La caduta di Tariq Ramadan
Parigi. È la caduta del santino della sinistra islamofila europea, del telegenico tribuno delle banlieue, dell’intellettuale che ha reso glamour la sharia nei salotti benpensanti, il maître à penser dell’islamizzazione dell’occidente. Tariq Ramadan, islamologo svizzero di origini egiziane e nipote del fondatore dei Fratelli musulmani Hassan al-Banna, è stato condannato a diciotto anni di carcere dalla Corte criminale di Parigi per stupro ai danni di tre donne. La pena, giustificata dalla “estrema gravità dei fatti” secondo il tribunale, è conforme alle richieste del procuratore generale.
La presidente della Corte, Corinne Goetzmann, ha ordinato una misura di sorveglianza socio-giudiziaria per otto anni, vietandogli in particolare di entrare in contatto con le vittime, ma anche di diffondere qualsiasi testo, opera audiovisiva o intervento pubblico che riguardi questo reato. Lo ha inoltre condannato al divieto definitivo di soggiorno sul territorio francese una volta scontata la pena e ha mantenuto gli effetti del mandato d’arresto emesso nei suoi confronti il 6 marzo. L’intellettuale svizzero, lo scorso anno, era già stato condannato in via definitiva in Svizzera per violenza carnale e coazione sessuale.
Il processo a Tariq Ramadan in Francia
Il processo contro Ramadan in Francia è cominciato lo scorso 2 marzo, ma lui non si è mai presentato alle udienze, secondo i suoi avvocati per un aggravamento della sclerosi multipla di cui soffre e per cui è stato ricoverato in Svizzera. Dinanzi all’assenza di Ramadan, che oggi ha 63 anni, i giudici avevano deciso di disporre una perizia medica per verificare se lo stato di salute dell’accademico fosse effettivamente incompatibile con la sua partecipazione al processo. E la perizia affidata a due neurologi indipendenti ha concluso che Ramadan sarebbe stato nelle condizioni di potersi recare in tribunale: la sua sclerosi multipla è “stabile” e “senza segni di aggravamento”, si legge nel referto medico.
Alla luce del risultato dell’expertise, i giudici avevano dunque deciso di procedere in absentia ma anche di emettere un mandato di arresto. Durante il processo, i quattro avvocati di Ramadan avevano lasciato la sala quando la presidente della Corte criminale di Parigi aveva annunciato la sua decisione. «Abbiamo altra scelta che andarcene?», dichiarò alla stampa, fuori dall’aula, uno dei legali, Ouadie Elhamamouchi. «Rimanere significa accettare questa parodia di giustizia», aggiunse Elhamamouchi, sottolineando che il suo cliente era «ancora una volta oggetto di un accanimento giudiziario». All’Afp, mercoledì, ha rincarato la dose: «Il processo si conclude come è iniziato, ovvero come una farsa. Mentre i fatti erano estremamente contestati, la severità della pena, accompagnata da un divieto definitivo di soggiorno sul territorio francese, riflette un accanimento nei confronti della persona di Tariq Ramadan».
Le accuse a Tariq Ramadan e la strategia da “martire delle banlieue”
È la solita strategia: farne “il martire della banlieue”, come aveva scritto il Figaro quando spuntarono le prime accuse pubbliche sullo sfondo del movimento #MeToo. Tutto è iniziato nel 2017, quando la scrittrice francese Henda Ayari alzò il velo sui comportamenti di Ramadan. Le accuse di Ayari avevano ispirato altre vittime a farsi avanti, a prendere coraggio e a denunciare pubblicamente l’intoccabile islamologo. «Non lascerò che questa decisione resti così com’è», ha reagito dall’ospedale Ramadan, assicurando che parteciperà a un secondo processo non appena le sue condizioni di salute glielo consentiranno.
L’islamologo, ex professore a Oxford dove aveva una cattedra finanziata dal Qatar e consulente del governo britannico per l’integrazione, ha sempre negato i fatti, ossia di aver stuprato tre donne durante una serie di incontri avvenuti in hotel di Parigi e Lione tra il 2009 e il 2016. Ma le prove, per i giudici, sono schiaccianti, e il tentativo, l’ennesimo, di trasformarlo in un povero agnellino da parte del team di legali e di una certa sinistra intellettuale non ha funzionato.
Nel 1993 Ramadan partecipò al boicottaggio a Ginevra dell’opera di Voltaire Mahomet ou le fanatisme. Cinque anni dopo scrisse la postfazione a una raccolta di Yusuf al Qaradawi, lo sceicco che ha benedetto i kamikaze in Israele e in Iraq. Tra gli anni Novanta e Duemila divenne l’idolo dei giovani musulmani francesi e della sinistra di Saint-Germain-des-Prés.
Il successo di Ramadan in Italia
Ma anche in Italia, per anni, è stato considerato un punto di riferimento, un “riformatore” dell’islam. Fu invitato a parlare all’Università di Aosta, all’Istituto universitario europeo di Firenze, a Udine, al Festival della Letteratura di Mantova, dal Comune di Roma al Parco della Musica. Marsilio pubblicò un libro di Nina zu Fürstenberg intitolato Chi ha paura di Tariq Ramadan? e la Commissione Ue sotto Romano Prodi nominò Ramadan consulente sull’islam in Europa. Il Corriere della Sera lo ha arruolato per molto tempo come editorialista e Einaudi gli ha pubblicato i libri. Senza dimenticare Massimo d’Alema. L’ex primo ministro e ministro degli Esteri italiano teneva conferenze assieme a Ramadan all’Università di Lovanio per la Foundation for European Progressive Studies e scrivevano articoli a quattro mani sul quotidiano belga Le Soir.
E oggi? Tutti spariti i vecchi compagni di strada di “padre Tariq”. Come raccontato da Libération, nei circoli ristretti ma influenti, la sua doppia vita era nota da molto tempo. Le accuse di violenza sessuale iniziano ad emergere a partire dal 2009. Le donne ne parlano tra loro sui social network. La saggista francese Caroline Fourest incontra, quell’anno, alcune donne che lo accusano. E anche l’islamologo Gilles Kepel ne è a conoscenza. Non viene presentata alcuna denuncia. Non succede nulla. L’intellettuale svizzero sembra intoccabile. Bisogna attendere la grande ondata #MeToo, nell’autunno del 2017, perché lo scandalo esploda contribuendo alla caduta di Ramadan, ormai persona non grata.
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