Scuola. La riforma è burocratico-assistenziale, eppure i sindacati protestano

Già a maggio un editoriale del sociologo Luca Ricolfi aveva colto un aspetto paradossale della “buona scuola”. È andata proprio così

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«Non so se l’avete notato anche voi, ma sulle riforme di Renzi sta succedendo una cosa nuova, e piuttosto interessante: la riconciliazione fra nemici di sempre». Iniziava così un editoriale del sociologo Luca Ricolfi apparso sul Sole 24 ore il 24 maggio 2015. Un commento sulla situazione della riforma della scuola, intitolato “Merito a scuola, se l’inclusione produce esclusione” e a suo modo profetico.

«Quello della scuola è, probabilmente, il terreno su cui la convergenza fra nemici è più netta e visibile – scriveva Ricolfi -. E la ragione è presto detta: le riforme di Renzi, qualche timidissimo passo in senso meritocratico lo fanno, mentre il mondo degli insegnanti vede con ostilità qualsiasi meccanismo di valutazione individuale. Era vero una quindicina di anni fa, quando l’idea del “concorsone” per determinare gli aumenti di merito agli insegnanti costò il posto a Luigi Berlinguer, ministro dell’istruzione dell’epoca. Ed è vero oggi, nonostante i meccanismi meritocratici di cui si parla siano meno incisivi di quelli di allora, e il ministro dell’istruzione in carica possa dormire fra due guanciali».

Ricolfi, in particolare, notava la curiosa posizione delle sigle sindacali che, «accecate dagli slogan renziani», non si accorgevano (o non volevano accorgersi?) che «la sostanza della riforma, quella che determinerà i cambiamenti più tangibili, è di tipo burocratico-assistenziale».
Burocratico perché «la scuola si prepara a mettere in piedi un elefantiaco apparato di “autovalutazione” (analogo a quello che sta soffocando l’università), che assorbirà una quota sempre maggiore delle energie degli insegnanti, a tutto danno della loro funzione primaria, che è di trasmettere conoscenze, non certo di fare riunioni e compilare “griglie” (che parola orribile!)».
Assistenziale perché «il cuore della riforma è l’assunzione dei precari, ovvero “un problema del mercato del lavoro intellettuale”, non certo l’innalzamento della qualità dell’istruzione. E questo in una situazione in cui l’Europa da anni ci segnala che abbiamo troppi insegnanti e risultati non commisurati alle risorse impiegate, specie in alcune regioni meridionali».

Il risultato, notava il sociologo, è un paradosso: «Chi ha una visione liberale dell’istruzione è scontento della riforma di Renzi perché di meritocratico vi trova ben poco (dov’è finita l’abolizione del valore legale del titolo di studio?), eppure questo pochissimo è sufficiente a incendiare gli animi di insegnanti, studenti e sindacati».

Foto Ansa

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