Sei referendum per una giustizia più giusta. Alfonso Papa: «Restituiamo la sovranità al popolo»

La politica traccheggia, ma la nostra (mala)giustizia ha bisogno di riforme: responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere, abuso della custodia cautelare e abolizione dell’ergastolo.

«Ricorrere al referendum come strumento di democrazia diretta vuole essere la risposta radicale, non violenta e riformatrice ai troppi che sfruttano la tragedia della malagiustizia italiana a fini politici e salottieri, senza, però, fare nulla per promuovere una vera riforma del sistema». Così Alfonso Papa, magistrato e già deputato Pdl che ha scontato sulla propria pelle l’ingiustizia della carcerazione preventiva, spiega a tempi.it i sei quesiti sulla “Giustizia giusta” appena depositati in Cassazione dal comitato promotore presieduto da Marco Pannella. Un’operazione che Papa auspica possa servire a «stimolare le forze sane presenti all’interno del Parlamento a ideare proposte» di riforma della giustizia.

Papa, partiamo dai sei quesiti: di cosa si occupano?
Riguardano temi focali per una riforma della giustizia in Italia e in particolare situazioni dove più urgente è la necessità di intervenire, come la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle loro carriere, i magistrati fuori ruolo, l’abuso della custodia cautelare e l’abolizione dell’ergastolo.

Perché ricorrere allo strumento referendario?
Perché si tratta di temi che sono oggi di grande attualità e nei confronti dei quali la classe politica si è dimostrata più volte sorda, indifferente, oppure, che è peggio, qualunquista. Il comitato referendario vuole restituire la sovranità al popolo.

Cosa può dirci dell’emergenza sovraffollamento nelle carceri italiane?
Che è una vergogna, come, per altro, conferma anche il fatto che la Corte di Strasburgo abbia rigettato il ricorso contro la sentenza che concede all’Italia un anno di tempo per eliminare le cause strutturali del problema. Un ricorso che il governo aveva presentato solo per guadagnare tempo. Tutto questo mentre il 40 per cento delle persone che si trovano nelle carceri italiane sono presunti non colpevoli, rinchiusi in carcerazione preventiva. Queste sono le condizioni assurde nelle quali ci troviamo a operare e dibattere.

Lei perché si è impegnato sul tema della carcerazione preventiva?
Personalmente, oltre che per ragioni di vita, lo faccio per una battaglia di scopo che va al di là dei colori politici. Già avevo presentato un disegno di legge sulla carcerazione preventiva e quel disegno di legge è stato il più firmato (circa trecento firme in calce) della passata legislatura, raccogliendo un consenso trasversale tra i parlamentari. Ma ora che Pd e Pdl hanno dimostrato il loro sostanziale disinteresse sul tema, ho voluto comunque portare avanti questa battaglia con il comitato promotore e le associazioni che già operano nel settore delle carceri.

Cosa pensa dell’abuso del ricorso alla carcerazione preventiva?
Che è la negazione della finalità della pena e quindi della ragione stessa per cui esistono le carceri. Lo ripeto: che il 40 per cento della popolazione carceraria sia composta da presunti innocenti non ancora sottoposti a processo o a sentenza è una forma di tortura a cui dobbiamo porre argine. A maggior ragione perché la carcerazione preventiva è uno strumento particolarmente odioso che priva non soltanto della libertà, ma anche della dignità personale, e spesso viene utilizzata semplicemente per finalità diverse da quelle per cui esiste, come la formazione delle prove o l’acquisizione di una confessione.

Cosa si aspetta dalla classe politica?
Che prenda una posizione e la smetta di affidarsi a comizi e proclami per lanciare messaggi che in realtà celano la volontà di non fare nulla. È per questo che pensiamo sia necessario fare una battaglia referendaria: affinché il popolo italiano possa esprimere la sua volontà e costringere così la classe politica a fare quelle riforme che annuncia da tempo ma di cui il Paese ha ancora bisogno. Da vent’anni, ormai.