Sgarbi: «Bossi come Craxi, Maroni come Martelli. E ci sarà un colpo di scena»

Intervista al critico d’arte Vittorio Sgarbi sul presente e il futuro della Lega Nord: «A uscirne con le ossa rotte forse sarà proprio quel Maroni che ora sembra avere il futuro tra le mani. Chissà che Rosi Mauro, proprio perché a Bossi è stata fedele, non finisca per essere il leader. L’unico che non rivedremo più? Il Trota».

Non sembra arrestarsi la tempesta che infuria sulla Lega Nord: anche questa mattina il presidente del Senato, Renato Schifani, ha presieduto una seduta a Palazzo Madama al posto della vicepresidente vicaria, Rosi Mauro, già leader del Sinpa, il sindacato padano. Ieri Schifani ha comunicato ai capigruppo la decisione di sostituirsi alla senatrice travolta dalle polemiche in seguito alle indagini sull’utilizzo dei fondi del Carroccio, finché la stessa Mauro non deciderà se accogliere o meno le richieste di dimissioni che giungono dal suo partito. Nel pomeriggio è previsto il consiglio federale della Lega Nord, con all’ordine del giorno l’espulsione dell’ex tesoriere, Francesco Belsito. Ed è molto probabile che si affianchi la richiesta anche nei confronti della segretaria del Sinpa. Nel frattempo, Roberto Maroni insiste nell’invocare un colpo di scopa: «Solo noi siamo in grado di fare pulizia, e se la facciamo bene arriverà il consenso» ha detto l’ex ministro dell’Interno. «Negli altri partiti nessuno si è dimesso. Da noi ha fatto un passo indietro Bossi e si è dimesso suo figlio Renzo da consigliere regionale. Il problema è il comportamento non leghista di alcuni». Secondo Vittorio Sgarbi, in quel “non leghista” sta tutta la contraddizione di un partito che nel 1993 sventolava un cappio a Montecitorio: «In questo momento Bossi ha preso il posto di Craxi – dichiara a tempi.it – È una sorta di nemesi storica, il rovesciamento della parabola del partito socialista».

E a Roberto Maroni, che è andato in procura a Milano per incontrare i pm che indagano sui fondi della Lega, che ruolo spetta? «Quello di Claudio Martelli, senza dubbio. Il delfino del Psi che finse di sganciarsi dal capo indiscusso. Che si finge tanto devoto che a nessuno passa lontanamente per la testa di dover diffidare di lui». Addirittura? «Cosa accadde quando il Parlamento votò l’arresto di Alfonso Papa (deputato del Pdl, ndr) per un capo d’imputazione che la Cassazione dichiarò destituito di fondamento? Papa l’ha fatto andare in galera Maroni. E poi quando era ministro dell’Interno godeva, come è ovvio e giusto, di tutta una serie di privilegi. Che oggi arrivi a fare il moralizzatore, è un tantino surreale».

Proprio per questo il gioco della doppia morale non può reggere ancora per molto: il ricambio sarà solo apparente, utile solo a offrire ai militanti l’immagine di un partito ripulito, che riparte da zero. La doppia anima del partito, invece, resterà: e finirà per causare un’implosione. Da una parte «la Lega di apparato, legalitaria, forcaiola, con l’europarlamentare Matteo Salvini, che dopo le dimissioni di Bossi junior, ha dichiarato: “La giustizia della Lega è più cattiva e spietata di quella ordinaria, per noi i tre gradi di giudizio non esistono”. Dall’altra i fedelissimi alla linea, complottisti, adirati per lo schiaffo al lider maximo».

Previsioni? «Credo che ci sarà un colpo di scena. Si tratta di un elettorato intellettualmente modesto, per cui la lealtà a Umberto Bossi è un valore assoluto. A uscirne con le ossa rotte forse sarà proprio quel Maroni che ora sembra avere il futuro tra le mani. Chissà che Rosi Mauro, proprio perché a Bossi è stata fedele, non finisca per essere il leader. Hanno sbagliato ad accanirsi su di lei. Magari non nell’immediato, ma la sua resistenza pagherà. Ricordiamoci che Ciriaco De Mita, il vecchio leone della Prima repubblica, cassiere della Dc, fu tra i primi a finire nell’inchiesta Mani Pulite. E mi sembra che sia sopravvissuto a Tangentopoli, anche con un discreto successo. Tutto si spegnerà piuttosto velocemente».

Riuscirà la Lega a sopravvivere, spoglia del mito di Umberto Bossi? «Mi sembra che la responsabilità di Bossi sia marginale. Penalmente, si tratta di una vicenda irrilevante. Oltretutto quello di scandalizzarsi, ciclicamente, per i finanziamenti ai partiti è un vizietto tutto italiano. Quando ci fu l’attentato a Togliatti, gli comprarono un auto blindata. A spese del partito. Chi le paga le automobili di Bersani o di Casini? E le sedi dei partiti? E quelle dei sindacati, come la Cgil?». Nessun errore, quindi da parte di Bossi? «Sicuramente ha sbagliato a candidare suo figlio Renzo. Che è l’unico di tutta questa vicenda che non rivedremo, certamente, sulla scena politica».
@SirianniChiara