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Cazzola: «Sette milioni di pensionati con meno di mille euro al mese? Attenzione all’eccesso di retorica»

aprile 4, 2014 Matteo Rigamonti

«L’importo della pensione non è frutto di un destino capriccioso; corrisponde sempre a quanto si è versato durante gli anni di lavoro. Chi deve prestare più attenzione sono i giovani». Intervista a Giuliano Cazzola

Allarme pensioni in Italia, ma solo per i giovani precari. A spiegare a tempi.it come mai non bisogna cedere a troppo facili allarmismi in materia previdenziale è Giuliano Cazzola, che dal 1994 al 2007 ha ricoperto diversi incarichi all’interno di enti previdenziali, tra i quali l’Inpdap e la stessa Inps, dove è stato presidente dei sindaci. Secondo Cazzola, il dato secondo cui sette milioni di pensionati percepiscono meno di mille euro al mese è da leggere con molta attenzione, «perché in queste ricorrenti rappresentazioni è presente molta retorica».

Cazzola, secondo il Corriere della Sera gli oltre 300 mila trentenni che oggi lavorano con un contratto di collaborazione a progetto sono quelli che, versando i contributi alla Gestione separata (l’unica in attivo), tengono in piedi il bilancio dell’Inps. Ma sono anche quelli che andranno in pensione, dopo quarant’anni di contributi, con assegni massimi di poco superiori ai cinquecento euro mensili. Come si è giunti a un simile paradosso?
Fino a prima della crisi, il bilancio dell’Inps era sostenuto da due gestioni in forte attivo di circa 12 miliardi complessivi all’anno: quella delle prestazioni temporanee (Gpt) che erogava la cosiddetta previdenza minore, ovvero gli assegni al nucleo familiare, gli ammortizzatori sociali ordinari, le indennità di malattia e di maternità. L’altra era appunto la Gestione separata. La prima incassava più contributi di quanti non ne spendesse, nonostante che le aliquote relative alla diverse prestazioni erogate fossero state “tosate” a favore dell’aliquota pensionistica portata al 33 per cento nel 1995 a parità di costo del lavoro. Con la crisi, però, questa gestione non è stata più in grado di ottenere i tradizionali avanzi di circa 6 miliardi l’anno perché ha dovuto erogare un maggior numero di prestazioni. La seconda, la Gestione separata, invece, istituita a partire da 1996, per ora incassa senza praticamente spendere visto che gli iscritti non hanno ancora avuto modo di maturare i requisiti.

E ora cosa succederà?
La gran parte dei trattamenti ora erogati riguardano pensionati che hanno continuato a lavorare come collaboratori e che ora si fanno liquidare pensioni supplementari o casi analoghi. Di qui la ragione degli importanti saldi attivi che vanno a coprire i buchi delle altre gestioni, a partire da quelle del lavoro autonomo prima ancora che del pubblico impiego come scrive sempre il Corriere della sera. Per gli iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, però, non esiste un destino che li condanna a delle pensioni basse. Non è il sistema di calcolo contributivo, infatti, a penalizzarli, ma la loro presenza stessa sul mercato del lavoro. Tenga presente che anche adesso vi sono 4,5 milioni di pensioni che percepiscono solo il trattamento minimo, pari a circa 500 euro mensili, perché neanche il calcolo retributivo fa dei miracoli se le storie lavorative sono interrotte e saltuarie.

Per questi giovani, dunque, ricorrere a forme di previdenza complementare è indispensabile. Ma come possono farlo se, come spesso succede, nemmeno guadagnano mille euro al mese, senza alcun tipo di tutela, straordinari o tredicesime?
La risposta se la è già data lei. Un giovane non ha una base economica sufficiente per finanziare la previdenza pubblica e quella privata, anche perché spesso non dispone neppure del Tfr che è la fonte primaria di finanziamento delle forme di previdenza complementare. L’unica soluzione possibile è quella che i tecnici chiamano dell’opting out. Si tratterebbe di consentire ad un giovane di usare volontariamente qualche punto dell’aliquota obbligatoria per finanziare la previdenza privata se vuole diversificare il rischio.

In Italia sette milioni di pensionati (il 42,6 per cento del totale) vivono con meno di mille euro al mese. Il sistema previdenziale italiano non funziona?
Bisogna stare attenti perché in queste ricorrenti rappresentazioni è presente molta retorica nel presentare i dati. L’importo della pensione, infatti, non è frutto di un destino capriccioso. A determinarlo vi sono delle regole basate sulla attività svolta durante gli anni di lavoro. I sistemi pensionistici non sono trappole e neppure “vendicatori mascherati” che arrivano al momento della quiescenza a porre riparo ai torti subiti durante il corso della vita attiva o ad assolverci dagli eventuali errori commessi. Da noi il tasso percentuale di sostituzione del percettore mediano è pari al 71 per cento dell’ultima retribuzione. In Germania è di poco superiore al 40 per cento. Inoltre gli assegni sono oltre 23 milioni, i pensionati 16,5 milioni. Ciò significa che quasi sette milioni di prestazioni si redistribuiscono sulla medesima platea di persone.

Secondo lei, Renzi, cosa dovrebbe cambiare subito?
Dovrebbe continuare come adesso, senza curarsi più di tanto di vecchie storie come quella degli esodati. E dovrebbe immaginare un nuovo modello che guardi ai problemi dei giovani, alle loro caratteristiche sociologiche. Nella passata legislatura lo avevo proposto insieme a Tiziano Treu in un progetto di legge che non ha avuto fortuna. Si trattava di istituire per i nuovi assunti e nuovi occupati un sistema pensionistico caratterizzato da una pensione di base di natura fiscale a cui aggiungere una pensione contributiva pubblica finanziata dalla contribuzione obbligatoria. L’aliquota dovrebbe essere ridotta ed uniforme (24-25 per cento) per tutte le tipologie di lavoro. Diminuirebbe dunque il costo del lavoro e nel medesimo tempo si allargherebbe l’occupazione. A me sembra una strada più utile di quella degli incentivi diretti e monetari alle assunzioni.

La staffetta generazionale per i dipendenti pubblici proposta dal ministro Marianna Madia sono utili o dannosi?
Queste politiche sono già state adottate più volte e hanno fallito. La materia è molto delicata. Ma non vedo altre possibilità se non quella di avvalersene, magari con interventi temporanei e mirati a valle dei processi di mobilità che hanno rappresentato fino ad ora un sostanziale buco nell’acqua.

Pensioni basse per molti e alte per pochi possono accrescere la tensione sociale?
A me non piace evocare Girolamo Savonarola, ma trovo che siamo su di una china pericolosa di odio sociale, alimentato dalla stampa e dalla tv. Ormai le riforme si apprezzano solo se prevedono il taglio di qualche stipendio. Pensi che se passano le riforme del governo Renzi il sindaco della mia città, Bologna, diventerà d’incanto, anche presidente dell’area metropolitana e senatore. Tutto ciò non già per ragioni di funzionalità amministrativa, bensì per risparmiare due stipendi.

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1 Commenti

  1. beppe scrive:

    insomma, non cambia niente, chi prende poco la smetta di lamentarsi, e chi ha vitalizi esorbitanti vi fa una bella pernacchia.

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