Un anno dopo, ancora nessun colpevole per l’assassinio delle tre suore in Burundi. «La verità verrà fuori»

Le tre missionarie furono stuprate e uccise, ma l’assassinio rimane avvolto nel mistero. Riproponiamo un commento di Marina Corradi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

È trascorso un anno dall’assassinio delle tre anziane suore italiane missionarie a Kamenge, in Burundi. Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, dell’ordine delle Missionarie di Maria Saveriane, furono uccise mentre si trovavano nella missione Guido Maria Conforti. Le tre donne furono stuprate e una di loro decapitata. Allora, papa Francesco, in un messaggio, si proclamò «colpito dalla loro tragica morte» e auspicò «che il sangue versato diventasse seme di speranza per costruire l’autentica fraternità tra i popoli».

VERITA’ COME LA GRAMIGNA. Dodici mesi dopo, il delitto rimane ancora oscuro e anche l’uomo, instabile mentalmente, reo confesso, che fu arrestato poco dopo, è stato rilasciato per mancanza di prove. Sono stati ipotizzati i più svariati motivi a riguardo dell’assassinio – anche il coinvolgimento dei servizi segreti del paese – ma, in realtà, finora, niente è stato provato. Ieri la Radio vaticana ha intervistato suor Teresina Caffi, missionaria Saveriana, amica delle tre religiose, che ha ricordato il grande affetto della popolazione locale per le tre donne, che si manifestò in particolare il giorno delle esequie. «Oggi (ieri, ndr) in Burundi e in Congo – ha detto suor Teresina – ci saranno celebrazioni per ricordarle. Credo che resti un messaggio – un messaggio di amore, di fraternità – secondo il quale vale la pena dare la vita per Gesù, in qualsiasi maniera questo dono possa poi realizzarsi nella storia».
Caffi chiede maggior impegno alle autorità del Burundi per fare luce sul caso: «Desideriamo che la verità esca fuori, tantissimi la desiderano. Penso che la verità sia come la gramigna: ci puoi mettere sopra del cemento, ma prima o poi uscirà come penso sia giusto, perché è l’impunità che genera episodi di questo genere».

PERDONANO E RICOMINCIANO. Qui di seguito vi riproponiamo un commento di Marina Corradi che apparve sul settimanale Tempi qualche giorno dopo la notizia della morte delle tre suore.

«La strage delle missionarie in Burundi mi ha ricordato una notte passata a Gulu, in Uganda, in una missione comboniana al confine della regione insanguinata dal Lord’s Resistance Army.

Mi fecero dormire al piano terreno. Attorno la savana, e una boscaglia fitta che col tramonto sprofondò in un buio nero come l’inchiostro. Né strade, né luci, né case: ma soltanto la notte, e versi aspri di animali, e gracidii, e canti di uccelli sconosciuti. O passi, forse? Quegli scricchiolii non erano passi?

Nelle ore insonni mi accorsi di come le mie certezze di occidentale, le libertà, i diritti, fossero sospesi a un filo, a un nulla, dentro a una notte africana. E al mattino osservai i missionari con un nuovo stupore: strani uomini, mi dicevo, non capendo veramente che cosa li aveva portati laggiù.

Ieri ho intervistato una suora bresciana delle Ancelle della Carità che ha riaperto in Burundi, a Kiremba, una missione chiusa dopo l’assassinio, tre anni fa, di una sorella e di un volontario. Non ha paura, dopo quel che è successo pochi giorni fa proprio in Burundi?, le ho chiesto. Sì, ha risposto, «ma non posso ammettere che la morte sia l’ultima parola. E poi, come fanno le madri con i figli? Perdonano, e ricominciano sempre».

Allora forse un po’ ho capito cosa spinge i missionari. Una paternità, una maternità verginale e sbalorditivamente accresciuta. Come se quelli là, laggiù, gli ultimi, fossero tutti e ciascuno figli loro».

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •