La guerra in Iran ha minato la credibilità Usa in Medio Oriente
Non sono certo state risparmiate critiche al Memorandum d’intesa firmato da Donald Trump per porre fine alla guerra in Iran e per non ritrovarsi così a pochi mesi dalle elezioni di Midterm con un conflitto ancora aperto e l’economia mondiale in subbuglio. I termini concordati per arrivare a un vero accordo di pace, che saranno tutti da discutere e definire nei prossimi 60 giorni di colloqui, mettono gli Stati Uniti in una posizione di evidente debolezza.
Il futuro, inoltre, è quanto mai incerto come dimostra il fatto che il primo round di colloqui bilaterali che avrebbe dovuto svolgersi ieri in Svizzera è saltato. I negoziatori iraniani hanno detto che non si sarebbero presentati dal momento che Israele non sta rispettando gli accordi, non sta cessando gli attacchi contro Hezbollah e non si sta ritirando dal territorio libanese.
Il danno alla credibilità Usa
Il vero danno che Teheran ha inflitto agli Stati Uniti, però, non è economico o militare, ma politico. È la stessa credibilità degli Usa in Medio Oriente a essere stata danneggiata: «La capacità di deterrenza americana è stata minata», ha dichiarato al Telegraph Aaron David Miller, ex negoziatore del Dipartimento di Stato americano sia con i repubblicani che con i democratici. «Il regime islamico è sopravvissuto al più grande dispiegamento di forza navale, aerea e missilistica americana dai tempi della guerra in Iraq. È sopravvissuto anche a una campagna militare contro Israele, la più importante potenza militare della regione».
Miller è sicuro che gli Stati Uniti, come hanno fatto anche dopo le catastrofi in Vietnam e Iraq, recupereranno credibilità e status. Nel frattempo, però, subiranno il colpo, soprattutto in Medio Oriente.
Arabia Saudita ed Emirati cercano nuovi partner
I vari regimi e monarchie assolute del Golfo hanno sempre stretto accordi con gli Stati Uniti non per affinità ideologica ma nella certezza che fossero la migliore potenza in grado di garantire loro sicurezza. Ma durante i 108 giorni di conflitto scatenato dagli Usa, l’esercito di Teheran ha ripetutamente colpito con droni e missili le infrastrutture critiche della regione, senza che Stati Uniti o Israele fossero in grado di fermarlo. Con un’aggravante: sono proprio i paesi che hanno accolto una maggiore presenza militare americana sul proprio territorio a essere stati colpiti di più, non il contrario.
Non per questo i paesi del Golfo smetteranno di fare affidamento sull’America, che al momento resta insostituibile, ma non c’è dubbio che cominceranno a guardarsi intorno. L’Arabia Saudita ha già firmato un accordo simile all’articolo 5 della Nato con il Pakistan, per garantirsi un ombrello nucleare, e collabora più attivamente con Egitto e Turchia, mentre gli Emirati Arabi Uniti si avvicinano sempre di più a Israele, approvandone la politica muscolare.
Secondo Mehran Kamrava, professore di politica mediorientale alla Georgetown University in Qatar, «la guerra con l’Iran accelererà la tendenza dei paesi del Golfo a diversificare i propri partner di sicurezza».
Come invecchiano male i proclami di Trump
La guerra in Iran è stata un fallimento per gli Stati Uniti. Sono le stesse parole pronunciate da Trump durante il discorso di insediamento come 47mo presidente americano, il 20 gennaio 2025, a misurare l’entità della débâcle:
«Come nel 2017, costruiremo di nuovo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto. Misureremo il nostro successo non solo dalle battaglie che vinceremo, ma anche dalle guerre che concluderemo e, forse ancora più importante, dalle guerre in cui non entreremo mai. La mia eredità più grande sarà quella di essere un pacificatore e un unificatore. Questo è ciò che voglio essere: un pacificatore e un unificatore».
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