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Da Ferguson a Moyes: la “Scuola di Glasgow” detta ancora legge tra le panchine

maggio 18, 2013 Emmanuele Michela

Tra i cantieri navali di Govan e le vie di Patrick c’è in mezzo solanto il fiume Clyde. I due quartieri si guardano l’un l’altro nelle sponde ovest della città di Glasgow, inglobati ormai da tempo nello sviluppo urbano del centro scozzese. Distano poco l’una dall’altra la casa natale di sir Alex Ferguson e quella […]

Tra i cantieri navali di Govan e le vie di Patrick c’è in mezzo solanto il fiume Clyde. I due quartieri si guardano l’un l’altro nelle sponde ovest della città di Glasgow, inglobati ormai da tempo nello sviluppo urbano del centro scozzese. Distano poco l’una dall’altra la casa natale di sir Alex Ferguson e quella di David Moyes: tra il quartiere dell’ex-manager del Manchester e il suo successore passa in mezzo solo un corso d’acqua. Sarà forse anche per questo che Fergie ha scelto proprio l’allenatore uscente dell’Everton come tecnico cui lasciare il testimone dopo 26 anni alla guida dei Red Devils. Premiando una delle panchine più brillanti contraddistintesi in Premier nelle ultime stagioni, ma confermando anche la grande tradizione di allenatori che arriva dalla città scozzese.

DA BUSBY A SHANKLY. È un dato singolare. I nomi dei grandi tecnici che da questa area urbana sono arrivati si alternano in maniera affascinante: due anni fa la Premier ne contava ben sei. Ci si muoveva sulle orme del carismatico Fergie, si parlava di “Glasgow School of Management”, poi tra licenziamenti e retrocessioni ne sono rimasti solo tre: sir Alex, Moyes e Lambert. A ripercorrere la storia dei più grandi club inglesi la costante ritorna: lo United di Charlton e George Best era guidato, tra anni Cinquanta e Sessanta, da Matt Busby, mentre i Lisbon Lion del Celtic vedevano in panchina Jock Stein, entrambi tecnici leggendari, nati a meno di 15 miglia dalla città scozzese. Poco più a nord sta Coatbridge, paese natale del Gunners George Graham, mentre bisogna scendere di 40 miglia per arrivare a Glenbuck, casa del grande Bill Shankly, carismatico allenatore del Liverpool per 6 anni. Tra le leggende dei Reds, non ci si può scordare di Kenny Dalglish, altro glaswegian doc.

«TI DOVEVI ACCUDIRE DA SOLO». Difficile trovare una vera ragione per tanta abbondanza di carisma e genio tattico. «A Glasgow ti dovevi accudire da solo», raccontava due anni fa proprio David Moyes. È vita grama quella dei quartieri poveri della città industrializzata, con famiglie numerose che vivono in sobborghi a fianco dei cantieri navali e delle grandi aziende. Da qui è venuto fuori Ferguson, il cui padre era manovale: forse è l’aria lugubre del posto che ha sviluppato in sir Alex la pelle spessa, la voglia di rivincita e l’autorità necessarie per salire fin là dove è arrivato. «Non significava però che dovevi essere il miglior lottatore, ma solo che dovevi badare a te stesso. Voleva dire che dovevi avere la lingua più lunga, che dovevi essere il più veloce a correre se c’era bisogno di scappare dalla gente». Glasgow è sempre stata la capitale calcistica della Scozia, contrapposta a Edimburgo, dove invece è sempre andato molto di più il rugby. Qui non esiste altro che il derby Celtic-Rangers, e il pallone tira da matti ovunque: «L’ambiente – è sempre Moyes che racconta della sua giovinezza – ha fatto sì che io decidessi di implicarmi nel calcio. Al tempo qui non c’era nient’altro. O il calcio o niente. Lo giocavi nei parchi alla domenica, e con i tuoi compagni la sera per strada. Davvero non conoscevo nient’altro». Così ecco che al piglio delle giornate spese tra la working-class si univa la passione e l’intelligenza calcistica.

«O IL CALCIO O LA CAVA». Non è sicuramente una ragione che spiega con certezza matematica il fiorire di così tanti tecnici di livello. Ma per alcuni è stato così. Ferguson, Moyes… E a suo modo anche Bill Shankly. Il suo paese natale c’entrava poco con la vita di Glasgow. Era una piccola comunità di minatori, Glenbuck: un migliaio di abitanti, la gran parte dedita al lavoro in miniera. Se nascevi lì, di prospettive lavorative non ce n’erano molte: «Cerano solo due cose all’epoca: la cava e il calcio»‚ raccontò lo stesso Shankly anni fa. Lo sport era il modo per rilassarsi, scaricare le tensioni lavorative e divertirsi. E per qualcuno anche un modo per scappare: non è un caso che un borgo tanto piccolo abbia dato i natali a una cinquantina di calciatori professionisti, di cui tanti diventati poi internazionali. Tra cui lo stesso Bill. Scenari diversi, dimensioni imparagonabili, ma dal piccolo Glenbuck alla metropoli Glasgow la distanza è breve. E quella capacità di forgiare grandi tecnici rimane unica. Domani il più famoso di questi, Alex Ferguson, saluterà la Premier e lascerà il suo trono al concittadino Moyes. Non ha ancora vinto nulla di prestigioso David, e il suo accento scozzese non è spigoloso quanto quello di sir Alex. Ma la voglia di riscatto è pure Glaswegian. E promette bene.

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