Con l’uscita dall’Opec gli Emirati mettono un abisso tra sé e gli ex alleati sauditi
Stante la chiusura dello stretto di Hormuz, gli effetti dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti (Eau) dall’Opec e dall’Opec+, annunciata il 28 aprile ed effettiva dal 1° maggio, non si sono ancora fatti sentire sui mercati, ma già sono valutabili le conseguenze politiche, che consistono nell’allargamento della frattura nelle relazioni fra Arabia Saudita e Eau, paesi che sono passati nel giro di pochi anni da alleati a potenze in competizione e ora ad avversari, e in una prevedibile intensificazione dei rapporti di Abu Dhabi con gli Stati Uniti e Israele.
La disputa intorno al petroliocentrismo
Le motivazioni ufficiali dell’abbandono sono diplomaticamente vaghe: «Questa decisione riflette la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e il loro profilo energetico in evoluzione, che include investimenti accelerati nella produzione energetica nazionale», recita il comunicato ufficiale. La realtà è che da anni la strategia imposta all’Opec dall’Arabia Saudita, primo produttore e dominus del cartello, confliggeva con quella degli Eau, terzi produttori dello stesso: mentre la prima da sempre intende contenere la produzione per mantenere i prezzi relativamente alti e prolungare quanto più possibile la “manna petrolifera” e la sua centralità nell’economia dei paesi del Golfo, i secondi hanno sempre premuto per stabilire quote di produzione più alte, volte a monetizzare rapidamente le riserve prima che le energie alternative e la transizione energetica mettano fuori mercato gli idrocarburi, e a investire le risorse finanziarie così accumulate nella rapida transizione post-petrolifera della propria economia.
Questo processo effettivamente è già a buon punto dalle parti di Dubai, dal momento che già oggi il 75 per cento del Pil degli Emirati è non-petrolifero, ma dipende dai servizi finanziari, dalla logistica (porti e aeroporti), dalle costruzioni e dal turismo. In Arabia Saudita la parte del petrolio sul Pil nazionale oscilla ancora fra il 40 e il 50 per cento.
Il giusto prezzo dell’oro nero
Inoltre gli Emirati Arabi Uniti sono tra i maggiori investitori istituzionali al mondo grazie ai loro fondi sovrani, i più noti dei quali sono l’Abu Dhabi Investment Authority (con un patrimonio di 800-900 miliardi di dollari), la Mubadala Investment Company (300 miliardi) e l’Investment Corporation of Dubai (300 miliardi). Hanno dunque interesse al buon andamento delle economie degli altri paesi del pianeta, sia di quelle già mature che di quelle emergenti, cosa che richiede un costo dell’energia non troppo oneroso, e questo si può ottenere solo immettendo sul mercato una maggiore quantità di petrolio, cosa che i paesi Opec (Algeria, Arabia Saudita, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela) e Opec+ (Azerbaigian, Bahrain, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan) esitano a fare, conformandosi ai dikat dell’Arabia Saudita che intende mantenere relativamente alti i prezzi limitando la produzione.
Attualmente sommati insieme i due gruppi contano per il 45 per cento della produzione mondiale di petrolio: l’Opec da sola non va oltre il 28 per cento (anche se detiene la maggior parte delle riserve conosciute, cioè il 79 per cento del totale). Nel 1970 l’Opec totalizzava il 50 per cento della produzione mondiale. La discesa si è accentuata negli ultimi anni, a causa dell’impennata della produzione americana: oggi gli Usa estraggono 13 milioni di barili di petrolio al giorno, grazie in gran parte allo shale oil, contro gli 11 milioni dell’Arabia Saudita.
Il cartello indebolito
L’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec indebolisce il cartello non solo perché si tratta del suo terzo produttore (con 3,4 milioni di barili al giorno prima dell’inizio della guerra), ma perché insieme all’Arabia Saudita era l’unico a disporre di una capacità produttiva superiore alla quota che gli era stata assegnata. Il paese di Mohamed bin Zayed al-Nahyan potrebbe ora in brevissimo tempo passare dai 3,4 milioni attuali a 4,8-5 di cui è potenzialmente capace. Senza più Abu Dhabi, Riyad resta sola a poter cercare di calmierare il prezzo mondiale del petrolio decretando incrementi della propria produzione.
In passato Riyad è ricorsa a questa carta soprattutto quando si trattava di rimettere in riga paesi dell’Opec o dell’Opec+ che non accettavano gli accordi sulle quote. L’ultima volta è accaduto con la Russia, con la quale nel 2020 si scatenò una guerra dei prezzi che fece colare a picco per qualche tempo quello del petrolio sui mercati mondiali. Dopo appena cinque settimane durante le quali l’Arabia Saudita aveva preso a pompare 12 milioni di barili al giorno e portato i prezzi mondiali ai livelli del 2016, Mosca dovette sottomettersi alla decisione voluta da Riyad di ulteriori tagli delle quote.
Secondo alcuni è per sottrarsi a una punizione del genere che Abu Dhabi avrebbe scelto un momento come quello attuale per uscire dall’Opec: lo stato di quasi paralisi del mercato dell’energia non consente mosse azzardate da parte dell’Arabia Saudita; d’altra parte gli Eau opporrebbero una maggior resistenza alle politiche di Mohamed bin Salman di quanto abbia fatto Putin, sia perché la loro economia è sufficientemente diversificata per condurre un braccio di ferro, sia perché la decisione di Abu Dhabi di mettersi in proprio e perseguire i propri autonomi interessi non riguarda solo l’Opec e il petrolio.
Due visioni contrapposte
C’è anzitutto una strisciante rivalità geopolitica con l’Arabia Saudita che è venuta platealmente allo scoperto nel gennaio scorso, quando gli Emirati si sono dovuti ritirare dallo Yemen, accusati da Riyad di sostenere i secessionisti del Consiglio di transizione del Sud anziché il governo internazionalmente riconosciuto del Consiglio di Leadership presidenziale. In appoggio a quest’ultimo contro i ribelli houthi filoiraniani e le forze jihadiste qaediste del Sud-Est, gli Emirati avevano inviato truppe e forze aree al fianco di quelle di una coalizione araba nel 2015. Ma a partire già dal 2017 la strategia regionale degli Eau si è distanziata da quella saudita, tanto che oggi raramente nei vari scenari regionali i due paesi si trovano dalla stessa parte.
Spiega l’Ispi basandosi sull’analisi dell’Inss (Institute for National Security Studies) di Tel Aviv: «Mentre l’Arabia Saudita persegue una visione dell’ordine regionale fondata sulla gerarchia, l’integrità territoriale e la de-escalation – una strategia costruita per proteggere i propri confini e mantenere la stabilità interna, gli Emirati cercano leva strategica attraverso porti, milizie e libertà di manovra negli stati fragili».
Questo dovrebbe spiegare perché in Libia gli Eau stanno dalla parte del generale Haftar anziché da quella del governo di Tripoli riconosciuto dall’Onu, perché in Sudan sostengono le Rsf di Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti anziché le Saf, che sono le forze armate istituzionali sudanesi sotto il comando di Abdel Fattah al-Burhan, come fanno la maggior parte degli Stati arabi; perché in Somalia realizzano progetti logistici nel secessionista Somaliland e nell’autonomista Puntland alle spalle del governo federale di Mogadiscio, e naturalmente perché nello Yemen stanno dalla parte di chi vorrebbe tornare all’esistenza di due Yemen, come era prima del 1990 e come era stato per secoli con brevi parentesi medievali, e non più da quella del Consiglio di Leadership presidenziale.
La mancata reazione agli attacchi dall’Iran
Gli Emirati giocano una partita della politica di potenza in proprio; così facendo si allontanano dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi del Golfo e si avvicinano a Israele e Stati Uniti. Qui entra la seconda motivazione che ha precipitato l’uscita dall’Opec: gli Eau non sono affatto contenti dell’immobilismo dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg, del quale oltre agli Emirati fanno parte Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein), che non hanno coordinato le proprie difese in occasione dell’attacco iraniano e che rifiutano qualsiasi ipotesi di rappresaglia militare contro l’Iran, né delle condanne verbali degli attacchi iraniani da parte della Lega araba, che nello stesso tempo si è dichiarata contraria a qualsiasi escalation militare. Si tenga presente che gli Eau sono il paese del Golfo che ha patito il maggior numero di attacchi iraniani, 2.256 al momento del cessate il fuoco dell’8 aprile scorso contro i 916 dell’Arabia Saudita, e ora nuovamente nonostante la tregua sono stati presi di mira lunedì da 12 missili balistici, 3 missili cruise e 4 droni.
Non è da escludere che Abu Dhabi congeli la sua partecipazione al Ccg e alla Lega araba, in assenza di misure più robuste nei confronti di Teheran, che sicuramente non arriveranno. Il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman ha immediatamente condannato i recenti attacchi, ma il giorno dopo Arab News, voce ufficiosa del governo saudita, titolava in apertura: “Saudi Arabia condemns fresh attacks on Uae, calls for return to talks” (“L’Arabia Saudita condanna i nuovi attacchi agli Eau e invita a un ritorno ai negoziati”).
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