Il mio primo giorno da prof con una pakistana velata come Lucia nei Promessi sposi

Io, in cattedra per la prima volta, e lei pakistana da poco in Italia. Era come Lucia, impaurita nel castello dell’Innominato

La prima volta che sono entrata in classe da insegnante ci sono entrata da supplente. Sono finita in una scuola media di periferia; m’immaginavo una lezione introduttiva su Dante, ho scoperto che non avevo neanche una vera e propria cattedra, solo ore sparse. Di mattina stavo con gli alunni che non facevano religione, di pomeriggio assistevo nei compiti i ragazzi che facevano il tempo prolungato.

C’era un’ora in cui avevo una sola alunna: una pakistana dagli occhi di un verde trasparente di cui non ho mai sentito la voce, vedevo solo gli occhi perché il velo la copriva. Quando, raramente, il velo le cadeva scoprendola fino al mento, lei era sveltissima a risistemarlo, senza farsi mancare un sorriso di scusa, solo accennato e a occhi bassi. Ancora oggi ho in mente lei tutte le volte che uso la parola “timore”.

Non sapeva nulla di italiano perché era nel nostro paese da due settimane. La scuola le aveva fornito uno di quegli abbecedari da prima elementare con lettere e disegni giganti: A come albero, B come bruco, C come casa, ecc. Cosa proporle, senza poter parlare? Sono andata per tentativi. Una mattina l’ho portata nell’aula multimediale e sul web ho cercato le immagini del suo paese d’origine. Di fronte alle foto comparse ho provato a manifestare la mia curiosità e lei ha cominciato a indicare certe immagini.

Ecco che non c’erano più solo i suoi occhi; le mani avevano iniziato un gesto nuovo tra noi. Una volta stampate le foto da lei suggerite lei ritagliava, io incollavo su un foglio. Poi ho cercato se sull’abbecedario c’erano nomi degli oggetti presenti nelle foto. A come albero: c’è! Allora l’ho cerchiato nella foto e ho tracciato una freccia accanto a cui ho scritto “albero”. Lei ha capito e si è messa a farlo; guardava le foto, cercava nel libro, faceva la freccia e ricopiava il nome. Io pronunciavo i nomi a voce alta, lei non li ripeteva ma mi guardava.

Tempo dopo, rileggendo I Promessi sposi per preparare una lezione più “canonica”, è tornato il ricordo di quella ragazzina. Non era, in fondo, del tutto simile a Lucia, zitta e impaurita in un angolo nella stanza del castello dell’Innominato? Fa paura l’innominato, ciò che non ha nome perché ci è ignoto ed estraneo. Il nostro piccolo esercizio fatto insieme non era una soluzione; non abbiamo dato un nome a tutto, ma ho riscoperto con lei da dove si parte per dare un nome a noi e alle cose. Si parte da un riferimento.

Si fa come Lucia, che è tutto fuorché innominata; lei è la voce dell’Addio monti, una pagina di autentica didattica umana. Nell’andarsene verso il buio, della notte e di un futuro incerto, Lucia cerca la compagnia visiva di ogni frammento del suo paese: cime, torrenti, quella casa. Porta con sé la memoria di una relazione vissuta con ciò che a parole sono solo nomi. E quello sguardo è tutto, perché permette di sostituire all’incognita x, che sarebbe solo brutale e paralizzante, una freccia.