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Biloslavo: «Quella volta in cui Gheddafi mi disse: morirò combattendo»

ottobre 21, 2011 Roberto Regina

Fausto Biloslavo, l’ultimo giornalista italiano ad intervistare Muammar Gheddafi, racconta la morte del raìs: «L’azione è stata combinata dalla Nato per colpire Gheddafi, evitando di consegnarlo al tribunale dell’Aia e di assistere al conseguente show mediatico. Il lavoro sporco è stato lasciato ai nuovi rivoluzionari». Poi un ricordo: «Mi disse: morirò combattendo»

Muammar Gheddafi è morto: è stato catturato, ferito alle gambe e poi giustiziato sommariamente, probabilmente con un colpo alla tempia partito dalla sua pistola d’oro, stretta in mano da un giovane ribelle. Fausto Biloslavo, giornalista e inviato di guerra, l’ultimo giornalista italiano ad avere intervistato il raìs libico, commenta a Radio Tempi quanto accaduto: «Il colonnello era stato individuato a Sirte, nei pressi della sua roccaforte, dove da tempo si combatteva duramente. Grazie all’appoggio aereo della Nato il governo rivoluzionario libico è riuscito a circondare le ultime sacche di resistenza, poi ha cercato di sganciarsi per continuare a combattere, come avrebbe fatto probabilmente chiunque».

«I predator americani – continua Biloslavo – hanno individuato e seguito Gheddafi, poi il convoglio è stato intercettato dai Mirage francesi che hanno colpito la scorta pesante del raìs, lui si è nascosto in un tunnel per proteggersi ma sicuramente i ribelli lo aspettavano al varco. Dico questo perché i Mirage non possono colpire in modo così preciso senza avere l’appoggio di forze a terra, quindi l’azione è stata combinata per colpire Gheddafi con precisione chirurgica, evitando così di consegnarlo al tribunale dell’Aia e di assistere al conseguente show mediatico. Il lavoro sporco è stato lasciato ai nuovi rivoluzionari». Sul futuro della Libia, Biloslavo ammette che la morte di Gheddafi rappresenta una svolta ma è cauto. «Bisogna innanzitutto vedere se i figli combattenti sono effettivamente morti oppure no»  dice prudentemente, «e poi va tenuto presente che le autorità provvisorie libiche sono divise fra laici (gheddafiani) e islamisti, hanno idee diverse su forma dello Stato e ruolo della religione, e anche territorialmente ci sono molte divisioni che rendono difficile l’unità tanto auspicata. Le linee tribali poi sono difformi, non tutte le tribù erano infatti favorevoli a Gheddafi».

L’inviato di guerra ha ricordato anche la sua intervista a Gheddafi: «Ricordo benissimo l’ultima intervista che gli avevo fatto per Il Giornale. Vedendolo da vicino potevi notare che nascondeva le rughe con qualche ritocco di bisturi, si tingeva i riccioli dei capelli e teneva alla forma fisica. Nello spirito era rimasto un beduino. Si spostava sempre in tenda, dove viveva. Ma il momento che mi ha più impressionato è stato quando gli ho chiesto se non avesse paura di fare la fine di Saddam Hussein. Lui mi ha risposto ridacchiando, dicendomi di non avere paura di morire, anzi sarebbe morto combattendo. In qualche modo prefigurava già la sua fine».

Gheddafi è rimasto al potere per ben 42 anni, «perché comunque il colpo di Stato del 1969 ha tirato fuori il paese dalla monarchia medioevale dando alla Libia una visione, favorendone la crescita e la ricchezza, grazie al petrolio. Gheddafi ha fatto costruire canali, strade, ospedali, le case avevano l’acqua. Inoltre ha portato le donne all’università e abolito il burka. E’ stato un leader visionario e contraddittorio, che ha finanziato e addestrato terroristi ma a fasi alterne è stato osannato dalla comunità internazionale. Stiamo parlando di un regime che era a tratti accettato internazionalmente, che però è stato rigettato da una parte del suo popolo, che con l’appoggio della Nato lo ha abbattuto».

Ma con la morte rimangono «molti misteri irrisolti», descritti da Biloslavo nell’intervista integrale che si può ascoltare qui sotto.

Ascolta l’intervista integrale
[podcast pid=60/]

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