La sinistra di genitore 1 e 2 frigna per la salsiccia di tofu

Di Caterina Giojelli
18 Ottobre 2025
L’Europarlamento approva il divieto di chiamare “burger” o “bistecca” i prodotti vegetali. Wired si indigna, ma la sinistra da decenni combatte battaglie linguistiche più assurde che reali. Smettendo di “chiamare le cose con il loro nome”
Vista dall'alto di una pietanza vegana che mostra tre salsicce grigliate a base di soia ('Like Sausage') servite su un letto di stufato di lenticchie e pomodoro. La pietanza è guarnita con ciuffi di salsa verde (come pesto o guacamole) e foglie fresche di basilico, ed è contenuta in una padella di ghisa nera. Accanto alla padella, c'è un piatto grigio con altre salsicce e patatine, oltre alla scatola del prodotto con il logo 'Soya Based'
(Foto di LikeMeat su Unsplash)

C’è qualcosa di meravigliosamente autolesionista nella sinistra quando si mette a difendere le parole invece delle cose. Ogni tanto lo fa con zelo evangelico, e Wired, in questo, è il suo Giovanni Battista digitale. Ora, per esempio, protesta perché l’Europa osa vietare di chiamare burger ciò che non sanguina.

Apriti cielo:

«Le destre al Parlamento europeo trovano il tempo di votare il divieto di usare burger, salsiccia o bistecca per identificare le alternative vegane. Mentre il mondo cade a pezzi […] In che multiverso vivono questi parlamentari del Partito popolare europeo per ritenere che di questi tempi meritasse uno spazio in agenda il divieto del veggie burger? […] Mentre l’Unione europea scodinzola ubbidiente alla tregua tra Israele e Hamas orchestrata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump; mentre sciami di droni senza nome e cognome gettano in una isteria collettiva le cancellerie dei 27; mentre il gap tecnologico con Cina e Stati Uniti si allarga, ci si chiede da dove provenga la necessità di elevare l’ennesimo divieto».

L’Europa, la carne e il multiverso di Wired

Noi non sappiamo se a Wired si sono ripresi dopo che lo scorso 8 ottobre all’Europarlamento è passato, con 355 voti a favore, un emendamento promosso dalla relatrice popolare Céline Imart alla più ampia riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori nella filiera. Per Strasburgo termini come «bistecche, scaloppine, salsicce, burger, hamburger, albumi e tuorli d’uovo» dovrebbero essere «riservati esclusivamente ai prodotti contenenti carne». E per “carne” vanno intese esclusivamente le «parti commestibili di animali».

L’editoriale chiama in causa l’asteroide, i dinosauri, Draghi, la crisi delle grandi imprese, i tagli di 71 mila posti di lavoro, le guerre, l’euforia di Donald Trump, Xi Jinping, Vladimir Putin che vedono l’Europa scornarsi per il veggie burger. Manca solo il refrain anni Novanta della nonna “Mangia che ci sono i bambini africani che non hanno cibo” e poi uno si domanda se non abbiano davvero smarrito il senso del ridicolo insieme a quello della giustizia sociale.

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Mettono al bando “cieco” e “obeso” e ora vogliono il “burger di soia”

Perché il problema non è il divieto – estemporaneo quanto si vuole – ma il riflesso pavloviano di chi lo denuncia: l’idea che l’identità progressista si difenda a colpi di lessico. Da decenni la sinistra vive in un dizionario illustrato: non è più la parte che cambia la realtà, ma quella che la corregge in nota a piè di pagina. Wired, che dovrebbe raccontare il futuro, si riduce così a fare il correttore di bozze della modernità.

Ma non è ironico che la stessa tribù che ha reso impossibile dire “cieco” o “obeso” senza rischio di damnatio ora scopra improvvisamente che le battaglie lessicali possono essere derubricate a vicende secondarie? Che dopo aver moltiplicato i generi grammaticali, i pronomi neutri e i sinonimi sensibili, in nome del politicamente o follemente corretto, decida il povero burger si porti su tutto e non sia una specie da proteggere?

“Chiamare le cose con il loro nome”

È l’eterno infantilismo del progressismo urbano: scambia ogni disputa nominale per una rivoluzione. Si indigna come se il destino dell’umanità passasse dalla sopravvivenza semantica della salsiccia di tofu. Nel frattempo, la destra, che ha capito tutto, sta zitta, accende la griglia, e sorride.

Perché, finché ci saranno compagni pronti a indignarsi per il divieto di chiamare burger la purea di ceci, la destra vincerà senza muovere un dito. Le basterà aspettare che la sinistra consumi la propria energia morale in una guerra di etichette: il femminile professionale, i pronomi neutri, le denominazioni alimentari, il calendario delle ricorrenze linguistiche.

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Il campo di battaglia è a sinistra sempre stato la parola – quella di una neolingua libera, fluida, non colonizzata. Finché la parola non è arrivata a ritorcersi contro chi la brandiva: perché una lingua che chiama tutto in mille modi diversi smette di “chiamare le cose con il loro nome” («Un hamburger è un hamburger: dobbiamo chiamare le cose con il loro nome» è il mantra di Céline Imart ma pure di Tempi che ci ha costruito la sua festa di Caorle), e comincia solo a rassicurare chi la parla. È il paternalismo più perfetto.

Rinunciare alla sostanza: grigliatevelo voi il seitan

Così il burger vegetale diventa il simbolo ideale non certo di una destra senza il senso delle priorità ma di una sinistra vegetariana non nel senso etico, ma metafisico: rinuncia alla carne, cioè alla sostanza. Resta solo la forma, il nome, la crociata fonetica e quando questa è controproducente il paternalismo: voi qui a fare la guerra delle parole mentre nel mondo si muore. E se la destra chiederà ironicamente di non chiamare “vino” quello senz’alcol, o “formaggio” quello d’avena, Wired sarà pronto a scrivere un altro editoriale.

Intanto noi, con perfida gratitudine, possiamo giubilare per la fine della salsiccia di tofu. Non per crudeltà verso i vegetali, ma per pietà verso il linguaggio. E per rispedire al mittente l’invito alla grigliata di seitan.

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