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Padre Scalfi: «Se cambia la persona, cambia l’Italia. Chiediamoci cosa possiamo fare per migliorare la realtà»

ottobre 20, 2014 Giovanni Fighera

Bellissimo è stato l’augurio che padre Romano Scalfi ha lasciato a tutti gli italiani al termine del trentaduesimo Premio internazionale Medaglia d’Oro al Merito della Cultura Cattolica: «L’esperienza del samizdat mi ha insegnato quanto sia importante la responsabilità personale. E lo vedo guardando la situazione dell’Italia oggi. Mi auguro che cresca la responsabilità della persona. Se cambia la persona, cambia l’Italia. Non dobbiamo dare la colpa agli altri, ma capire noi cosa possiamo fare per cambiare le cose nella nostra realtà quotidiana, e chiederci quale è la nostra responsabilità».

Padre Scalfi, 91 anni, ha fondato Russia Cristiana, che negli anni ha contribuito a diffondere la ricchezza del patrimonio religioso, culturale e artistico orientale e a far conoscere la voce del dissenso nella Russia comunista. Nato in una famiglia profondamente cristiana, padre Scalfi ha desiderato diventare prete fin da quando aveva quattro anni. A 23 anni l’incontro con il gesuita Gustavo Wetter, rettore del Russicum di Roma, e la celebrazione della Divina Liturgia Bizantina lo convincono a dare la vita per i cristiani della Russia. «Sono rimasto folgorato», dice Scalfi alla consegna del Premio, «dalla bellezza della Divina Liturgia bizantina, qualcosa di meraviglioso, perché è una liturgia che vuole parlare a tutto l’uomo, non solo alla testa: la mente e il cuore. Una messa celebrata con il rito bizantino, per esempio, non si potrebbe fare senza un bel coro, perché ha una parte sostanziale tutto il rituale che il celebrante compie senza parlare e che richiede l’accompagnamento della musica. Nel mio innamoramento c’è stato sicuramente un aspetto sentimentale, ma Dio si serve anche di queste piccole cose per portare avanti i suoi disegni».

È lo stupore che lo muove, che lo cattura, che lo affascina. Come scriveva Gregorio di Nissa: «I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce». Per questo Scalfi è sempre stato convinto che l’unica pedagogia reale ed efficace fosse quella improntata alla bellezza. In una dimensione culturale dominata dal relativismo, dal materialismo, dall’edonismo solo l’incontro e l’amore con la bellezza possono mostrare all’uomo che esiste una verità che è, al contempo, buona e bella, è la bellezza di Cristo, rappresentato da san Giovanni nell’Apocalisse mentre dice di sé: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Cristo è la possibilità di comprendere l’uomo e la realtà in maniera diversa, è la sola possibilità di un’umanità nuova già su questa terra. Contro ogni ideologia che preannuncia l’instaurazione di un mondo nuovo, buono già su questa terra a partire da progetti umani e da rivoluzioni come quella russa, Cristo si propone come la persona da accogliere perché si possa instaurare il suo Regno, perché possa venire la sua pace, non quella del mondo, ma una pace che include anche giustizia, misericordia e carità. L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri, insignito del Premio nel 2013, sottolinea «l’inesorabile capacità» che Scalfi «ha avuto lungo tutta la vita di amare Cristo sopra ogni altra cosa e di riconoscerlo e di seguirlo valorizzando tutti gli incontri nei quali si è palesato presente».

samizdatPer accogliere Cristo bisogna però che l’uomo ci sia con tutto il suo bisogno, con tutta la sua persona, le sue esigenze e la sua libertà. «Ciò che occorre è un uomo», per usare un verso del poeta Carlo Betocchi. Per le stesse ragioni il samizdat (che in russo significa «edito in proprio»), il fenomeno di diffusione clandestina dei testi censurati o comunque ostili al regime sovietico, mirava alla valorizzazione della libertà. Conferma Scalfi: «Era tutto basato sulla responsabilità personale. Marx diceva che le forze produttive determinano la coscienza; il samizdat ribadiva invece la libertà personale e la centralità della persona nella storia. Il suo scopo non era tanto combattere il comunismo: esso era una falsità della vita, sarebbe caduto da solo. Il samizdat voleva aiutare gli uomini a crescere nella loro fede, e condannava ogni forma di violenza. Questo sentimento era penetrato nel cuore della gente, ed è dimostrato dal fatto che il comunismo è caduto senza versare una goccia di sangue. Per chi lavorava per il samizdat, il problema non era buttare giù il comunismo, ma tirare su persone nuove, una società nuova. Ribadendo la responsabilità personale, ci si chiedeva non tanto di chi fosse la colpa per una situazione di negazione di così tante libertà da parte del regime, ma che cosa potesse fare ciascuno nel suo ambito per cambiare quella situazione».

Come ricorda il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione Julián Carrón, «l’incontro con don Giussani ha reso più struggente la passione di padre Scalfi per l’unità della Chiesa, vivendo quello sguardo ortodosso-cattolico che gli ha permesso di realizzare esempi di ecumenismo reale, trascinato “da un totalizzante stupore del bello. È dalla bellezza che nascono continuamente immagine di possibilità inaspettate per riparare le case distrutte e costruirne di nuove” (don Giussani)». «L’ecumenismo», afferma padre Scalfi, «parte dalla persona, dal basso. Io collaboro all’ecumenismo quanto più sono unito a Cristo. Il problema è che nel tempo tanti hanno inteso l’ecumenismo come un “negoziato”, in cui ciascuno cede qualcosa della propria identità. Invece l’ecumenismo è l’esatto opposto. La soluzione è che i cattolici siano sempre più cattolici e che gli ortodossi siano sempre più ortodossi».

scalfi-cultura-cattolicaSi deve, quindi, andare in profondità nei confronti della verità incontrata. «La verità si esprime in amore e l’amore fiorisce in bellezza» (Pavel Florenskij). Per questo esiste una via pulchritudinis ovvero una via della bellezza che conduce alla verità, a Dio. «Una sola cosa supera l’opera di Dante (cioè la bellezza dell’arte), la santità vissuta su questa terra. Allora il Paradiso celeste si incarna fin da quaggiù. Il suo candore squarcia un poco le nebbie della nostra valle. Cantare non è nulla, vivere è meglio» (Charles Moeller). Ecco perché la Didakè invitava a guardare ogni giorno il volto dei santi e a trarre conforto dai loro discorsi e dai loro sguardi.

Per lo stesso motivo ogni anno il Premio Internazionale della Cultura Cattolica propone all’attenzione persone che nell’incontro con Cristo hanno generato un nuovo sguardo culturale tramutando la loro dimensione individuale in una dimensione pubblica di testimonianza, persone che hanno saputo «fare della fede cultura», come diceva papa Giovanni Paolo II. «Non a caso», afferma il presidente di Cultura Cattolica Andrea Mariotto, «nel tempo sono stati premiati esponenti di tutti i campi del sapere: dalla filosofia alla teologia, dal giornalismo al cinema, dalla musica alla letteratura, dalla scultura alla scienza. Tutti i premiati sono accomunati dall’essere riusciti ad avere uno sguardo particolare sulla realtà e sull’uomo, uno sguardo determinato dalla loro fede in Gesù Cristo. Queste personalità sono la conferma che la fede non è un limite nell’esercizio della ragione, ma semmai è qualcosa che potenzia la capacità della ragione di comprendere la realtà e di dare un giudizio su di essa».

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1 Commenti

  1. TomC scrive:

    Quello del samizdat è un mezzo che presto si renderà necessario anche in Italia…
    Citando i The Sun, “Il bel Paese è in affanno, deriso e vinto, un urlo spento/ Ma tutto inizia dall’interno/ Un uomo nuovo è un nuovo inizio”: è ora che si parli meno di ideologia e più di ideale, perché se uno si sveglia e cerca la verità, anche chi lo guarda si interrogherà e avrà una possibilità di svegliarsi.

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