Il bombardamento israeliano in Qatar è stato un grave errore

Di Rodolfo Casadei
16 Settembre 2025
I paesi arabo-islamici si riuniscono a Doha per esprimere solidarietà al Qatar e condannare Israele. In un colpo solo Netanyahu ha danneggiato Tel Aviv e Washington
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan al centro al summit d'emergenza dei paesi arabo-islamici a Doha
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, seduto, e quello iraniano Masoud Pezeshkian, in piedi alla sua destra, al vertice d'emergenza arabo-islamico a Doha dopo i radi di Israele (foto Ansa)

Il summit di solidarietà arabo-islamica di Doha si è concluso senza che siano stati presi provvedimenti concreti contro Israele e tanto meno contro gli Stati Uniti, con un semplice documento di durissima condanna dell’attacco aereo israeliano del 9 settembre contro uffici di Hamas nel Qatar, ma ha consolidato il bilancio strategico pesantemente negativo a carico soprattutto degli Usa dell’azione militare ordinata dal governo Netanyahu.

Il fallito blitz contro la dirigenza di Hamas nel paese dell’emiro Al-Thani (le cinque vittime palestinesi non sono dirigenti di primo livello) ha nell’ordine a) compromesso i rapporti dei paesi della penisola arabica con gli Usa in materia di sicurezza e difesa, b) messo in discussione gli investimenti multimiliardari che gli stati della regione avevano promesso a Trump nel maggio scorso se fosse riuscito a spegnere la crisi di Gaza, c) azzerato le possibilità che l’Arabia Saudita e altri paesi arabo-islamici aderiscano in futuro agli accordi di Abramo del 2020 che avevano normalizzato i rapporti fra Israele e quattro paesi dell’area (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Sudan), d) causato un riavvicinamento fra i paesi della Lega Araba e l’Iran, che ha partecipato al summit di Doha col presidente Masoud Pezeshkian, e) dato fiato a progetti per la creazione di una “Nato araba” autonoma dagli Usa col compito di correre in difesa di paesi aderenti aggrediti e infine f) consolidato la convinzione che l’amministrazione Trump non abbia una propria strategia per la soluzione della crisi regionale che si configura come una guerra di Israele “su sette fronti” (Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran, Siria, Iraq, Yemen) e si lasci trascinare dalle decisioni e dalle scelte del governo Netanyahu.

Il Qatar è fondamentale per gli Usa

Nonostante i suoi risaputi rapporti con Hamas e le altre branche dei Fratelli Musulmani nel mondo arabo, e la presenza della filo-islamista tv Al Jazeera, il Qatar ospita la più importante base militare americana in Medio Oriente (10 mila uomini) e la sede distaccata di Centcom, Comando centrale degli Stati Uniti, uno degli undici comandi combattenti unificati che sono parte del Dipartimento della difesa, dotata di un centinaio di velivoli da combattimento e missili Patriot per la difesa antiaerea. I costi di funzionamento della base di Al-Udeid dove queste forze sono stazionate sono interamente a carico del governo qatariota, che si è impegnato a spenderci altri 10 miliardi di dollari per ammodernarla.

Quando, nel giugno scorso, gli iraniani hanno cercato di colpire la base coi loro missili per rappresaglia alle incursioni israeliane e americane contro i loro siti atomici, il protocollo di sicurezza statunitense-qatariota ha funzionato alla perfezione, e i missili sono stati abbattuti. Non così stavolta: i caccia israeliani hanno potuto colpire la palazzina dove erano riuniti esponenti di Hamas e uccidere anche un cittadino qatariota senza che dalla base Usa partisse un solo colpo di avvertimento.

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Il rapporto tra Hamas e Qatar

La presenza degli uffici di Hamas nel Qatar è nota almeno dal 2012, e ha avuto l’approvazione mai ritirata degli Stati Uniti, così come mai nulla era stato eccepito sul ruolo dell’emirato come sede di negoziati indiretti fra le leadership del movimento islamista, fuori legge in tutti i paesi arabi e classificata come organizzazione terrorista da Usa, Regno Unito e Australia (l’Unione Europea classifica come organizzazione terrorista il suo braccio armato Hamas-Izz al-Din al-Qassem), e Israele per la liberazione degli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 e la firma di un armistizio.

Donald Trump e il segretario di Stato Usa Marco Rubio hanno criticato con toni moderati l’attacco israeliano e hanno approvato una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha condannato l’attacco al territorio sovrano del Qatar, ponendo la condizione, accettata dagli altri membri del Consiglio, che nel testo di condanna non fosse nominato lo stato di Israele.

Se i paesi arabi si rivolgono alla Cina

Hanno poi ribadito che i rapporti fra Usa e Israele restano gli stessi anche dopo questo «errore». Niente di incoraggiante per paesi che acquistano quasi tutte le loro armi dagli Stati Uniti, che ospitano le basi militari di questi non solo nel Qatar ma anche in Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e che in almeno un caso (l’Arabia Saudita) hanno in vigore con Washington un accordo per la propria difesa.

Tutti costoro cominciano a far notare che questa non è la prima volta che gli Usa si rifiutano di intervenire in difesa di paesi della penisola arabica aggrediti dall’esterno: quando missili degli Houthi yemeniti eterodiretti dall’Iran hanno colpito l’Arabia Saudita nel 2019 e gli Emirati Arabi Uniti nel 2022 Washington non ha mossa un sopracciglio.

Doha settembre 2025 è dunque il terzo caso di inazione da parte americana, e rischia di minare definitivamente la credibilità degli Usa come protettori dei paesi arabi; questo potrebbe spingerli, come confida una fonte qatariota a Le Figaro, a cercare protezione presso paesi come Turchia, Cina e Russia. Oppure a organizzare una difesa collettiva indipendente dagli Usa.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio stringe la mano al premier Benjamin Netanyahu in Israele
Il segretario di Stato americano Marco Rubio incontra in Israele il premier Benjamin Netanyahu (foto Ansa)

La rottura tra Egitto e Israele

Il paese che promuove quest’ultima idea è l’Egitto, per motivi che vanno ben al di là dell’irritazione per il bombardamento israeliano su Doha. Recentemente Benjamin Netanyahu ha minacciato di bloccare il megacontratto del 7 agosto scorso con cui compagnie israeliane e americane si sono impegnate a fornire gas all’Egitto per 35 miliardi di dollari, dando credito a voci di stampa che asseriscono un rafforzamento della presenza militare egiziana nel Sinai in violazione degli accordi del 1979.

In realtà il capo del governo israeliano è irritato per l’indisponibilità dell’Egitto ad aprire le sue porte alla popolazione palestinese di Gaza in fuga dai bombardamenti. L’allontanamento del maggior numero possibile di palestinesi dalla Striscia è uno dei pochi punti certi della politica del governo Netanyahu per Gaza, ma i paesi arabi vicini non sono per nulla disposti a rendersi disponibili, vuoi per le reazioni negative della loro opinione pubblica interna, vuoi per il potenziale di destabilizzazione che costituirebbe un ingresso massiccio di profughi sotto l’influsso ideologico di Hamas, cioè dei Fratelli Musulmani, in paesi che li hanno messi fuori legge.

Stando a organi di stampa di lingua araba come Al-Quds Al-Arabi,  Al-Akhbar e Ma’an il presidente Al-Sisi vorrebbe riprendere un progetto abbandonato una decina di anni fa che prevede la creazione di una forza di impiego rapido di militari provenienti dai vari paesi arabi in proporzione all’importanza demografica degli stessi (l’Egitto da solo ne garantirebbe 20 mila), guidato da un generale egiziano e con una importante componente politica e finanziaria saudita. Il progetto è stato presentato attraverso i canali diplomatici alla vigilia del summit del 14-15 settembre.

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Nel suo intervento introduttivo l’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani ha sfidato il governo israeliano con una serie di domande retoriche:

«Se Israele vuole assassinare la leadership politica di Hamas, perché negozia con essa? E se vuole negoziare il rilascio degli ostaggi, perché assassinare tutti coloro che potrebbero condurre trattative con essa? E come possiamo accogliere delegazioni israeliane nel nostro paese per negoziati, quando coloro che le hanno inviate stanno complottando per bombardare questo paese?».

Negli estratti della bozza di risoluzione finale del summit, approvata dai governi arabi e islamici e circolata fra i giornalisti, viene condannato Israele non solo per i bombardamenti del 9 settembre:

«Il proseguimento delle pratiche aggressive da parte di Israele, in particolare i crimini di genocidio, la pulizia etnica, l’assedio che provoca carestia, così come le attività di colonizzazione ed espansione, minano le prospettive di pace e coesistenza pacifica nella regione». Tali atti «minacciano tutto ciò che è stato realizzato sulla via della normalizzazione dei rapporti con Israele, compresi gli accordi esistenti e futuri».

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