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Ecco le foto di Maya, la figlia di Meriam nata in prigione. «Sta bene, ma non è una bimba libera»

maggio 30, 2014 Redazione

Prima immagine della piccola nata martedì nell’ospedale del carcere sudanese. Ma anche lei, come la madre e il fratello, dovrà rimanere in carcere

maya-meriamQuesta è la prima immagine di Maya, figlia di Meriam Ibrahim, la donna sudanese imprigionata e condannata a morte in Sudan per la sua fede.
Antonella Napoli, giornalista e responsabile dell’associazione Italians for Darfur, postando l’immagine (sotto ne vedete una seconda), ha scritto che «Maya è nata martedì, sta bene, ma non è una bimba libera. Come Martin, il fratello che a febbraio è in carcere con la mamma, dovrà rimanere in prigione».

LA SITUAZIONE. Dopo il parto nell’ala ospedaliera del carcere di Omdurman a Khartum, Meriam è tornata in cella. Secondo il Times, che oggi le ha dedicato la prima pagina, la donna in realtà non avrebbe avuto accesso all’ala ospedaliera. Al contrario, le guardie l’avrebbero fatta partorire per terra senza neanche liberarla dalle catene.
Daniel Wani ha potuto incontrare la sua famiglia, ma la sua angoscia rimane immutata per una situazione drammatica. Ad Avvenire, l’uomo ha raccontato che «ogni volta che vado a trovarli non mi danno molto tempo per parlare con Meriam e Martin, il mio primogenito. E poi c’è sempre qualcuno che ci controlla». Meriam «cammina in catene» e «ha avuto anche complicazioni durante la gravidanza, ma non ne conosciamo l’entità perché non è stata visitata da un medico». Però «Meriam è forte, più forte di me. Quando l’hanno condannata io ho cominciato a piangere, mentre lei è rimasta ferma, senza nemmeno trasalire. Anche per questo non rinuncerà mai alla sua fede, come le aveva chiesto invece il giudice. E io non le chiederò mai di farlo pur di vederla libera».

maya-meriam-foto

times-meriam-sudan

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1 Commenti

  1. domenico b. scrive:

    Meriam ( e le altre ): un esempio per tanti cristiani che nelle nostre parrocchie fanno a gara per mettersi in prima fila; loro non sono in prima fila, ma sono in prima linea, e riceveranno il giusto premio per la loro testimonianza. Un grazie e una preghiera, anche per I loro familiari.

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