Alla sinistra vanno bene tutte le diversità, tranne quella di pensiero

Nicholas Kristof, editorialista nel New York Times: «Ci vanno bene le persone che non ci assomigliano, ma solo fino a quando la pensano come noi»

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Secondo un sondaggio australiano, circa l’80 per cento delle università, con il nobile intento di non discriminare nessuno, ha introdotto regolamenti che restringono la libertà di espressione. La notizia conferma il paradosso che si sta verificando anche negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali, dove i campus sono diventati un luogo in cui pare ormai impossibile discutere di un qualsiasi argomento senza offendere qualcuno.

DIVERSI MA ALLINEATI. Ad ammetterlo, di recente, è stato il New York Times con un articolo di Nicholas Kristof, editorialista del quotidiano progressista nonché vincitore di due premi Pulitzer. L’articolo, intitolato “Una confessione dell’intolleranza liberal”, comincia così: «Noi progressisti crediamo nella diversità e vogliamo che le donne, i neri, gli ispanici, i gay e i musulmani siedano al tavolo con noi, a meno che siano conservatori». In poche parole, «ci vanno bene le persone che non ci assomigliano, ma solo fino a quando la pensano come noi».

«SONO TUTTI IDIOTI». Kristof racconta di averlo capito dopo aver intervistato George Yancey, professore universitario di sociologia. Yancey, afroamericano evangelico, gli aveva spiegato che «fuori dal mondo accademico affronto più problemi per il fatto di essere nero, ma dentro affronto più problemi per il fatto di essere cristiano e in un modo imparagonabile». Il giornalista aveva quindi scritto su Facebook che nelle università americane i conservatori sono discriminati, provocando reazioni come queste: «La visione dei conservatori consiste in idee che sono empiricamente note per essere false»; «la verità ha un’inclinazione liberal»; «perché non rendere le facoltà più inclusive assumendo degli idioti?».

IN VIA DI ESTINZIONE. Il giornalista ha definito «arroganza progressista» quella secondo cui «i conservatori non hanno nulla da aggiungere di significativo al dibattito». «Molti follower di Facebook  – ha aggiunto – hanno compassione per le vittime della guerra in Sud Sudan, per i bambini vittime del traffico, addirittura per i polli maltrattati, ma ovviamente non hanno alcuna empatia per gli accademici conservatori che vengono discriminati». L’articolo cita poi uno studio secondo cui solo il 2 per cento dei professori di inglese si definisce conservatore e un secondo da cui emerge che un terzo degli psicologi sociali universitari ha ammesso che se dovesse scegliere chi assumere fra due candidati ugualmente qualificati sceglierebbe «di discriminare il candidato più conservatore». Allo stesso modo, una ricerca condotta da Yancey ha rilevato che il 30 per cento degli accademici sono meno inclini ad appoggiare l’assunzione di una persona repubblicana e che il 59 per cento degli antropologi universitari e il 53 per cento dei professori di inglese sono meno propensi ad assumere un evangelico.

UN VECCHIO METODO. Jonathan L. Walton, professore di morale cristiana ad Harvard, ha sottolineato che «gli stessi argomenti che sento sostenere dalle persone sugli evangelici suonano molto familiari a quelli con cui descrivono le persone di colore come politicamente rozze, mancanti di educazione, arrabbiate, rancorose, emotive, povere». Contro questi argomenti Kristof porta ad esempio personaggi come Condoleezza Rice, che «potenzierebbe qualsiasi dipartimento di scienze politiche» o come Francis Collins, «il cristiano evangelico, e noto genetista, che ha guidato lo Human Genoma Project e l’Istituto nazionale della salute».
Se il politicamente corretto continuerà a imporsi, contro quanti vengono definiti conservatori solo per il fatto di contrastarlo, secondo il giornalista le università «perderanno la diversità intellettuale». Se poi «svilupperanno norme di “salvaguardia” che impediscono il confronto moriranno. Ed è quello che sta già accadendo dal 1990».

Foto Lincoln da Shutterstock


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