Sull’immigrazione non ragioniamo con la pancia

Schierarsi è doveroso, ma non può essere l’esito di un pregiudizio, di un a priori che prescinde dalla verità dei fatti. Lettera

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Gentile direttore, giorni fa sul Sole 24 ore è apparso un articolo di Paola Mastrocola in cui si denunciava il clima di egemonia culturale, che su alcuni temi, come quello dei migranti, riduce chi non è allineato con il mainstream al silenzio oppure lo condanna alla gogna.

Un esempio concreto che dà il polso della situazione: la giornalista Laura Tecce minacciata per aver rivelato una verità scomoda per i costruttori di odio sociale, per i quali la verità deve essere a tutti i costi quella inventata e comunicata ad arte.
Sorprende la scarsa solidarietà dei colleghi giornalisti.

Sicuramente viviamo in una società malata, ma forse i sintomi rimandano ad una diagnosi diversa da quella che appare scontata.
L’Italia sarà un paese, come altri, con soggetti razzisti, non è certo un paradiso, episodi di odio razziale non si possono realisticamente escludere a priori, nel malaugurato caso che si verifichino vanno severamente condannati, ma non si può piegare la realtà ad un proprio progetto. Il male che si fa al paese è più grave del sintomo che si dice di voler curare.

Dilaga una perdita di fiducia nei mezzi di comunicazione che rende tutti sospettosi, ognuno attinge a fonti che ritiene credibili più perché affini al proprio sentire che perché garanti di professionalità. Così si moltiplicano le fonti a chiara matrice ideologica, che per distinguersi nella massa dei media estremizzano le posizioni, rimarcano le differenze, anche di accenti, lavorando sul piano emozionale per catturare i lettori.

È così che il confronto diventa sempre più difficile, un esercizio inusuale a cui siamo sempre più disabituati, nell’ambito pubblico come nel privato.

Un abbrutimento a cui però non si può e non si deve cedere, resistendo attraverso l’esercizio di una capacità critica basata su esperienza e ragionamento più che su slogan ed etichette.

Certo difficile oggi avere consenso quando si usa la ragione e non la pancia, quando nell’altro si vede un interlocutore e non un avversario a prescindere, quando si argomenta e non si banalizza. Schierarsi è doveroso, ma non può essere l’esito di un pregiudizio, di un a priori che prescinde dalla verità dei fatti. Esprimere giudizi è connaturato all’essere uomo, ma non può diventare pretesa di piegare la libertà degli altri al proprio modo di porsi di fronte alla realtà.

Elena Fruganti

Foto Ansa

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