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Che senso ha azzuffarsi con l’Europa per una briciola di deficit quando la nostra crescita è zero?

febbraio 1, 2017 Redazione

La modifica sui conti che vuole imporci Bruxelles ha conseguenze trascurabili per l’economia. È uno scontro politico, non tecnico. Il vero problema è il nostro declino

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È vero, «la disfida tra governo italiano e Commissione europea sul deficit di bilancio programmato per il 2017» sarà anche «foriera di emozioni», al punto di meritarsi da mesi pagine e pagine sui giornali (se si esclude la pausa concessa da Bruxelles «in attesa del referendum costituzionale del 4 dicembre»). Tuttavia «è evidente che il dibattito sulla richiesta da parte dell’Europa di ridurre di 3,4 miliardi di euro il nostro disavanzo è del tutto irrilevante per le sorti del Paese». Di più: è una «distrazione». Perché il vero problema è la nostra crescita asfittica, sulla quale quei denari incidono poco o nulla. Così si può sintetizzare la tesi esposta oggi in un articolo di Ferdinando Giugliano, commentatore economico di Repubblica.

MOLTO RUMORE PER NULLA. Lo scontro tra governo e Commissione europea, ricorda Giugliano, è iniziato in autunno e ha raggiunto toni anche aspri. Con gli euroburocrati a fare i maestrini inflessibili e i ministri italiani – Renzi in testa, finché è rimasto in carica – a fare i ribelli. Ma nella realtà, visto «con gli occhi freddi e noiosi dell’economia», quello scontro epocale era poco più di una sceneggiata, da entrambe le parti, visto che «le cifre in ballo sono troppo piccole per influenzare in maniera significativa la ripresa italiana, che resta tiepida e fragile nonostante l’accelerazione del resto d’Europa per profonde ragioni strutturali».

DIBATTITO SURREALE. Domani a Bruxelles avrà luogo l’ennesimo atto della pièce. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan manderà una lettera per spiegare come il governo italiano intenda correre ai ripari rispetto ai richiami ricevuti dall’Europa, dopo di che «la Commissione prenderà nota di queste proposte e tra due settimane circa deciderà se aprire nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per non aver preso misure sufficienti per ridurre il debito pubblico», continua Giugliano. Ma stiamo parlando di una correzione del disavanzo che lo porterebbe «dal 2,4 per cento al 2,2 per cento del prodotto interno lordo». E cioè bricioline. «L’aspetto surreale della faccenda è che lo sforamento in discussione era evidente sin dalla stesura della legge di bilancio».

PROBLEMA POLITICO, NON TECNICO. Se le cose stanno così, la disputa tra Roma e Bruxelles non fa altro che rendere chiara a chiunque la natura squisitamente politica delle regole e dei parametri dell’euro. Per dirla con Giugliano: «Nonostante gli strali che provengono da Roma, i “tecnocrati” di Bruxelles appaiono ben più politici che tecnici». A riprova di questo, l’editorialista di Repubblica aggiunge anche il fatto che «le decisioni sui livelli di deficit e debito pubblico permessi agli Stati membri sono infatti tutto tranne che rigide». Recentemente uno studio del Fmi ha evidenziato che «il limite di disavanzo è stato sforato in più del 75 per cento dei casi nei sedici anni di esistenza dell’eurozona».

CONSEGUENZE TRASCURABILI. Insomma, se anche all’Italia toccasse ingoiare l’obbligo di fare una manovra, come sembra volerle imporre l’Europa, «le conseguenze per la crescita sarebbero trascurabili». Così come trascurabile, d’altro canto, è l’effetto positivo dello sforamento in questione sulla crescita. «Una correzione di bilancio di 0,2 punti percentuali di Pil abbia un effetto negativo sulla crescita di breve periodo pari a circa la metà», scrive Giugliano. «Il vero problema è che la ripresa italiana continua a stentare nonostante il crescente traino dell’Europa». È dunque sullo squilibrio strutturale nel rapporto tra l’Italia e l’eurozona che occorre concentrarsi.

RISCHI PER IL 2017. Infatti, mentre la zona euro, secondo Eurostat, «è cresciuta dello 0,5 per cento nell’ultimo trimestre del 2016 rispetto ai tre mesi precedenti», per il nostro paese l’Ufficio parlamentare di bilancio (preposto a controllare i conti pubblici) «nota una leggera ripresa degli investimenti, ma prevede una crescita di appena lo 0,1 per cento per il primo trimestre di quest’anno». Questo senza contare i rischi che correremo nel 2017: «La ripresa dell’inflazione, per ora solo legata alla stabilizzazione del prezzo del petrolio, potrebbe mettere alla prova la volontà della Bce di continuare ad acquistare titoli di Stato, con conseguenze importanti per la nostra spesa per interessi». Inoltre il protezionismo di Trump potrebbe danneggiare le nostre esportazioni verso gli Stati Uniti. Davanti a tutto questo e ancor più davanti alla prospettiva di una crescita zero, «i 3 miliardi di cui si discute in questi giorni appaiono solo come una minuscola distrazione».

Foto Ansa

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