Unioni civili. Pregasi di non appellarsi impropriamente alla “cattolicità” dell’Irlanda

La papista Dublino e prima l’anglicana Londra, per una volta civilmente unite, insegnano che, introdotte le unioni civili, passare al matrimonio gay è solo questione di tempo

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) –Suona già strano imporre leggi nel nostro ordinamento all’insegna del “ce lo chiede l’Europa”: soprattutto per quelle materie – come matrimonio e famiglia – per le quali l’Europa, Corti europee incluse, in realtà si rimette alla sovranità e alle scelte dei singoli Stati. Imporle perché “sono passate in Irlanda” più che strano è paradossale, con tutto il rispetto per la nazione di san Patrizio. C’è qualche ragione di merito, oltre ai “sì” del 62 per cento dei partecipanti al referendum del 22 maggio, perché sol per questo pure a Roma diventi legge il matrimonio gay? O quod Dublino placuit legem habet vigorem obbligatoriamente in Italia? Si dice: ma l’Irlanda è una nazione cattolica! Se accade là con un marchio confessionale così deciso, val più la pena discutere qui da noi? Sarebbe facile replicare che da un paio di decenni la frequentazione irlandese della Messa domenicale non è così consistente; ma è una replica superflua.

Il tema è un altro: non è in questione la professione di fede. Si tratta di rispondere a interrogativi non confessionali, del tipo: è bene porre senza alcuna eccezione sull’identico piano il patto fra un uomo e una donna di reciproca assunzione di doveri e di diritti che da sempre connota il matrimonio, con l’unione fra persone del medesimo sesso? La funzione sociale della famiglia, come riconosciuta dalla Costituzione, non dipende anzitutto dalla materiale continuità del corpo sociale garantita dall’istituto familiare, a differenza di quel che accade con la convivenza dello stesso sesso? Il decremento demografico che interessa l’Italia da decenni non dovrebbe indurre a un rilancio della famiglia vero nomine, invece che equipararle in tutto e per tutto convivenze che famiglia non sono, e che non hanno – per lo meno per via naturale – alcuna proiezione verso la vita? È giusto programmare per legge la crescita di un bambino in un contesto di duplicazione same-sex delle figure dei genitori, così privandolo di una fondamentale opportunità pedagogica? Concordiamo sul fatto che in Italia le voci oggetto di reale discussione sono tre: adozione, partecipazione alla quota di legittima nella successione e pensione di reversibilità? E che tutto il resto è già ampiamente riconosciuto ai componenti – dello stesso o di differente sesso – di una convivenza? Piuttosto che misure – anzitutto economiche – per sostenere la famiglia, la si priva ulteriormente di peso fra divorzio breve, divorzio facile ed eterologa; poi col ddl cosiddetto Cirinnà si rafforza in parallelo il peso delle convivenze.

Volendo allora avere ben chiara la posta in gioco, va ricordato che questo ddl:

  • equipara per intero all’unione civile la disciplina del matrimonio, col richiamo esplicito alle norme che regolano quest’ultimo;
  • prevede per l’unione civile una formale cerimonia di avvio, con tanto di testimoni obbligatoriamente presenti davanti all’ufficiale dello stato civile;
  • fissa espressamente la partecipazione alla quota di legittima;
  • apre parzialmente all’adozione, con la conseguenza che, alla luce delle decisioni delle Corti europee, ciascun giudice italiano potrà disapplicare la delimitazione, in quanto discriminante, ed estenderà l’adozione omnibus;
  • pone le condizioni per andare oltre nel diritto al figlio “a tutti i costi”, quindi pure al costo di una maternità surrogata.

Chi – senza nulla obiettare sull’ampio riconoscimento, già avvenuto, dei diritti dei singoli componenti di una convivenza – ritiene il matrimonio altra cosa, e l’adozione ancora fondata sul “superiore interesse del minore”, sappia che l’espressione “unioni civili” equivale alla sostanza del matrimonio fra persone dello stesso sesso. In questo la “cattolica” Irlanda, come prima l’“anglicana” Inghilterra, per una volta più o meno civilmente “unite”, insegnano che, introdotte le “unioni civili”, il passaggio, con legge o con referendum, al matrimonio gay è solo questione di nome. E di tempo.

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