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Cina. 50 anni dopo la “Grande rivoluzione culturale”, non resta che chiedere perdono alle vittime

aprile 6, 2016 Leone Grotti

«Le teste possono rotolare, il sangue può essere versato, ma il pensiero di Mao Zedong resterà per sempre». Questi e altri slogan sono incisi sulle stele del cimitero Shapingba della megalopoli di Chongqing (34 milioni di abitanti), nell’area centromeridionale della Cina. Come ogni anno, in occasione della festa tradizionale di Qingming del 4 aprile, durante la quale i cinesi onorano gli antenati, Zheng Zhisheng torna in questo cimitero a visitare chi è morto giurando fedeltà a Mao.

LA STRAGE. Il camposanto di Shapingba è uno dei pochi rimasti in Cina ad accogliere solo i veterani della Rivoluzione culturale (1966-1976) e i loro familiari. La “Grande rivoluzione culturale proletaria” è stata lanciata 50 anni fa da Mao per eliminare i «revisionisti», scelti come capro espiatorio per il fallimento della rivoluzione comunista dopo il disastro del Grande balzo in avanti, che portò alla morte di 30-40 milioni di persone, la più grande strage mai causata al mondo da un governo contro il suo popolo.
Al grido di «ribellarsi è giusto!», Mao mobilitò i giovani, le famose Guardie rosse, e li rivoltò contro tutti gli intellettuali e le istituzioni del paese per spazzare via i Quattro vecchiumi: «Vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti». Durante 10 anni di anarchia, si consumarono processi sommari, omicidi in piazza e ogni tipo di nefandezze in nome della fedeltà al Grande timoniere. Circa 1,5 milioni di persone persero la vita.

LA GUERRA INTESTINA. A Chongqing, in particolare, due fazioni di Guardie rosse si fecero guerra: sia il gruppo “15 agosto” sia i “ribelli fino alla fine” volevano essere gli unici a rappresentare il pensiero di Mao. Per vincere sequestrarono le armi da otto caserme e si combatterono per anni usando pistole, fucili, mitragliatrici, bombe, perfino carri armati e navi attraccate nel fiume Yangtze. Morirono a migliaia.

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«BESTIE SACRIFICALI». Zheng, appartenente alla fazione “15 agosto”, fu incaricato di seppellire i compagni che cadevano sul campo. Curò, lavò e interrò 280 cadaveri sui circa 500 presenti nel cimitero. «Eravamo tutti bestie sacrificali in una battaglia politica», commenta oggi al New York Times passeggiando tra le tombe. Lui stesso si è macchiato di crimini orrendi: in particolare ricorda quando nel 1967, in un accesso di rabbia, prese due prigionieri e li fece calpestare a morte senza motivo da un’enorme folla. I due, dei quali ricorda ancora i nomi, Li Pingzheng e He Minggui, furono poi finiti da due Guardie rosse.

OBLIARE IL PASSATO. A 50 anni dall’inizio di quella insensata carneficina, il presidente Xi Jinping non vuole sottolineare gli errori di Mao e cerca di impedire che si raccontino le tante storie di orrore che compongono il romanzo della Rivoluzione culturale. Anche il cimitero Shapingba, solitamente chiuso, viene aperto solo durante la festa di Qingming e solo per i parenti delle vittime. Dozzine di agenti impediscono persino di fare foto e chi vuole entrare a commemorare gli antenati deve mostrare un permesso scritto da parte del governo.

«MORIRE PER GLI IDEALI». Xi Qingsheng, 64 anni, è venuto a trovare la mamma sepolta nel cimitero. «Il partito comunista non vuole riaprire questa ferita. Noi familiari delle vittime abbiamo sofferto in modo terribile. Io vengo qui ogni anno: brucio gli incensi, mi inginocchio davanti alla tomba e consumo un pasto con mia madre, dopo averle lasciato alcune offerte». Anche Zhou Ziren, 72 anni, ex Guardia rossa, torna ogni anno e sembra rimpiangere quei tempi rispetto alla nuova strada intrapresa dal comunismo in Cina: «Fuori da queste mura c’è la società e la gente che ricerca solo cose materiali. Qui dentro, invece, si ritorna a un’era dove la gente era pronta a morire per gli ideali».

«IL PIÙ GRANDE RIMPIANTO». Mao, considerato da molti anche oggi una specie di semi-dio, era purtroppo un falso ideale. Zheng, che nel 1970 fu condannato per la morte di sei persone e visse in carcere fino al 1983, ora se ne rende conto. «Il più grande rimpianto della mia vita», sospira, è non aver impedito l’uccisione di Li Pingzheng e He Minggui, ma di averla favorita. Ogni giorno sogna di ritrovare i familiari, inginocchiarsi e chiedere perdono. «Non so purtroppo dove sono sepolti Li e He. Ma vorrei tanto dire alle loro famiglie dove si trovano i loro corpi».

Foto Qingming Ansa e Ansa/Ap


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