Sud Sudan: 10 mila morti e quasi un milione di sfollati in neanche tre mesi di scontri

Secondo padre Daniele Moschetti le violenze cominciate lo scorso 15 dicembre hanno coinvolto «un terzo del paese, che è in stato di completa guerra»

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«Un terzo del paese è in stato di completa guerra, tre Stati su dieci sono stati annientati da distruzioni e ruberie. Si parla ora di oltre 10 mila morti e quasi un milione di sfollati». È drammatico il bilancio delle violenze che da metà dicembre investono il Sud Sudan realizzato da padre Daniele Moschetti, superiore dei comboniani nel paese più giovane del mondo, avendo ottenuto l’indipendenza nel 2011.

TREGUA NON RISPETTATA. Nonostante il 23 gennaio i rappresentanti del presidente Salva Kiir e quelli dell’ex vicepresidente Riek Machar, accusato di tentato golpe, abbiano firmato un cessate il fuoco, rinnovato da ulteriori colloqui il 7 febbraio, le violenze non accennano a finire.
Il 18 febbraio le truppe di Machar hanno attaccato Malakal, capitale dello Stato dell’Alto Nilo, poi ripresa dall’esercito regolare. Entrambe le fazioni si sono accusate di crimini contro i civili, alimentate da scontri etnici.

BAMABINI SOLDATO. Sia i vescovi cattolici sia l’Unicef hanno denunciato il ricorso a bambini soldato. Dichiara Elisabetta D’Agostino, del Comitato collaborazione medica, a Famiglia Cristiana: «Fino a una settimana fa, sulla strada tra Mingkaman e Juba, si incontravano camion pieni di ragazzi appena reclutati, diretti verso la capitale per un breve addestramento e poi spediti a Bor, a rafforzare le truppe governative. Dai camion li abbiamo sentiti cantare, festosi… entrare nel loro ruolo».

«ZONE RASE AL SUOLO». Come affermato ancora da padre Moschetti, «tra saccheggi e razzie, alcune zone sono rase al suolo e bisognerà ricominciare da zero. Ai morti, si aggiungono poi i segni che l’odio e la violenza di queste settimane stanno scavando tra i diversi gruppi».
Gli Stati contesi tra i due eserciti sono quelli dove si trovano i pozzi petroliferi (Unity, Alto Nilo, Jonglei): se prima si estraevano 350 mila barili al giorno, oggi appena 50 mila. Un calo drastico che peggiora ancora di più le condizioni di un popolo già povero e ora in fuga dalle violenze.

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