Se i donatori di sperma sono solo nove, no problem. Promuoviamo l’invasione dei vichinghi

Tolto l’anonimato, nessuno vuole più donare. Così si svela l’ipocrisia di chi vuole farci credere che alla base del mercato della fecondazione extracorporea vi siano degli angelici intenti filantropici

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Un’agenzia Ansa di due giorni fa ci informa che «la banca britannica dello sperma è a secco». Sia la Bbc che il Guardian hanno reso noto il tremendo flop dell’istituzione creata solo un anno fa. Finora è stato raccolto il seme di nove donatori. Nove.
Come si spiega tutto ciò? Semplice, dice la Bbc: «A scoraggiare i potenziali volontari sarebbe in particolare la legge che dal 2005 vieta a chi si propone per questo tipo di donazioni di nascondersi dietro l’anonimato».

BIRRA, LEGO E SPERMA. Bene. La responsabile della struttura, anziché prendere atto della realtà, cosa pensa di fare? Scrive l’Ansa: «Laura Witjens intende far ricorso a una campagna pubblicitaria improntata a slogan “machisti”. L’obiettivo è solleticare gli istinti di quello che viene presentato come una forma di orgoglio mascolino. Witjens si propone di usare come testimonial la figura di un immaginario supereroe della fertilità, secondo l’esempio – forse discutibile, ma a quanto pare efficace – di un’analoga propaganda concepita in Danimarca. “Se ha funzionato con i danesi, può funzionare anche da noi”, ha auspicato la specialista britannica, sostenendo come nel Paese scandinavo sia diventato “fonte di orgoglio” un messaggio che recita più o meno così: “Questa è l’invasione dei vichinghi, la Danimarca esporta birra, Lego e sperma”».

CHI È MIO PADRE? Il caso è, di per sé, esemplare di come l’ideologia (improntata al business) offuschi la capacità umana di rendersi conto della situazione. I donatori di sperma non sono dei generosi filantropi preoccupati delle sorti della nostra specie. Il loro “dono” ha, per lo più, motivazioni molto venali. Non sono mossi dall’intento di rendere felici le coppie sterili, ma solo dai quattro spiccioli che ricaveranno dal loro atto. Ad un patto però: non doversi farsi carico delle “conseguenze” (cioè i figli che, eventualmente, nasceranno).
E qui nascono i problemi perché, come vi abbiamo raccontato migliaia di volte (leggete, se non l’avete mai fatto, la storia di Stephanie Raeymaekers), i “figli della provetta” vogliono tutti prima o poi conoscere il volto dei loro genitori, fosse anche quello di un donatore di sperma o quello di una madre surrogata. È un bisogno ancestrale, è un dato iscritto nella natura umana: io sono la mia origine. La domanda principe dell’esistenza (chi sono io?) non può essere scissa dalla domanda sul proprio inizio (chi mi ha dato la vita?). È l’interrogativo supremo di ogni ricerca umana, religiosa o meno.

SONO SOLO AFFARI. Sono questioni che i fautori della fecondazione extracorporea non vogliono porsi. Ma alla fin fine, dopo qualche zig zag, la cruda realtà torna sempre a fare capolino. Così, preso atto che esiste un diritto dei figli della provetta a conoscere i propri genitori biologici, si finisce col mandare a carte e quarantotto tutto il sistema. Solo nove donatori, appunto.
Un imbroglio simile lo vediamo in atto oggi in Italia anche per le cosiddette “donatrici di ovuli” che certa interessata propaganda vorrebbe farci credere spinte a “donare” in nome di altisonanti sentimenti umanitari. Ma quando mai. E, infatti, adesso che hanno sdoganato l’eterologa, si sono accorti che di queste donne ansiose di collaborare gratuitamente alla maternità altrui non è che poi ce ne siano in giro così tante.
Come andrà a finire dunque? Al di là della grottesca idea del machismo vichingo, finirà che si dovrà ricorrere al mercato nero o a quello estero per procurarsi i gameti. Chiamateli affari, insomma. Smettetela almeno con la melensa retorica sull’amore.

Foto da Shutterstock

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