Scuola. «Macché “deportati”, basta retorica. Gli insegnanti devono andare dove ci sono gli studenti»

«Non si può creare lavoro per gli intellettuali disoccupati. Servono numeri chiusi nelle università». Intervista a Giovanni Cominelli

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«Mi pare che in queste ore si faccia della gran demagogia. Gli insegnanti devono andare dove ci sono le scuole e i bambini. Non si può pensare di trasferire le scuole e i bambini dove ci sono gli insegnanti»: Giovanni Cominelli, esperto di politiche educative, commenta così quanto avviene dallo scoccare della mezzanotte tra il 1 e il 2 settembre, l’ora x in cui una parte degli insegnanti precari italiani ha ricevuto una mail – inviata dal cervellone elettronico del ministero che ha incrociato le domande presentate il 14 agosto con le disponibilità nelle scuole di tutt’Italia – con l’assegnazione del tanto agognato posto di ruolo. Una lettera di assunzione a tempo indeterminato. Ma spesso in una scuola lontana da casa: settemila docenti sui 38 mila sin qui assunti dovranno trasferirsi dal Sud verso il Centro-Nord Italia, come ha spiegato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.

A metà agosto sono state presentate 71 mila domande nella “fase B” delle assunzioni previste con la buona scuola. Ieri però solo 9 mila insegnanti hanno ricevuto la mail con la proposta di un contratto. Come mai questa discrepanza?
Le procedure di assunzione andranno avanti quest’anno e l’anno prossimo. Le cifre fornite dalla Buona scuola che parla di 160 mila docenti da inserire stabilmente sono corrette, ma il Miur è costretto a proseguire a scaglioni.

Probabilmente la maggior parte dei 9 mila docenti che hanno appena ricevuto un’offerta di lavoro dovranno spostarsi. Per la maggior parte, ha spiegato Giannini, i siciliani andranno in Lombardia e i campani in Lazio o nelle regioni più a nord. Dei docenti precari selezionati in questa fase B il 50 per cento ha più di quarant’anni, e l’87,5 per cento è donna. Molte di queste persone lamentano di dover abbandonare figli e famiglia per lavorare. Cosa ne pensa?
L’alternativa è trasferire gli insegnanti o spostare gli studenti. I docenti devono andare dove i posti ci sono, per questo trovo demagogico il dibattito che si è fatto in questi giorni sulla “deportazione”. L’assurdo, semmai, è che nel Sud è stato creato negli anni un precariato enorme. Ci sono vari meccanismi che sono entrati in atto per arrivare a questo risultato. Per esempio, se sono una docente, e rimango incinta, prima prendo la maternità, poi un permesso, poi un altro ancora: legalmente ci sono stati meccanismi che hanno permesso il fatto che su una stessa cattedra ci stessero contemporaneamente il titolare più uno o due sostituti. Questo è stato permesso dalla carenza di controlli nella scuola, e dall’alleanza tra i vari docenti per spremere al massimo la scuola statale, spesso anche con la protezione dei sindacati. Un sistema di connivenze che ha provocato un’abbondanza di precariato soprattutto al Sud, dove ci sono meno studenti. Gli insegnanti devono andare dove ci sono i bambini, c’è poco da fare.

In Friuli Venezia Giulia solo 90 docenti hanno fatto domanda per la fase B, sui 300 aventi diritto, per paura di essere trasferiti: un caso che non riguarda certo una regione del Sud. Perché pensa che sia accaduto allora anche al Nord?
Il meccanismo è sempre lo stesso che ho descritto. Non si possono creare posti di lavoro dove non ci sono, solo perché ci sono tantissimi intellettuali disoccupati, altro grande problema che ha creato questi grandi numeri. L’idea di trovare posti di lavoro fittizi è del tutto infondata. C’è bisogno di insegnanti in alcune materie scientifiche e non se ne trovano. Quello è un problema di cui tenere conto.

Sui forum dei docenti, alcuni raccontano le loro esperienze di questi giorni. Tra quelli che hanno ricevuto una proposta di contratto fuori casa c’è anche chi ha già ideato il sistema per aggirare il problema. “Io sono stato il primo a dire che ho le valigie pronte, ma solo per prendere servizio, non certo per trasferirmi fuori. Ho tre bambini piccoli e madre anziana: sono sei mesi di congedo parentale per figlio e due anni di aspettativa per assistere mia mamma grazie alla 104. Penso proprio che la scuola dove sarò assegnato mi vedrà poco”. Potrebbe essere un caso isolato? Quanti docenti pensa che ricorreranno a espedienti del genere?
Purtroppo credo la maggioranza. La legge 104 è una legge che prevede un congedo per assistere una persona malata per circa 3 giorni al mese: se si attacca qualche giorno di malattia, magari si ricava qualche settimana, con la complicità di medici corrotti. Purtroppo, da quel che so, questa è già una prassi reale. Una prassi contro lo Stato e la spesa pubblica. È un fenomeno intollerabile se lo guardiamo dal punto di vista dei ragazzi. Che insegnanti hanno in quei casi? Si troveranno di passaggio uno, due, tre precari ogni anno. È un fenomeno che andrebbe stroncato. Si apre un discorso sull’amministrazione centrale, incapace di programmare domanda e offerta, e di effettuare controlli.

E la riforma della scuola cosa prevede riguardo ai controlli?
Sono previsti, ma di fatto continueranno a non essere fatti. I controlli delle assenze verranno spostati sull’Inps, anziché essere lasciati alla certificazione della malattia da parte del medico curante. Ma in realtà rimarranno fasulli.

Fino alla fase A del piano assunzioni c’è stato il problema che per alcune materie non si è riusciti a trovare insegnanti abilitati. Rimarrà aperto anche dopo la fase B?
Certamente. In Lombardia è stata già denunciata la situazione: qui abbiamo più bisogno di insegnanti di matematica e scienze, ma ne arriveranno moltissimi solo di lettere. Mancheranno anche docenti specializzati nel sostegno ad alunni con handicap. Ogni scuola per l’organico dell’autonomia potrà assumere sì un certo numero di insegnanti come organico, ma non potrà certo convertire le materie di specializzazione. Questo problema delle cattedre scoperte rimanda alla totale disorganizzazione dell’amministrazione centrale e del ministero dell’Istruzione in particolare. Servirebbe pianificare le formazioni di docenti già a partire dalle università dell’area pedagogico-didattica, programmandone l’accesso anche attraverso il numero chiuso. Servirebbe una selezione, in modo da evitare che migliaia di laureati siano abbandonati allo sbaraglio nel mercato del lavoro. In Italia, inoltre, abbiamo un insegnante ogni nove alunni, quando la media Ocse è di uno ogni undici: la domanda di lavoro dei laureati dalle nostre università è di gran lunga superiore alla necessità delle scuole. Benché il premier Matteo Renzi sia molto ottimista, secondo me stiamo generando ulteriore precariato. Ma questo problema non si risolverà mai, senza programmare l’accesso alle università.

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