«In Venezuela viviamo nella paura, i soldi sono carta straccia»

Di Giuseppe Beltrame
11 Gennaio 2026
La testimonianza di una donna a una settimana dal blitz americano che ha deposto Maduro. Il costo del latte, la società spaccata in due, i black-out
Caracas, Venezuela, 4 gennaio 2026 (foto Ansa)
Caracas, Venezuela, 4 gennaio 2026 (foto Ansa)

«Nell’arco di una settimana il prezzo dei beni di prima necessità in Venezuela è raddoppiato, in alcuni casi quasi triplicato. Il latte è passato da costare 1,20 dollari a 2,20 o addirittura 3 dollari», racconta a Tempi Marcela García, nome di fantasia di una professionista che lavora in una delle città più importanti del paese sudamericano. Da tempo le è impedito di lavorare, «perché senza compromettersi con il governo è impossibile svolgere la mia attività». A una settimana dal blitz americano che ha deposto il presidente in carica Nicolás Maduro, il futuro politico del Venezuela è ancora tutto da decifrare. Intanto l’inflazione incalzante da mesi ha avuto un ulteriore peggioramento negli ultimi giorni: «Oggi il bolivar venezuelano a confronto con l’euro e il dollaro americano è quasi carta straccia».

Qual è stata la prima reazione che si è vista nelle piazze?

Il popolo si è spaccato in due. Da una parte c’è chi parteggia per Maduro e si oppone all’intervento statunitense, considerando l’operazione un atto imperialista degli Usa. L’altra fazione è felice per la destituzione del presidente-dittatore, considerato da molti una sorta di “burattino” nelle mani di un regime militare che comandava dietro di lui. In generale si respira il desiderio di cambiamento, di un rinnovamento del governo.

Cos’è accaduto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio?

Da mesi l’operazione era nell’aria, in moltissimi se l’aspettavano e avevano cercato di premunirsi facendo scorta di cibo. Del resto da agosto gli Stati Uniti avevano disposto alcune navi da guerra nel mar dei Caraibi nei pressi delle coste venezuelane. Il giorno del rapimento di Maduro c’è stato un black-out a Caracas, un evento a cui non sono abituati nella capitale. Nelle province accade spesso che manchi l’elettricità per malfunzionamenti di vario tipo, di certo i due eventi potrebbero essere collegati. Ma i giorni successivi, dopo i primi disordini la situazione si è ristabilita: le scuole dovrebbero riprendere le attività il 12 gennaio – anche se non c’è ancora l’ufficialità – e i negozi hanno aperto normalmente. Ma dietro una calma apparente, si respira un clima di grande tensione.

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La gente può parlare liberamente della situazione politica del paese?

No, rimane molta paura ad affrontare qualsiasi argomento che riguardi quanto accaduto e il futuro del Venezuela, anche le chiamate telefoniche sono tutte tracciate. Se non si ha paura per se stessi, se ne ha per i propri parenti o per le persone vicine che possono subire le conseguenze delle proprie parole. Le proteste nazionali e internazionali che hanno fatto seguito alla rielezione di Maduro nel 2024 hanno portato a un aumento vertiginoso delle incarcerazioni per motivi politici e la censura per i media si è fatta asfissiante. Probabilmente il primo canale tv venezuelano in questo momento piuttosto che affrontare la situazione politica del paese starà parlando di quanto è grande l’ultimo orso acquistato dallo zoo di Caracas…

Ci sono fonti di informazione affidabili?

Una delle più credibili per assurdo è l’intelligenza artificiale, che riesce a recepire dati anche da paesi esteri.

La situazione degli stipendi è disastrosa…

Pensi che le pensioni sono di circa 2-3 dollari al mese, gli stipendi non arrivano a 10.

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Lei cosa si augura per il futuro del Venezuela?

Spero sinceramente nel rinnovamento delle istituzioni. Bisognerebbe poi puntare sul turismo, che per le potenzialità del nostro paese potrebbe portare introiti pari a quelli del petrolio. Auspico poi la fine del mercato nero, che ha il predominio sull’economia del Venezuela, e su una sanità che non sia solo per i ricchi. E poi spero che tornino in tanti degli otto milioni di immigrati partiti negli ultimi anni, in moltissimi a causa del malgoverno del paese. Questo esodo ha impoverito moltissimo il Venezuela e mi ha costretto a salutare troppi amici e conoscenti. Ma credo che più realisticamente per anni ci sarà solo da ricostruire.

Perché lei ha deciso di rimanere in Venezuela?

Ho pensato tante volte di partire. Ma rimango perché questa è casa mia, dove questo popolo straordinario, con la fame o senza, trova la forza di sorridere. C’è un’attrattiva che mi tiene legata a questa terra, qualcosa che non so spiegare del tutto ma che parla al mio cuore.

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