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La scuola nell’era della denatalità

Di Piero Vietti
01 Ottobre 2025
L’inverno demografico sta già svuotando le classi e facendo strage di istituti in tutta Italia. La crisi non è certo arrivata imprevista, ma adesso si può trasformarla in opportunità? Francesco Manfredi, presidente di Indire, è convinto di sì
Scuola e crisi demografica in Italia
Illustrazione di Lorenzo Morabito

I numeri sono impressionanti, e fotografano un’emergenza di cui per troppo tempo prima non si è parlato affatto, e poi è stata affrontata in modo astratto, come se le sue conseguenze fossero lontane nel tempo e ancora evitabili. Nell’anno scolastico 2024-2025 le 362.115 classi di scuola statale in Italia hanno accolto 7.073.587 studenti (per quanto riguarda le scuole paritarie, il dato più recente a disposizione è quello del 2023-2024 in cui si contavano 771.909 studenti) e nel 2025-2026 si scenderà sotto la soglia dei 7 milioni. Rispetto a nove anni fa ci sono quasi mezzo milione di iscritti in meno dalla scuola dell’infanzia (non obbligatoria) al secondo ciclo scolastico. La crisi demografica non è più dunque soltanto materia da previsioni statistiche o da manuali di demografia, si tocca con mano nel mondo del lavoro e in quello della scuola. 

L’Istat prevede un ulteriore calo di circa un milione di studenti da qui al 2034, che significa classi con sempre meno sezioni, insegnanti disoccupati, scuole chiuse soprattutto nelle aree interne del paese, con conseguente perdita per molti territori lontani dai grandi centri di presidi culturali fondamentali per la coesione comunitaria. Nell’ultimo decennio hanno già chiuso poco meno del dieci per cento degli istituti scolastici principali in Italia, altri ancora sono destinati a chiudere. 

Integrazione e flessibilità

Questi e altri numeri sono contenuti nel Piano strategico nazionale delle Aree interne, pubblicato dalla presidenza del Consiglio a luglio, e nel documento Anticipare per governare il cambiamento. Il sistema di istruzione e formazione di fronte alle sfide del cambiamento generazionale, elaborato in occasione dell’audizione dell’Istituto nazionale Documentazione Innovazione Ricerca educativa (Indire) presso la commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica.

La copertina del numero di ottobre 2025 di Tempi, dedicata alle scuole costrette a chiudere a causa della crisi demografica

Davanti a questo dato di realtà ci si può lamentare del fatto che ormai è troppo tardi e bisognava fare qualcosa per frenare la crisi demografica prima, oppure si può cercare di trasformare la crisi in opportunità, usando nel modo giusto tecnologia e innovazione, sfruttando al meglio le risorse destinate agli studenti, ridisegnando il sistema anche in modo da sostenere chi vuole fare figli.

È quello che il già citato documento di Indire, quale ente di ricerca del ministero dell’Istruzione e del Merito, prova a fare, come conferma a Tempi il suo presidente, il professor Francesco Manfredi: «Viviamo in tempi complessi, ma come ogni generazione che ci ha preceduto dobbiamo essere attrezzati per governare il cambiamento e nel cambiamento». Che significa, ad esempio, che la riduzione del numero di studenti si può affrontare tagliando le scuole, diminuendo i servizi, ritirandosi dalle aree interne, «oppure ricostruendo tutti i sistemi per metterli in grado di affrontare le sfide di questo cambiamento in atto di cui uno degli aspetti principali è quello della crisi demografica».

La capacità di attrarre nuovi cittadini

Crisi che può essere in parte compensata dalla capacità di attrarre e integrare nuovi cittadini, dice Manfredi, «gli immigrati che non devono essere solo quelli arrivati sui barconi, ma anche giovani predisposti a integrarsi in un contesto territoriale e valoriale nuovo, e a fare la loro parte da cittadini a pieno titolo (di questo si occupa ad esempio quella parte del Piano Mattei che sta seguendo il ministro Giuseppe Valditara). Oltre al tema dell’integrazione vi è quello del ridisegno dei nostri sistemi, che devono essere più flessibili e più snelli: abbiamo iniziato a introdurre l’idea che i docenti devono proiettarsi nel futuro immaginando una professione diversa da quella di oggi, intesa non solo come trasferimento di conoscenze, ma anche come organizzatori di sistemi reticolari». 

Verso il “community hub”

Francesco Manfredi, presidente di Indire scuola crisi demografica
Francesco Manfredi, presidente di Indire

Secondo Manfredi «il sistema educativo deve assumere una funzione rigenerativa che valorizzi tutte le età dell’apprendimento, superando l’idea della scuola come tempo chiuso e promuovendo, invece, ambienti educativi aperti, flessibili e lifelong, ma deve anche rimodellarsi per essere un pezzo centrale delle politiche integrate di sviluppo sostenibile delle nostre comunità».

«Nella nostra visione», prosegue, «la scuola del futuro sarà una scuola estesa come community hub nei territori: un’organizzazione flessibile, in grado di costruire processi di reticolarizzazione, in primis reti di scuole, biblioteche, luoghi e spazi esterni per l’apprendimento, con caratteristiche adeguate ai bisogni educativi e formativi, soprattutto nelle zone più complesse, nelle zone marginali, nelle zone periferiche delle nostre città; capace quindi di generare coesione comunitaria, di garantire il diritto costituzionale all’istruzione mettendo al centro la persona e i suoi talenti, di attivare processi di innovazione educativa e sociale, valorizzando tutte le età dell’apprendimento e tutte le esperienze sociali e professionali».

In questo sarà centrale la figura del docente, sulla cui valorizzazione tanto sta insistendo il ministro Valditara. «Peraltro, l’insegnante del 2050 sarà meno trasmettitore di contenuti e sempre più attivatore di comunità educanti, nodo critico di reti locali e globali in grado di leggere i segnali del cambiamento e di accompagnare le persone giovani e adulte, e quindi le comunità, nella sfida delle transizioni».

La scuola del futuro? Policentrica

Nelle intenzioni del documento di Indire «la scuola del futuro che punta a ridurre i divari territoriali, e quindi anche quelli di competenze e di opportunità, sarà policentrica e multi-ciclo. È il cosiddetto modello nucleo: una scuola-nucleo centrale, ben attrezzata e con team educativi stabili, affiancata da poli periferici nei comuni minori. Questi poli saranno spazi multifunzionali e intergenerazionali, connessi digitalmente, integrati in una governance comune, aperti sia a servizi pubblici sia ad attività private, penso ad esempio a quelle realizzate dalle fondazioni e dalle cooperative di comunità in una prospettiva di sviluppo socio-economico e di tutela del patrimonio storico-culturale e quindi identitario di queste aree».

La rotazione funzionale dei docenti, «i tutor di comunità, le figure di raccordo tra i livelli di istruzione e i servizi territoriali pubblici e privati sono il plusvalore di questo modello». Così ha senso parlare di ridimensionamento, «non solo del sistema scolastico, ma di tutti i sistemi – basti pensare alla sanità territoriale», nel senso di “ridisegnarli”.

Grafico: numero di sedi scolastiche attive nelle diverse aree d’Italia nell’anno 2015-2016 e nell’anno 2023-2024
Numero di sedi scolastiche attive nelle diverse aree del paese, 2015-2016 vs 2023-2024. Fonte: Indire (Anticipare per governare il cambiamento, 2025)

L’aumento delle disparità

La crisi demografica però già morde, e Manfredi assicura che «il ministro Valditara è pienamente consapevole dell’impatto della transizione demografica, soprattutto rispetto ai divari che ancora caratterizzano il nostro paese. Per questo ha avviato diverse strategie che stanno già producendo risultati: penso, ad esempio, ad Agenda Sud e Agenda Nord, all’introduzione di tutor e orientatori, alla riforma della formazione tecnica e professionale, al rafforzamento delle fondazioni Its, all’imponente azione di formazione e aggiornamento dei docenti. In particolare, ci ha chiesto una riflessione su come la dinamica demografica influisca sui divari e si intrecci con le altre grandi transizioni».

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Essa «accentua le disparità territoriali, perché le aree interne e marginali, ma anche altri contesti del paese, sono più esposte al calo demografico e al rischio di rarefazione dei servizi. Influisce sui divari tecnologici, evidenziando le differenze tra generazioni digitali e non digitali, tra nativi e tardivi, tra uso consapevole e non consapevole delle tecnologie. Incide sui divari di competenze, evidenziando la necessità di un apprendimento permanente che superi la segmentazione tra istruzione iniziale e formazione lungo tutto l’arco della vita. Attraversa, poi, i divari di genere, legati alle disuguaglianze educative lungo il ciclo di vita e ai diversi ruoli familiari e professionali, e richiama, infine, il divario ecologico come responsabilità condivisa tra generazioni».

Questo squilibrio intergenerazionale genera, inoltre, «tre tensioni interne al sistema educativo: nella domanda di formazione che si estende ben oltre l’età dell’obbligo; nelle opportunità di accesso alla formazione continua e al reskilling, ancora limitate; nella rappresentazione sociale dell’istruzione, ancora troppo centrata sull’età giovanile».

«Non possiamo obbligare a fare figli, ma…»

Resta il fatto che in Italia, ma non solo (quest’anno il governo greco ha chiuso il 5 per cento delle scuole proprio a causa della crisi demografica), non si fanno più figli, e non può essere la scuola a convincere le persone a farli. «È vero», dice Manfredi, «il nostro sistema non può obbligare a fare figli, però può agevolare, mettere nelle condizioni, anche psicologiche, per farli. Io ho inserito come area strategica di ricerca il sistema integrato 0-6 [anni, ndr], dove vorrei dare voce al privato. Il tema dell’offerta di servizi educativi per la prima infanzia lo risolviamo attivando una serie di pratiche e servizi gestiti dal privato organizzato o dal privato professionalizzato (un esempio di quello che dico sono le Tagesmutter)».

Un altro pezzo significativo di questo sistema integrato è l’housing sociale, spiega, «con un Piano Casa che contempli spazi adeguati per permettere un’autoimprenditorialità degli insegnanti che possano erogare, ovviamente remunerati, servizi che altrimenti non ci sarebbero. Noi crediamo molto al protagonismo del privato, che però deve essere aiutato. Ecco perché parlo di flessibilità e di snellezza del sistema così che l’operato dei privati possa generare opportunità che oggi non ci sono, che le famiglie non vedono, che i giovani non vedono e così via».

Sistemi in trasformazione

La crisi demografica si contiene e poi si prova a risolvere solo con un approccio sistemico, spiega il presidente di Indire e ordinario di Economia aziendale e prorettore dell’Università Lum “Giuseppe Degennaro”: «Chi si occupa di housing sociale deve ragionare su quali sono i bisogni del mondo della scuola, della sanità, della pubblica sicurezza, dei servizi di prossimità che non ci sono più, eccetera. Ogni volta che un sottosistema innova, e ragiona sul proprio futuro, deve ragionare anche sul futuro degli altri sottosistemi pubblici o di pubblico interesse che possono essere direttamente o indirettamente coinvolti e beneficiati da quella trasformazione. E devo dire che il governo in questo ci aiuta molto perché non avendo delle preclusioni ideologiche permette di sviluppare e proporre ragionamenti e suggerimenti». 

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Resta il dubbio se siamo ancora in tempo per governare il cambiamento. «La sfida è grande, ma affascinante e realistica, non solo per le evidenze che abbiamo raccolto e per la testata capacità innovativa delle nostre istituzioni scolastiche, ma anche per il patrimonio che il mondo dell’istruzione porta con sé. Un patrimonio fatto non solo di infrastrutture diffuse sui territori, ma soprattutto di persone, di professionalità, di competenze, di motivazioni, di capacità di inclusione e di responsabilità nell’accompagnare i giovani e, quindi, la società verso il futuro. È questo patrimonio che ci consentirà di affrontare e vincere la sfida. Se oggi mi chiedessero come sarà la scuola del futuro, risponderei che, se ognuno farà la propria parte con consapevolezza e responsabilità, la scuola del futuro sarà bellissima». E certamente meno affollata. 

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di ottobre 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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