Diventare il poliziotto del Medio Oriente è un rischio enorme per Israele

Di Leone Grotti
21 Luglio 2025
Lo Stato ebraico non si accontenta più di arginare i propri nemici, ora vuole eliminarli per diventare potenza egemone. Ma la guerra non è «onnipotente» come pensava Mao e i vecchi problemi non spariranno
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa)

Israele ha sempre prediletto guerre brevi per tenere a bada i propri nemici, garantire la sicurezza della popolazione e allo stesso tempo evitare conflitti su larga scala. Lo ha fatto sfruttando la propria superiorità militare e tecnologica, garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, preferendo incursioni brevi in territorio ostile, assassinii mirati di leader terroristici e raid per indebolire le capacità offensive dei nemici e dissuaderli da futuri attacchi.

Da quando, però, Hamas è riuscito a colpire a morte lo Stato ebraico il 7 ottobre, rivelandone le vulnerabilità, si è fatta strada nella mente di alcune frange dell’opinione pubblica, in quella del premier Benjamin Netanyahu e dei partiti politici più estremisti, un’idea diversa, più radicale, che rappresenta allo stesso tempo un obiettivo e un miraggio: diventare la potenza egemone del Medio Oriente attraverso non l’indebolimento dei propri nemici, ma la loro distruzione.

Israele poliziotto del Medio Oriente

Il sogno di assumere il ruolo di poliziotto del Medio Oriente, con l’aiuto e l’esplicito sostegno degli Stati Uniti, ha preso corpo lentamente. Durante il primo anno di guerra a Gaza, ad esempio, nonostante l’immensa distruzione procurata alla Striscia, l’esercito israeliano si è mosso con cautela, limitandosi a creare una zona cuscinetto e a occupare due corridoi per timore di esporsi alla guerriglia di Hamas.

Allo stesso modo, ha atteso un anno prima di invadere il Libano e cercare di annichilire le capacità operative e militari di Hezbollah. Per quanto riguarda l’Iran, Tel Aviv ha condotto attacchi spettacolari nell’aprile 2024 per mettere in guardia Teheran, non per sbarazzarsi del regime degli ayatollah.

Leggi anche

Le debolezze dello Stato ebraico

Alcuni partiti di estrema destra, che non vogliono soltanto proteggere i confini ma espanderli e che sognano un Grande Israele che vada dal Nilo allEufrate, hanno sempre criticato l’atteggiamento prudente dello Stato ebraico e le sue risposte “con il freno a mano tirato”.

Ma la cautela di Tel Aviv è sempre stata dettata da ragioni pratiche ancora prima che ideologiche. La popolazione di Israele in termini numerici non può neanche lontanamente competere con quella di paesi vicini come Egitto, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Siria.

Le Forze di difesa israeliane (Idf), per quanto ben preparate e armate, sono fondate sui riservisti e faticano ad affrontare più teatri di guerra contemporaneamente. Inoltre, ogni giorno che i riservisti passano nell’esercito costituisce un danno per l’economia. I 295 mila soldati mobilitati dall’inizio del conflitto con Hamas hanno servito in media per 61 giorni, il triplo di quanto fatto in precedenza. E sono sempre di più quelli che non si presentano dopo aver ricevuto la chiamata a combattere.

Anche le casse israeliane sembrano inadeguate a uno stato di guerra permanente: nell’ultimo budget sono stati stanziati 29 miliardi di dollari per la Difesa, il 75 per cento in più del 2023. Per permettere l’allocazione di maggiori risorse il governo ha aumentato le tasse e tagliato 1,5 miliardi ai ministeri civili. Il deficit è cresciuto e il debito pubblico è salito di dieci punti al 69 per cento del Pil l’anno scorso.

Palestinesi si ammassano a Khan Younis per ricevere aiuti umanitari
Palestinesi si ammassano a Khan Younis, nella Striscia di Gaza, per ricevere aiuti umanitari (foto Ansa)

La tentazione di Israele

Ci sono, insomma, ragioni strutturali per cui Israele si è rifiutato in passato di assumere il ruolo di “potenza egemone” del Medio Oriente. Ora però le cose sembrano cambiate: l’Idf non ha più paura di dire che Gaza sarà «occupata» a tempo indefinito e il governo favorisce esplicitamente il tentativo dei coloni di occupare illegalmente sempre più porzioni di territorio palestinese in Cisgiordania.

Nonostante il cessate il fuoco in Libano, lo Stato ebraico occupa ancora cinque alture del paese dei cedri per assicurarsi che Hezbollah non riprenda vigore. In Siria, Netanyahu minaccia incontrastato il governo di Damasco intimandogli di restare alla larga dal Sud del paese – che molti in Israele sognano di occupare oltre alle alture del Golan – e dai drusi, dei quali si è autoproclamato difensore.

Infine, con il cruciale sostegno di Donald Trump, Israele ha tentato il tutto per tutto attaccando frontalmente l’Iran, bombardando i suoi siti nucleari, invitando la popolazione alla rivoluzione e cercando di uccidere l’ayatollah Ali Khamenei. Il tentativo è fallito, ma fino ad oggi Netanyahu e i suoi predecessori si erano limitati a scontrarsi con Teheran attraverso i suoi alleati regionali (Hezbollah, Hamas, Houthi, Assad), mai avevano sognato di “risolvere il problema alla radice”.

Il cinismo dei paesi arabi

Il nuovo atteggiamento di Tel Aviv, che ha spinto nell’ultimo anno cinicamente lo Stato ebraico a non guardare in faccia a niente e nessuno pur di raggiungere gli obiettivi prefissati (il bombardamento dell’unica chiesa cattolica di Gaza è l’esempio più eclatante), è stato anche favorito da alcune condizioni esterne.

In primis, la complicità e l’arrendevolezza di Trump, passato nel giro di pochi mesi dalla ricerca di una soluzione pacifica alla guerra con Hamas al bombardamento dei siti nucleari iraniani con le bombe più potenti del suo arsenale convenzionale, le bunker buster sganciate dai bombardieri B-2 Spirit.

In secondo luogo, Israele è stato galvanizzato dall’atteggiamento dei paesi arabi, che hanno abbandonato per primi i palestinesi al loro destino e hanno approfittato della determinazione israeliana per eliminare i propri avversari. Sono pochi in Medio Oriente quelli che hanno versato lacrime per il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, pochi quelli che avrebbero pianto la scomparsa di Khamenei, mentre tanti hanno festeggiato la caduta di un alleato della Russia come Assad.

Un cartellone di propaganda a Teheran, capitale dell'Iran, esalta i leader dell'Asse della resistenza: il defunto comandante della Forza Quds dei Pasdaran, Qasem Soleimani (al centro), di fianco a lui gli ex leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah e Hashem Safieddine, agli estremi i defunti leader di Hamas, Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar
Un cartellone di propaganda a Teheran, capitale dell’Iran, esalta i leader dell’Asse della resistenza: il defunto comandante della Forza Quds dei Pasdaran, Qasem Soleimani (al centro), di fianco a lui gli ex leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah e Hashem Safieddine, agli estremi i defunti leader di Hamas, Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar (foto Ansa)

La guerra non è «onnipotente»

La mutazione genetica di Israele in potenza egemone del Medio Oriente fa comodo a tanti, insomma, ma non è detto che renda un buon servizio allo Stato ebraico. Continuando a operare in modo assertivo e spregiudicato Tel Aviv si espone al rischio di continue rappresaglie. E se anche in questo frangente storico sembra in grado di gestirle, non è detto che la situazione resti uguale per sempre.

L’utilizzo della forza a oltranza non solo rischia di esaurire le energie, economiche e militari, di Israele, non solo pone le basi per la nascita di nuovi nemici in luogo dei vecchi (e gli Stati Uniti ne sanno qualcosa), ma non risolve alcuna delle cause scatenanti delle tensioni che, per quanto possano apparire sopite per un breve periodo, continueranno a covare sotto la cenere.

Leggi anche

Israele potrà anche trasformarsi in un efficiente poliziotto del Medio Oriente, in grado di fare il bello e il cattivo tempo nella regione, ma dovrà comunque continuare a fare i conti con il Libano, la Siria, a prescindere dal regime che la governerà, e soprattutto non potrà esimersi dal trovare il modo di convivere con 5 milioni di palestinesi. Che non se ne andranno, né rinunceranno ai loro diritti.

Contrariamente a quanto pensava Mao Zedong, la guerra non è «onnipotente». E Netanyahu farebbe bene a pensare attentamente alle parole di Leone XIV, in riferimento al conflitto di Gaza: «Basta guerra, è ora di finirla con questa strage».

@LeoneGrotti

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.