«La mattina non sappiamo se saremo ancora vivi la sera»

Guerra in Sud Sudan, i missionari che hanno scelto di restare: «Siamo venuti qui per condividere le sofferenze del popolo e non ce ne andremo»

South Sudan, Juba, a sister of the Congregation of the "Daughters of Mary Immaculate" (DMI) talking to children at a refugees' camp. SOUTH SUDAN / JUBA 14/00116 On going formation of 21 DMI Sisters in South Sudan

«Quando usciamo di casa al mattino, non sappiamo se torneremo vivi la sera». Queste parole, confidate dal sacerdote missionario padre Albert Amal Raj a Aid to the Church in Need, riassumono bene la precarietà della vita in Sud Sudan, dove la guerra civile scoppiata nel dicembre 2013 tra l’esercito del presidente Salva Kiir e le forze ribelli del vicepresidente Riek Machar, accusato di tentato golpe, hanno già causato la morte di oltre 50 mila persone e lo sfollamento di circa due milioni.

VESTI RICOPERTE DI SANGUE. Due religiose della Congregazione delle figlie di Maria Immacolata raccontano quanto la vita sia diventata difficile. Ogni giorno le suore visitano le circa 28 mila famiglie povere e bisognose nel campo per sfollati della capitale Juba. Pochi giorni fa, uscite dal campo insieme a un uomo, si sono ritrovate in mezzo a una sparatoria. L’uomo è stato colpito dai ribelli armati di mitragliatore: in un attimo le suore si sono ritrovate con le vesti dell’ordine ricoperte di sangue.
Suor Maya è stata aggredita nel suo convento da due uomini, che le hanno puntato alla testa una pistola e al collo un coltello. Il suo convento è stato completamente svuotato. «È una deliberata campagna di intimidazione. Non vogliono che restiamo qui, vogliono che ce ne andiamo».

«ORA GIRO CON LA CROCE». Non sono solo le religiose ad essere attaccate nello Stato più giovane del mondo. Padre Amal Raj, anche lui indiano come le consorelle, è stato fermato e picchiato da un poliziotto. «Pensavano che la mia macchina appartenesse ai ribelli», racconta. «Molti pensano anche che le organizzazioni straniere sostengano i ribelli e li riforniscano di armi. Quando il poliziotto ha capito che ero un prete, mi ha chiesto scusa. Ecco perché adesso giro sempre con una grande croce al collo, ben visibile».

SCONTRO ETNICO. Nonostante diversi accordi firmati, sempre infranti dopo pochi giorni, le fazioni in lotta tra loro non sembrano in grado di fermare la guerra. Molti villaggi dell’Alto Nilo e dello Stato dell’Unità, dove si trovano i pozzi di petrolio di cui è ricchissimo il paese, vengono distrutti sia da una fazione che dall’altra, non appena vengono riconquistati. La lotta di potere si è ormai trasformata in uno scontro etnico, che vede contrapposti i Dinka di Kiir ai Nuer di Machar. Solo tra gennaio e aprile sono morte 400 persone. In un paese povero come questo, inoltre, a causa degli scontri i campi non sono stati seminati e si teme così che l’anno prossimo ci sarà una gravissima carestia.

«LA VITA UMANA VALE POCO». La Congregazione delle figlie di Maria Immacolata, insieme al suo ramo maschile (Missionari di Maria Immacolata), cercano di aiutare la popolazione a ricostruirsi una vita e a non covare sentimenti di vendetta. Ma è difficile: «Molti bambini hanno visto membri delle loro famiglie venire uccisi. La vita umana qui vale molto poco», continua padre Amal Raj.
Nonostante questo i missionari rimangono, al pari delle religiose. Spiega suor Vijii: «Alcune organizzazioni ci hanno consigliato di andarcene dal Sud Sudan. È troppo pericoloso qui, non ci sarà mai la pace, ci dicono. Ma siamo venuti qui per condividere le sofferenze del popolo e quindi, fino a quando ci saranno delle persone, resteremo anche noi».

Foto Acn