sfocia nella percezione della propria impotenza di fronte alle conseguenze indesiderate dei propri atti. Il caso Trump-Iran è paradigmatico di questa verità. E allora la stizza può facilmente condurre a prendersela con chi ha cercato e cerca di risvegliare la voce della coscienza.

La reazione di Donald Trump nei confronti di Leone XIV ricorda per alcuni aspetti quella di Pinocchio col Grillo parlante. Il grillo gli ricorda le verità che non vuol sentirsi dire: che chi disobbedisce ai genitori e si fa guidare dal solo principio di piacere finisce male, «all’ospedale o in prigione», e resta tutta la vita un burattino con «la testa di legno», cioè un essere né razionale né morale né capace di affetti. Per tutta risposta Pinocchio scaglia il martello che stecchisce l’insetto: fa tacere la voce della coscienza.

Anche Trump sembra voler far tacere la voce della coscienza, ma il lancio di oggetto contundente da parte sua è meno istintivo di quello del personaggio di Collodi. Il suo martello è avvolto in accuse di carattere politico in materia di ordine pubblico e politica internazionale, ma soprattutto è rivelatore dell’impostazione che Leone XIV ha voluto sconfessare, e che il presidente americano riafferma proprio nel momento in cui ne sta sperimentando l’inanità: Trump ha definito Leone XIV “debole”, cioè ha riaffermato il primato della forza nella storia e ha caratterizzato come moralmente negativa la debolezza. Il presidente che si fa riprendere in preghiera circondato di pastori protestanti e che vuole essere considerato un governante cristiano si fa promotore di una morale nietzscheana e tributaria del darwinismo sociale.

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Altro che realismo al servizio della pace

Non è questo l’unico paradosso del secondo mandato Trump. Il presidente che qualche giorno fa alludeva alla possibilità di cancellare in una notte un’intera civiltà, appena quindici mesi fa affermava nel suo discorso di investitura: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre che concluderemo. E, forse ancora più importante, in base alle guerre che non cominceremo mai». Quel Trump, che faceva sperare in un’epoca di distensione e di accordi fra le grandi potenze, in un’era di realismo al servizio della pace dopo l’era dell’idealismo liberal che aveva precipitato guerre e instabilità, è stato sedotto dal fascino dell’esercizio della potenza.

Per quanto si voglia descrivere Trump come un reazionario restauratore della teocrazia in Occidente, e per quanto lui stesso ci tenga a mostrarsi sovrano cristianissimo, il suo rovinoso cedimento al fascino dell’esercizio di una potenza schiacciante per realizzare il cambiamento che la persuasione diplomatica tarda a determinare ce lo mostra come l’ultimo erede della dialettica dell’illuminismo (la ragione che si autolimita a pura ragione strumentale e perciò alimenta volontà di potenza illimitata) che i Max Horkheimer e Theodor Adorno seppero con onestà intellettuale indicarci, quando definirono Nietzsche «esecutore inflessibile dell’illuminismo».

L’immagine di Trump “guaritore” come Gesù postata dallo stesso presidente americano – in polemica con il Papa – sempre su Truth
L’immagine di Trump “guaritore” come Gesù postata dallo stesso presidente americano – in polemica con il Papa – sempre su Truth

Legittimazione religiosa per chi?

Molto si è scritto e molto si scriverà sull’uso politico della religione da parte dell’amministrazione Trump, uso che ha certamente motivato alcune recenti prese di posizione critiche di Leone XIV, come quella sulla guerra che non può essere dichiarata in nome di Dio. Ora, lo scopo di uno strumento è quello di essere utile, e si fa fatica a immaginare che le foto delle imposizioni delle mani dei pastori sul capo di Trump nello Studio ovale o le immaginette di lui che a sua volta posa la mano su un allettato (presumibilmente ferito di guerra) per guarirlo miracolosamente come farebbe Gesù, configurino un uso politico della religione che conferisce legittimità e attira consenso su chi se ne fa protagonista.

È verosimilmente più probabile il contrario. Come ha scritto qualche giorno fa sul Financial Times Janan Ganesh,

«L’attuale abbraccio del populismo con la religione potrebbe essere ricordato come il momento in cui il movimento ha oltrepassato i limiti. […] Se i populisti dovessero ora trasformarsi in un movimento moralista, o in quello che Joe Rogan chiama “un branco di fottuti idioti”, la coalizione elettorale del 2016 non reggerà».

Forse bisogna cominciare a pensare che il ricorso alla religione da parte di Trump e di altri politici nel mondo non è funzionale tanto al bisogno di legittimarsi agli occhi del popolo (sempre più secolarizzato e agnostico ovunque), quanto a quello di legittimarsi ai propri occhi. Per far tacere la voce della coscienza non basta lanciare un martello contro il Grillo parlante, bisogna sostituire quella voce con altre parole e altre immagini soprattutto per se stessi, per non crollare. Quelle parole e quelle immagini necessariamente ricorrono al repertorio del sacro, perché l’uomo è essere intrinsecamente religioso, mosso dal proprio senso religioso.

Un gruppo di pastori protestanti benedice e prega su Trump nello Studio ovale della Casa Bianca
Un gruppo di pastori protestanti benedice e prega su Trump nello Studio ovale della Casa Bianca

Tutti i difetti del presidente

Dopodiché l’operazione rifletterà soprattutto i difetti di carattere personale di chi la promuove. E quelli di Trump si stanno rivelando notevoli. Ha scritto uno spietato Kevin D. Williamson, commentatore conservatore da sempre critico di Trump:

«È un uomo semplice le cui azioni si possono descrivere nel modo più diretto e preciso come la normale applicazione quotidiana dei suoi vizi: pigrizia, vendicatività, avidità, vanità, arroganza, codardia e, soprattutto, stupidità. È un ottuso accecato dalla rabbia, dotato di un innato talento per manipolare gli ingenui meno capaci e vulnerabile alla manipolazione da parte di uomini altrettanto spietati ma più abili: Vladimir Putin, J.D. Vance, Stephen Miller, persino uno o due dei suoi figli idioti. Gli uomini più forti possono raggirarlo, mentre quelli più deboli riescono a manipolarlo adulandolo. I suoi nemici possono manipolarlo con la stessa facilità dei suoi alleati».

Forse Williamson esagera, eppure alla sua lista di vizi mancano due sostantivi: megalomania e paranoia. Vizi di chi mette sé al centro di tutto. Mentre Leone XIV insegna a relativizzarsi, a mettersi da parte per lasciare spazio a Cristo. E a partire dal cambiamento di sé:

«La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro».

@RodolfoCasadei

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