Tienanmen, 32 anni fa il massacro. «Ecco perché manifestiamo a Milano»

Ieri davanti al consolato cinese la manifestazione per ricordare le migliaia di vittime uccise dal regime il 4 giugno 1989. Forte: «Anche la nostra libertà è a rischio»

Manifestazione a Hong Kong per ricordare la strage di Piazza Tienanmen del 4 giugno 1989

«Abbiamo manifestato davanti al consolato cinese di Milano per commemorare le vittime del massacro di Piazza Tienanmen, denunciare la repressione di Hong Kong e ricordare che quello cinese non può essere un modello per l’Occidente». Così il capogruppo di Milano popolare a Palazzo Marino, Matteo Forte, spiega a tempi.it le ragioni della protesta andata in scena ieri davanti al consolato e che ha raccolto insieme diverse anime della dissidenza cinese. «Liberare Hong Kong», «Democrazia ora» e «Non dimentichiamo Tienanmen» recitavano alcuni dei cartelli alzati dai manifestanti.

Il massacro di Tienanmen 32 anni fa

Trentadue anni fa, il 4 giugno 1989, su ordine dei vertici del Partito comunista cinese l’Esercito di liberazione del popolo invase Piazza Tienanmen, a Pechino, e le vie adiacenti per disperdere le centinaia di migliaia di giovani che si erano assiepate da mesi sotto il grande ritratto di Mao Zedong per chiedere pacificamente libertà di stampa, stop alla corruzione, diritti civili e democratici.

Il regime ha da subito fatto cadere l’oblio sul massacro più scandaloso della sua storia centenaria e nessuno sa quante persone morirono davvero nella notte tra il 3 e il 4 giugno. Le stime più accreditate parlano di un minimo di 300 morti fino a un massimo di 10 mila. La data del 4 giugno è da oltre trent’anni tabù in Cina: parlare del massacro è vietato, l’evento è stato cancellato dai libri di storia nell’Impero di mezzo ed è censurato su internet. Gli attivisti che vogliono denunciare lo scandalo di un governo che stritolò sotto i carri armati i suoi stessi giovani vengono incarcerati a ridosso della data fatidica e persino alle madri e ai padri di quei ragazzi, i pochi rimasti in vita, viene impedito di piangere pubblicamente la loro scomparsa.

«Cina costruita sul sangue»

«Ricordare Tienanmen ancora oggi è fondamentale perché è sul sangue di quei giovani che è stata costruita quella Cina aperta al mercato, proiettata verso un futuro di egemonia, con la quale ci confrontiamo ogni giorno», spiega ancora a tempi.it il capogruppo Forte. «Ma quest’anno c’è un motivo in più per manifestare».

Fino a due anni fa, infatti, c’era ancora una voce in territorio cinese che poteva parlare, ricordare e piangere anche per i tanti abitanti della Cina continentale costretti al silenzio. Si tratta di Hong Kong che, restituita alla madrepatria nel 1997, non ha mai smesso di lottare per un futuro democratico grazie al suo statuto di città autonoma.

Una protesta per l'anniversario di Piazza Tienanmen davanti al consolato cinese di Milano
La protesta davanti al consolato cinese a Milano

Veglia bandita a Hong Kong

Da sempre spina nel fianco del regime, anche l’ex colonia è stata ridotta al silenzio da Pechino, che ha introdotto a forza l’anno scorso nella mini Costituzione della città la legge sulla sicurezza nazionale, che punisce ogni tipo di critica verso il Partito comunista cinese. Nel giro di un anno, le principali libertà civili sono state cancellate, l’opposizione democratica smantellata, gli attivisti veterani e più in vista della città arrestati.

Dopo trent’anni, per la prima volta, l’anno scorso l’annuale veglia del 4 giugno al Victoria Park è stata bandita a Hong Kong, ufficialmente per ragioni legate al Covid-19. Chi è sceso lo stesso in piazza per ricordare il massacro si trova oggi in carcere, condannato per aver partecipato a una «manifestazione non autorizzata». Anche quest’anno a Hong Kong la veglia è stata vietata e due giorni fa il famoso Museo di Piazza Tienanmen è stato chiuso per «ragioni sanitarie».

«L’Italia rifiuti il modello cinese»

«Quello che sta accadendo a Hong Kong riguarda anche l’Italia», prosegue Forte, «perché è un altro pezzo di mondo libero che se ne sta andando, risucchiato dal totalitarismo di Xi Jinping. Manifestiamo anche per loro, che non possono più farlo».

Ma c’è una terza ragione per cui Milano popolare ha organizzato la manifestazione davanti al consolato cinese. Una ragione che riguarda il nostro paese:

«Dopo un anno di pandemia, si fa strada anche da noi l’idea che il modello cinese sia da seguire e da imitare perché più efficiente. Si tralascia però che il modello richiede di sacrificare la libertà personale. Peccato che questo non sia un dettaglio, è tutto. Ecco perché il nostro evento era intitolato: “La libertà innanzitutto”. Se nei primi tre mesi di epidemia nel 2019 il governo cinese non avesse represso i medici che denunciavano l’esistenza del virus e zittito i giornalisti che volevano diffondere la notizia, forse la pandemia non sarebbe neanche mai scoppiata. La lezione è semplice: l’assenza di libertà fa male. Ecco perché dobbiamo tutti ricordare Piazza Tienanmen».

@LeoneGrotti

Foto Ansa