Tuttestelle e la ferita storica di Aurelio Picca

Tuttestelle è paradossalmente un romanzo corale nonostante il suo narratore Alfredo sia fisionomizzato con precisione e possegga una voce stilisticamente marcata nel segno di una spiccata poeticità. Assomma in sé l’ampiezza di respiro di un’epopea collettiva e l’affilatura psicologica di un racconto introspettivo.

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Tuttestelle, romanzo del 1998 di Aurelio Picca, ristampato di recente da Bur nella collana scrittori contemporanei, ripercorre la vita di Alfredo, il protagonista e narratore in prima persona della storia, dalla sua nascita, avvenuta alla fine degli anni cinquanta, alla mezza età. A prima vista è un romanzo di formazione, una sorta di iniziazione alle verità elementari della vita e della morte, una travagliata transizione da una fase aurorale, che sfuma nella favola, a un approdo di maturità e consapevolezza. Gran parte della narrazione di Alfredo si concentra sulla sua infanzia segnata dalla precoce perdita dei genitori e sulla sua giovinezza, sugli anni della scuola e sulla sua favolosa solitudine, che, però, non impedisce al mondo del protagonista di popolarsi di numerosissimi personaggi.  Tuttestelle è paradossalmente un romanzo corale nonostante il suo narratore Alfredo sia fisionomizzato con precisione e possegga una voce stilisticamente marcata nel segno di una spiccata poeticità. Assomma in sé l’ampiezza di respiro di un’epopea collettiva e l’affilatura psicologica di un racconto introspettivo.

Un altro degli aspetti centrali del romanzo è la rappresentazione, rigorosamente  impressionistica, come di scorcio, degli eventi storici che contrappuntano le vicende personali di Alfredo. Picca adotta una tecnica scaltra per ottenere un facile “effetto di realtà”, che nelle sue applicazioni più corrive consiste in una mera elencazione di marche e fatti storici, ma che, nei momenti migliori, ricuce la profonda ferita tra individuo e processo storico, senza rinunciare a un’originale stilizzazione letteraria. Il suo procedimento comporta due dislocazioni, la prima geografica: il romanzo si svolge in provincia, lontano dai centri nevralgici del mutamento storico-sociale, i cui riverberi giungono smorzati come le vampe di un remoto incendio; la seconda interiore: il protagonista, che esperisce la dinamica storica, diviso tra slancio vitale e ripiegamento in se stesso, filtra gli eventi attraverso un intricato lirismo con la conseguenza che la materia grezza della Storia diventa più duttile, ubbidiente al tocco demiurgico del romanziere.

Secondo Balzac il romanzo è “la storia privata delle nazioni”, una definizione valida forse per il romanzo “realista” ottocentesco, ma che necessita sicuramente di essere aggiornata in teoria come nella prassi scrittoria. È così che nasce, per esempio, il realismo magico di Grass e Marquez, con il quale Picca è apparentato alla lontana, dallo sforzo, cioè, di molti autori contemporanei di offrire, al di fuori dei collaudati schemi realisti, un affresco storico della società in cui vivono, mentre la divaricazione tra esperienza individuale e collettiva aumenta. 

In Tuttestelle, con un dispositivo letterario noto alla narrativa di avventura e ampiamente sfruttato dai romanzi, che indagano il rapporto di attrito tra storia e individuo, il protagonista è completamente estraneo al processo storico, in cui viene paracadutato suo malgrado. Come avviene in opere, diversissime tra loro, quali Pastorale americana o L’anno di morte di Riccardo Reis, il personaggio principale, che sia un ingenuo ebreo americano alla caccia di una versione idilliaca del sogno americano o un raffinato poeta congelato in un’atemporale classicità, viene letteralmente brutalizzato dalla Storia che lo raggiunge persino nel suo focolare domestico, persino nella sua turris eburnea.

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