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Ecco perché il primo grande obiettivo dello Stato islamico non è l’Occidente, ma La Mecca. Poi toccherà a Roma

novembre 3, 2014 Rodolfo Casadei

Nella tabella di marcia del califfo di Mosul la prima tappa imprescindibile è l’Arabia Saudita, la terra sacra ai musulmani wahabiti governata da un re “traditore della giusta causa”. Dopo, ma solo dopo, i jihadisti rivolgeranno le loro armi a noi

La tabella di marcia del califfato è già decisa. Dopo che avranno consolidato il controllo del territorio che va da Aleppo nel nord della Siria a Diyala alle porte di Baghdad (Iraq), gli uomini dello Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi rivolgeranno le loro attenzioni all’Arabia Saudita, dove occuperanno La Mecca e Medina e detronizzeranno la dinastia dei Saud, al potere da 82 anni. Poi rivolgeranno le loro armi contro l’Iran, potenza di riferimento degli odiati sciiti. Vinta anche quella guerra, le armate muoveranno contro l’Occidente, di cui Roma rappresenta l’epitome. Finalmente giungeranno gli ultimi giorni del mondo, e i guerrieri musulmani attaccheranno e riconquisteranno anche Gerusalemme.

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Fantapolitica? Onirismo apocalittico? Forse, ma intanto è il programma che sta scritto su Dabiq, la pubblicazione ufficiale dell’Isil. E ricalca un hadith, cioè una frase attribuita al profeta: «Invaderete la Penisola arabica, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Poi invaderete la Persia, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Poi invaderete Roma, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Quindi combatterete il Dajjal, e Allah vi darà la forza per sconfiggerlo». Il Dajjal è una specie di versione islamica dell’Anticristo, la cui apparizione coincide con l’approssimarsi della fine del mondo. Negli ultimi giorni è collocata anche la battaglia decisiva contro gli ebrei, come si desume sempre dalla lettura di Dabiq: «È solo questione di tempo prima che lo Stato islamico raggiunga la Palestina per combattere i barbari giudei e uccidere quelli di loro che si nascondono dietro gli arbusti di gharqad, che sono gli alberi dei giudei».

dabiq-islam-stato-islamicoOra, un notissimo hadith di Maometto spiega che «la fine del mondo non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno e uccideranno gli ebrei; e gli ebrei si nasconderanno dietro ai sassi e agli alberi, e i sassi e gli alberi chiameranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me. Vieni e uccidilo”. Tranne l’albero di ghardaq, che è l’albero degli ebrei». Dunque la presa di Gerusalemme è rimandata ai tempi escatologici. Più o meno come la sfida ai cosiddetti paesi cristiani: «Lo Stato islamico», si legge sulla pubblicazione dell’Isil, «è una meraviglia della storia che è sorta solo per preparare la strada alla al-Malhamah al-Kubra», che sarebbe la grande battaglia contro i “crociati” fissata pure quella per la fine dei tempi.

Prima del Giudizio universale
Naturalmente l’ordine dei lavori potrebbe subire cambiamenti se gli Stati Uniti e i paesi europei si incaponissero a continuare a bombardare dall’alto i guerrieri del califfato. L’Isil si vedrebbe costretto a organizzare attentati nelle terre degli infedeli a scopo di deterrenza, per rappresaglia e per potere ricattare i governi: fatela finita coi bombardamenti aerei, se non volete altri attacchi alle metropolitane e ai parlamenti. Ma l’assalto all’Arabia Saudita, quello in nessun caso è rinviato al giorno del Giudizio universale, quello è in cartellone per davvero. E non semplicemente perché si tratta del paese dove si trovano i luoghi santi dell’islam, o per i suoi pozzi di petrolio, o per i miliardi di petrodollari. No: il califfo di Mosul vuole defenestrare i Saud perché li considera dei rinnegati, dei traditori della giusta causa, dei voltagabbana.

Perché il fatto è proprio questo: la monarchia assoluta araba alleata da settant’anni con gli americani e la nascente potenza politico-militare islamica che sta sconvolgendo il Medio Oriente e vuole mettere la parola fine al potere dell’Occidente sono rami dello stesso albero, quello del wahabismo. Cioè l’ideologia politico-religiosa e la somma di scorrerie militari che sono all’origine dell’Arabia Saudita attuale. La differenza sta nel fatto che i re sauditi non hanno avuto il coraggio di essere coerenti fino in fondo e hanno accettato alcuni compromessi col mondo moderno, mentre i jihadisti di al Baghdadi intendono portare alle estreme conseguenze il verbo di Mohamed ibn Abdel Wahhab, lo studioso e predicatore settecentesco il cui programma di riforma dell’islam in senso fondamentalista e guerrafondaio ebbe un iniziale successo grazie all’alleanza con le armi di Mohamed bin Saud, il fondatore del primo stato saudita, alla fine del XVIII secolo.

Naturalmente le autorità di Riyadh, a cominciare dall’anziano re Abdullah, negano vigorosamente che l’Isil abbia a che fare col modo in cui la religione è praticata e applicata alla vita quotidiana nel più grande paese della penisola arabica. Ma alcune similitudini balzano agli occhi anche del più superficiale degli osservatori: l’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo dove le sentenze capitali vengono eseguite in pubblico e consistono nella decapitazione dei condannati; ed è anche l’unico paese al mondo dove tutte le religioni differenti da quella promossa e praticata dalle autorità sono ufficialmente proibite. La somiglianza con quello che avviene nel territorio del proclamato califfato è palese.

La prova inoppugnabile della parentela però è un’altra: nelle scuole funzionanti nei territori controllati dall’Isil sono stati introdotti testi di studio ortodossi dal punto di vista wahabita, che sono gli stessi utilizzati nelle scuole saudite. Sui camioncini della propaganda religiosa che circolano nel califfato sono appiccicati adesivi e manifesti con testi degli autori wahabiti. Il dipartimento responsabile dell’educazione organizza corsi di formazione religiosa nei quali i testi di riferimento sono gli scritti di Mohamed bin Abdel Wahhab: Il libro dell’unità di Dio, Il chiarimento dei dubbi e Le cose che annullano l’islam. Le biografie dei leader passati e presenti dell’attuale Isil, soprattutto quelle di Abu Omar al Baghdadi e dell’attuale capo Abu Bakr al Baghdadi, attestano che essi hanno assorbito il wahabismo e lo padroneggiano in ogni dettaglio.

Il contenuto centrale dell’interpretazione wahabita dell’islam è un monoteismo radicale. Tutto ciò che non coincide con l’adorazione esclusiva di Allah, è considerato da Abdel Wahhab idolatria. Perciò non sono veri musulmani quelli che, pur praticando i cinque precetti, si rivolgono ai santi, agli angeli o ai loro defunti nella preghiera, visitano le tombe o i santuari dedicati a santi e profeti del passato, festeggiano la nascita di Maometto. Né sono musulmani coloro che creano leggi o obbediscono a leggi diverse da quelle islamiche, o si rivolgono a tribunali diversi da quelli islamici. Lo stesso dicasi di coloro che non definiscono infedeli i cristiani, gli ebrei, i politeisti e gli atei.

Tutte queste cose annullano l’adesione all’islam di coloro che le compiono. Perciò chi le pratica diventa a sua volta un infedele (kaffir), anche se si professa musulmano. Per lui vale il takfir, l’equivalente islamico della scomunica. E la conseguenza del takfir è che chi ne è colpito può essere legittimamente ucciso, le sue mogli e le sue figlie violentate e le sue proprietà confiscate. Ogni scorreria contro gli idolatri (dichiarati tali attraverso il takfir) e le loro proprietà diventa automaticamente jihad, e chi perde la vita in tali combattimenti è considerato un martire destinato al paradiso e alle sue godurie.

La nascita del wahabismo
Il connubio fra questo pensiero e il braccio armato rappresentato dai guerrieri della tribù capeggiata da Mohamed bin Saud ha prodotto la tempesta perfetta da cui nacque il primo stato saudita, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, inclusivo di quasi tutta la Penisola arabica e della Mecca. Nel 1817 gli ottomani ripresero il controllo della situazione, ma ormai il wahabismo era nato. Nel 1902 quello che sarebbe diventato il primo re dell’Arabia Saudita, Abdelaziz, lanciò la rivolta armata degli Ikhwan, improntata allo spirito wahabita, che con 52 grandi battaglie condotte in un arco di trent’anni portò alla creazione del terzo, tuttora esistente, stato saudita. Per consolidarlo come stato dovette però scendere a compromessi con modernità e infedeli, e ciò lo portò a scontrarsi con gli stessi Ikhwan, che dovette massacrare senza pietà.

Da allora la vicenda storica dell’Arabia Saudita è sempre stata caratterizzata da questa dualità, che spesso è duplicità, fra istituzionalizzazione e modernizzazione del potere da una parte, rivoluzione e fondamentalismo dall’altra. L’elemento wahabita radicale è riemerso in successive insurrezioni armate, di cui la più nota è l’occupazione della grande moschea della Mecca nel 1979. Dopo di allora la politica della monarchia è consistita nel deviare verso l’esterno le energie rivoluzionarie, finanziando moschee e centri islamici di stretta osservanza wahabita in tutto il mondo (il solo re Fahd costruì 1.359 moschee all’estero e finanziò 2.400 scuole e collegi), esportando imam estremisti e combattenti jihadisti a partire da quelli che combatterono nell’Afghanistan occupato dai sovietici e poi rifluirono in al Qaeda, e armando e finanziando ogni gruppo salafita e jihadista deciso a prendere il potere in un paese musulmano (l’ultimo caso è quello della Siria).

Le insurrezioni interne sono sempre state soffocate senza pietà, ultima in ordine di tempo quella suscitata da al Qaeda. Con l’Isil però si è creata una situazione nuova. Lo Stato islamico è certamente un fenomeno di radicalismo wahabita, e lo era fin dal suo inizio, quando si dedicava solo all’Iraq e l’allora leader Abu Omar al Baghdadi scriveva nel 2006 che l’obiettivo dello Stato era di promuovere il monoteismo, «il bisogno di demolire e rimuovere tutte le manifestazioni del politeismo e proibire le sue forme, il bisogno di fare ricorso alla legge di Dio facendo ricorso alle corti islamiche dello Stato islamico, perché ricorrere all’idolatria delle leggi secolari sarebbe un motivo di annullamento dell’islam». Ha agito sul campo come agirono i guerrieri di Mohamed bin Saud e poi gli Ikhwan, cioè ha sottomesso i nemici col terrore, razziato i loro beni e conquistato territori, e ora promette di detronizzare i Saud con un’azione dall’esterno. Il fatto che abbia vendicato i sunniti dell’Iraq, emarginati dal governo pro-sciita di Baghdad, ha generato simpatie fra i cittadini sauditi.

isis-stato-islamicoOra si tratta di capire di quanto consenso goda nel paese e su quali forze possa fare leva. In uno stato chiuso e autoritario come l’Arabia Saudita le inchieste demoscopiche affidabili sono praticamente inesistenti. In luglio era circolata la notizia che un sondaggio condotto su Twitter aveva dato come risultato che il 92 per cento dei sauditi giudicherebbe l’Isil «coerente coi valori dell’Islam e della legge islamica». Invece un sondaggio commissionato dal Washington Institute for Near East Policy e pubblicato all’inizio di ottobre avrebbe rivelato che solo il 5 per cento dei sauditi simpatizza con il califfato. I sauditi che sono entrati nelle file dell’esercito di al Baghdadi sarebbero 7 mila, cioè circa un terzo di tutti i suoi attuali combattenti.

La propaganda jihadista
Quanto siano preoccupate le autorità di Riyadh, che da marzo hanno inserito lo Stato islamico nell’elenco delle organizzazioni terroriste, lo si comprende dalla mobilitazione di tutti i media e di tutti gli sceicchi e predicatori del regno (sono circa 70 mila) in una campagna volta a diffondere capillarmente l’idea che l’Isil va contro la legge islamica e merita di essere condannato. Quel che preoccupa i regnanti sono i video propagandistici nei quali i combattenti dell’Isil di origine saudita stracciano il passaporto mentre dichiarano che la famiglia regnante è kaffir tanto quanto gli sciiti o gli alawiti siriani. Molti di essi provengono dalle tribù che da sempre rappresentano il nerbo dell’esercito saudita: gli Otaibah, gli Shammar, gli Harb. Ciò fa nascere interrogativi intorno alla lealtà dell’esercito in caso di crisi.

Come ha scritto Alastair Crooke, diplomatico britannico e agente dell’intelligence militare esperto di questioni islamiche: «L’Isil può essere visto come un movimento correttivo del wahabismo contemporaneo. Mentre la monarchia saudita fioriva grazie al petrolio e diventava un’istituzione ipertrofica, l’attrattiva del messaggio purista degli Ikhwan guadagnava terreno e il sostegno di molti uomini. Oggi la delegittimazione della monarchia non è vista come un problema, ma come un ritorno alle vere origini del progetto saudita-wahabita».

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8 Commenti

  1. Ennio scrive:

    Tranquilli, l’ipocrita buonismo della nostra sinistra ha già trovato il rimedio al pericolo Isis: aprire quante più moschee possibile anche sul suolo italico (Pisapia docet). Ragionamento analogo anche a livello europeo, ovviamente.
    Insomma, un po’ come se negli anni ’30 per contrastare il nazismo “integralista” si fosse finanziata la nascita di centri culturali nazisti “moderati”…
    Mamma mia…ma la storia non insegna prioprio niente??

    • Menelik scrive:

      Più che fare i lecchini coi musulmani, a loro interessa scardinare e disperdere qualunque cosa gli richiami alla mente il cattolicesimo.
      Sinistra-sinistra e movimento 5 stelle hanno una voglia matta di arrivare al più presto alla soluzione finale del “problema cattolico”.

      • Filippo81 scrive:

        Sono d’accordo con te Menelik, i poteri forti occidentali sarebbero disposti pure ad appoggiare il demonio stesso pur di far sparire i Cattolici dalla faccia della terra !

        • Filippo81 scrive:

          Tra l’altro l’arabia saudita , il qatar e altri Stati appoggiano l’isis, quando se li troveranno all’interno dei propri confini a seminare terrore, capiranno il gravissimo errore che hanno compiuto.

      • mike scrive:

        vero, menelik. una delle cose più sensate che ho letto nel sito da un pò di tempo a questa parte.

  2. D.Ph kissinger scrive:

    Il problema culturale è da affrontare. E bisogna tornare a un sano e rigoroso laicismo. Si è dato troppo spazio e si da troppo spazio alle sensibilità confessionali. Isis finche è lì è solo un argomento da salotto per noi. Un racappricciante argomento da salotto. Li vorrei proprio vedere sti quattro matti con le pezze al culo avvicinarsi al limite oltre il quale Israele si definisce in pericolo….

  3. mike scrive:

    l’articolo dice cose interessanti, specie sul wahabbismo di cui si sente parlare ma si sa poco.
    personalmente comunque credo l’isis attaccherebbe prima l’arabia per acquisire prestigio nel mondo islamico. poi però è da vedersi. cioè dopo … l’iran? l’iran non è un pinco pallino qualsiasi, anche perchè russia e cina lo sosterrebbero. o piuttosto israele? gli USA non lo permetterebbero. per me sono loro a stare dietro l’isis ma per ora non credo giocherebbero a carte scoperte. l’unica possibilità per me è una sola: conquistano la mecca, acquistano prestigio in seno all’islam (potrebbero dire che allah in fondo è con loro), e poi magari altri paesi musulmani si alleano con l’isis. e così si metterebbe male. infatti il pakistan ha pure la bomba atomica, l’iran forse pure, e paesi come turchia ed egitto sono potenti. anche se i governanti di tali paesi non vorrebbero saperne dell’isis ci può stare la pressione popolare, e/o qualche colpo di mano (=di stato) pilotato dall’esterno coi nuovi governanti pro-isis. in sostanza se il califfato conquista l’arabia o meglio la mecca dopo lo scenario peggiorerebbe.
    su roma non so se vogliono davvero arrivarci alla fine. forse prima. è chiaro perchè, è la capitale della cristianità ossia per loro un boccone che attira tanto e che cioè mette fretta di mangiarselo.

  4. gibran scrive:

    Ha detto bene Menelik, ma io direi che ovunque, nel mondo, è l’idea stessa di Dio ad essere sotto attacco. Da musulmano non vedo proprio nulla di santo in questa guerra o nella gente che vi aderisce, potete dire quello che volete ma il vero Islam è fatto di pace, è un segreto che sanno tutti.

    Oggi essere veri credenti è diventato di per sé un atteggiamento estremistico, e non parlo di gente armata ma di persone civili, lavoratori seri e famiglie con bambini, che tirano dritto secondo le leggi dei paesi in cui si trovano; parlo anche dei credenti italiani, ognuno con la sua fede: ci scoraggiano ogni giorno, vogliono che non crediamo più, forse perché chi ha ancora l’idea di Dio può ben vedere che ogni cosa intorno è malata. Ci hanno imposto cataclismi sociali dai nomi esotici tipo globalizzazione, delocalizzazione, multiculturalismo; adesso avremo altre calamità come l’utero in affitto, il matrimonio omosessuale e le relative adozioni, l’eutanasia… Come affronterà il credente tutto questo? Come ne usciranno i cattolici, o i testimoni di Geova? Difenderanno fino in fondo le proprie convinzioni? o dovranno cedere per non essere accusati di fondamentalismo, e rinnegare quello in cui hanno creduto fino a quel momento, rinnegando perciò un po’ anche Dio?

    Credo sia antiquato e poco nobile parlare di guerre sante o di crociate, e credo che l’uomo, credente o meno, ma almeno intelligente, abbia già superato l’ostacolo della diversità di religione, e sono certo che oggi ognuno abbia almeno un conoscente straniero che stima nonostante le differenze culturali. Perciò, secondo me, il grande concetto da tenere presente è che cristiani, ebrei o musulmani, se crediamo in Dio siamo tutti nella stessa barca, sia riguardo alle infinite piaghe del pianeta come questa dell’ ISIS, come non ce ne fossero già abbastanza, sia riguardo a Dio.

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