Da guerrieri in ciabatte a potenza militare. Gli houthi spaventano l’Arabia Saudita

Di Leone Grotti
15 Ottobre 2026
Riyad non riesce a difendersi dagli attacchi dei ribelli yemeniti, che stanno mandando in fumo il progetto dell'erede al trono wahhabita a suon di droni e missili
Sostenitori degli houthi manifestano a Sana'a, capitale dello Yemen, contro l'Arabia Saudita il 9 ottobre
Sostenitori degli houthi manifestano a Sana'a, capitale dello Yemen, contro l'Arabia Saudita il 9 ottobre (foto Ansa)

Prima dello scoppio delle Primavere arabe, in pochi avevano anche solo mai sentito parlare degli houthi, i “Partigiani di Dio” (Ansar Allah) che nello Stato più povero del mondo arabo, il martoriato Yemen, si battevano contro il governo nazionale per rilanciare nel Paese lo zaidismo (corrente sciita di minoranza) e restituire importanza economica e politica all’area settentrionale dalla quale provenivano.

Anche quando si dimostrarono capaci, a partire dal 2015, di tenere testa alla sanguinosa e disastrosa campagna militare dell’Arabia Saudita in Yemen, grazie al sostegno dell’Iran sciita, in pochi consideravano pericolosi dei guerriglieri che combattevano in ciabatte di plastica, tute mimetiche spagliate, kalashnikov a tracolla e qat sempre in bocca.

Eppure, i ribelli yemeniti, il cui grido di battaglia è diventato celebre («Dio è grande; morte all’America; morte a Israele; maledizione sugli ebrei; vittoria all’islam»), sono usciti da tempo dallo stato di minorità e sono ormai in grado di tenere sotto scacco un paese ricco e infinitamente più sviluppato come la confinante Arabia Saudita.

Un fermo immagine tratto da un video diffuso dall'emittente Al-Masirah Tv (gestita dagli houthi) l'8 ottobre 2026 mostra combattenti houthi impegnati in un'offensiva contro le forze yemenite sostenute dall'Arabia Saudita nella provincia di Taiz, in Yemen
Un fermo immagine tratto da un video diffuso dall’emittente Al-Masirah Tv (gestita dagli houthi) l’8 ottobre 2026 mostra combattenti houthi impegnati in un’offensiva contro le forze yemenite sostenute dall’Arabia Saudita nella provincia di Taiz, in Yemen (foto Ansa)

I missili houthi made in Cina

Sabato gli houthi hanno bersagliato con droni e missili l’aeroporto internazionale Re Khalid di Riyad, facendo 13 morti e oltre 300 feriti. Nell’ultima settimana gli attacchi alle infrastrutture logistiche ed energetiche saudite sono proseguiti e ieri il portavoce militare dei ribelli yemeniti Yahya Saree ha rivendicato «un’operazione militare di alto livello contro Aramco a Dhahran, l’aeroporto internazionale Re Khalid e la raffineria Aramco a Riad».

I guerrieri in ciabatte, che controllano posizioni strategiche nei pressi dello Stretto di Bab el-Mandeb per bloccare il transito delle petroliere saudite verso il Canale di Suez, sono sempre più tecnologici e secondo un rapporto di Conflict Armament Research, visionato in anteprima dal Wall Street Journal, stanno producendo autonomamente con componenti cinesi missili balistici avanzati a medio raggio.

Con una gittata di circa 1.200 miglia, l’intera Arabia Saudita e Israele sarebbero potenziali bersagli degli houthi.

L’Arabia Saudita ha paura

Il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato lunedì che Riyad non si farà intimorire perché «nel dizionario saudita la parola “paura” non esiste». La spacconata è l’ultimo evidente segnale che la guerra asimmetrica sferrata dagli houthi contro i sauditi funziona e che il regno wahhabita è davvero nel panico.

Mohammed bin Salman (Mbs), erede al trono e già oggi leader de facto dell’Arabia Saudita, ha delineato la sua strategia per cambiare il paese nel progetto Saudi Vision 2030. Attraverso l’accentramento del potere e la modernizzazione del paese, Mbs vuole cercare di diversificare l’economia saudita, diminuendo la dipendenza del paese dal petrolio e favorendo il turismo.

Ma per realizzare il suo progetto, l’autocrate saudita ha innanzitutto bisogno di stabilità. Per questo la guerra tra Iran e Stati Uniti è una rovina per Riyad e per questo gli houthi, alleati di Teheran, rappresentano per i sauditi una minaccia serissima.

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Turisti e investitori scappano da Riyad

Dopo gli attacchi all’aeroporto di Riyad, una decina nell’ultima settimana, le autorità hanno deciso di chiudere lo scalo almeno fino a sabato 17, dal momento che le compagnie aeree avevano già cancellato oltre 3.000 voli. Migliaia di pellegrini, che solitamente tra ottobre e gennaio si recano in Arabia Saudita per effettuare l’umra, un pellegrinaggio islamico alla Mecca, hanno annullato il viaggio.

Molti partecipanti alla “Davos del deserto”, il forum economico Future Investment Initiative che dovrebbe tenersi dal 26 al 29 ottobre nella capitale saudita, probabilmente non si recheranno a Riyad, e i presidenti di ExxonMobil, TotalEnergies, Shell e Bp, che domenica dovevano partecipare al World Petroleum Council, hanno disdetto la propria presenza.

Altre iniziative, come il Misk Global Forum, hanno già cancellato i propri eventi per l’assenza obbligata dei relatori. «Non c’è dubbio che gli attacchi degli houthi sugli aeroporti sauditi siano stati pensati per danneggiare la reputazione globale del regno e per vanificare una parte essenziale del progetto Vision 2030», ha dichiarato al Financial Times Sean Foley, professore di Storia mediorientale presso la Middle Tennessee State University.

Gli houthi non sono più guerrieri in ciabatte

L’Arabia Saudita è uno dei più grandi importatori di armi al mondo e il principale acquirente di armi americani. Negli anni ha costruito un arsenale sofisticato, che pochi altri paesi possono vantare: caccia F-15 e sistemi missilistici di difesa Patriot sono solo alcuni degli armamenti di ultima generazione di cui il regno dispone.

Eppure, le ultra-tecnologiche difese aree saudite non sono riuscite a proteggere le principali infrastrutture logistiche ed energetiche del paese dai missili lanciati dagli houthi, gettando un’ombra sulle capacità militari di Riyad.

I sostenitori degli houthi in Yemen alzano i kalashnikov al cielo durante una manifestazione contro l'Arabia Saudita
I sostenitori degli houthi in Yemen alzano i kalashnikov al cielo durante una manifestazione contro l’Arabia Saudita (foto Ansa)

Il fallimento di Mbs

Al di là delle deficienze saudite, parte del fallimento del paese di Mbs deve essere ricercato nel formidabile miglioramento delle proprie capacità belliche da parte degli houthi. Se nel 2015 i ribelli contavano su una forza di 30 mila uomini, nel 2024 avevano reclutato fino a 350 mila soldati, arrivando a controllare un terzo dello Yemen e a imporre inediti blocchi navali.

Inoltre, i “Partigiani di Allah” hanno mandato a memoria alla perfezione le tattiche di guerra asimmetrica adottate dall’Iran contro gli Stati Uniti. Per danneggiare l’Arabia Saudita, gli houthi non hanno bisogno di vincere la guerra ma soltanto di rendere instabile il regno wahhabita dal punto di vista della sicurezza. E ci stanno riuscendo benissimo.

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