Rosetum, o di un popolo corsaro al tempo del dpcm anti-cultura

A Milano c’è un luogo che anche in pandemia “costringe la gente ad amare la vita” facendo arte, musica e letteratura senza intellettualismi salottieri, in piena sicurezza e operosa carità. Da quando amare la vita è un’attività non essenziale?

Nuova ondata, nuova abiura, dopo aver bucato il pallone al calcetto il governo rincara la dose di paternalismo per superare la crisi sanitaria: il popolo è diventato persona fisica a cui è “fortemente raccomandato di non spostarsi”, ingrassato prima a bonus vacanze e ora a foie gras di sensi di colpa: al popolo va spiegato con un decreto cosa è lecito perdere (di più, aver paura di perdere) dalla pandemia e cosa no; il popolo va spaventato con la divisa, quella dell’infermiera di turno in terapia intensiva a memento mori e memento germi: rinunciate all’effimero, salverete vite, ne uscirete migliori. Ma per intenderci su cosa è effimero bisognerebbe intenderci prima su chi è il popolo.

Bisognerebbe dire per esempio che domenica pomeriggio il popolo erano madri, padri e figli al Rosetum la coraggiosa rocca culturale – culturale perché realmente popolare – di Milano. Si erano “spostati” per l’unica ragione che ha ancora a che fare con tutte quelle oggi ammesse dal dpcm, “esigenze lavorative, di studio, motivi di salute, necessità”: amare la vita. Cioè fare cultura, mica salotto. Ma in capo a poche ore un nuovo dpcm avrebbe trattato la cultura alla stregua del salotto, anzi, di una saletta, quella da Bingo e del calcioscommesse, “peggio: nel documento si fa riferimento alla sospensione degli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e spazi all’aperto solo dopo e in coda a quelle delle attività di sale giochi, bingo e casinò. Il teatro viene dopo”. Così domenica padre Marco Finco, battagliero direttore del centro culturale e artistico Rosetum, è andato in scena per fare popolo, fare cultura, un’ultima volta prima di Natale: “Pensare che questo spettacolo, “Dal buio alla luce”, lo avevo appena riscritto proprio per mostrare a grandi e piccini in questi giorni smarriti quale sia lo scopo dell’arte e a cosa serva un artista”. E qual è lo scopo l’arte, chiediamo a padre Marco mentre chiude il teatro, “evidentemente non quello compreso dai dpcm”.

DAL BUIO ALLA LUCE

Mostra un taz&bao, una frase di Lev Tolstoj: “Lo appendiamo in libreria, continueremo a incontrarci lì ogni giorno, proporre un libro al mese. Chiudiamo la sala, il cancello del Rosetum resta aperto perché lo scopo dell’arte “non è quello di risolvere i problemi. Ma di costringere la gente ad amare la vita””. “Dal buio alla luce” racconta sei quadri come finestre sull’anima dell’uomo che li ha dipinti e sulla nostra che li guardiamo, un incontro senza il quale si può vivere, ma senza il quale si vivrebbe meno, si vivrebbe meno vita. Così al Rosetum incontriamo insieme a Munch, Chagall, Van Gogh, Matisse, Monet, Congdon, anche l’opera di un uomo che che riconoscendosi amico e collaboratore dello stesso grande ideale esploso in cuore agli artisti, ha cercato e anche trovato gli strumenti per realizzarlo anche in piena pandemia. Rispettando fino all’ultimo ossessivo codicillo igienico sanitario. Questo è un popolo. Mascherato, distanziato, che sa fare cultura, cioè amare la vita, la propria e quella del prossimo.

LE REGOLE ANTI-COVID E QUELLE DELLA CARITÀ

“Le regole anti covid non le scrivo io. Mi limito a osservare che le abbiamo seguite, che un teatro, come una scuola o una chiesa che rispetta il protocollo è in questo momento uno dei posti più sicuri del paese e che quello che facciamo non è effimero, un “di più” da cui salvaguardare e mettere a dieta le persone. Io le ho viste, dopo la lunga chiusura della prima ondata, precipitarsi qui, partecipare a “Chapeau”: per tre mesi abbiamo fatto il sold out”. A giugno il Rosetum s’inventa un’iniziativa grandiosa, si reinventa casa degli artisti: riapre, mette gratuitamente a disposizione i propri spazi e il proprio staff perché appunto artisti, musicisti e attori possano ricominciare a lavorare, lascia loro tutto il ricavato. Al pubblico chiede solo di tornare a incontrarli, tornare a rendere vivibile la cultura: basta un luogo, un artista, una presenza e così, tra spettacoli per bambini al pomeriggio e alla sera per gli adulti, il teatro, il capannone, il giardino del centro culturale e artistico di Milano torna a popolarsi.

CULTURA, NON INTELLETTUALISMO

“Perché abbiamo lavorato gratis? Perché per ripartire bisogna mettersi davvero insieme, è cultura realizzare la possibilità di una carità vicendevole”. Senza la percezione che tutto muova da un’originaria gratuità non ci sarebbe costruttività, intrapresa, solo un moralistico e vuoto darsi da fare, un’astrazione pericolosa se è vero che oggi gli appelli ad amare il prossimo e proteggerlo si traducono nella speranza che il prossimo ci resti lontano perché non sappiamo quanti germi porterà con lui. Al Rosetum cultura è incontro a 360 gradi, non intellettualismo libresco, si tiene una posizione umana innamorata della realtà, si crede nel contributo di ognuno, ciascuno secondo la propria libertà, è presenza, non teoria sulla vita, umiltà operosa e mai immobile: chiedetelo ai tanti che al Rosetum hanno trovato aiuto dopo aver perso i propri cari o il lavoro e il senso della vita nei tre mesi di alienazione e panico tra quattro mura.

LA DOMANDA CENSURATA

“Parliamoci chiaro, il dpcm non spegne la cultura, perché per spegnerla dovrebbe levarci da casa tv, internet e le librerie. Ma quel brano, quello spettacolo, quel libro è frutto del lavoro, del sudore di qualcuno che ha scritto, dipinto, suonato per qualcun altro. Lo spettacolo “Dal buio alla luce” è nato un sacco di anni fa, quando insegnavo in una scuola elementare, per spiegare ai bambini a cosa serve l’arte, la storia di qualcuno che ha dato forma e colore a qualcosa che interroga la nostra vita: a te, bambino, cosa dice alla tua vita quell’opera? L’ho riscritto nei mesi in cui questa domanda è diventata accessoria, tutto ciò che sfonda il tetto di casa e del supermercato era diventato non essenziale e dunque censurabile. A cosa serva un panettiere e come si fa il pane lo sanno anche i bambini, quello che non ci diciamo più è che se un cuore non si innamora della vita, il cuore non vive, tutto perde di gusto, colore, poesia. Ma per innamorarti della vita devi viverla e incontrare qualcuno con un cuore così”.

IL DPCM E IL TAZ&BAO DI TOLSTOJ

Il centro culturale oggi se ne frega dei dpcm nel senso che li segue alla lettera, rispetta, chiude, ma non desiste dal continuare ad essere una proposta culturale, “la libreria resta aperta nel rispetto delle norme anti-covid, ci saranno taz&bao, libri del mese, letture, brani musicali, opere, ma soprattutto il tentativo di ridare significato a quei brani, quelle opere, quelle parole, cioè di ridare il pane al popolo in un momento come questo: è questa la cultura, viverla insieme, perché cultura non è una posa intellettualistica, la cultura è fatta ed è del popolo. Una madre fa cultura, anche voi che scrivete su un giornale fate cultura. E il nostro scopo, non è risolvere i problemi, ma costringere la gente ad amare la vita, educare e accompagnarci nell’amare la vita e il prossimo come Cristo comanda. E per amare il prossimo non basta mettere su una mascherina o cospargerci le mani di gel idroalcolico, dobbiamo amare la verità di noi stessi. A cosa serve l’arte, la musica, la letteratura se non a questo?”.

MESSE E TEATRI IN MASCHERA

Walter Veltroni per esempio non capisce proprio perché le messe siano consentite e gli spettacoli no, “ha ragione, in positivo. Io dico messa, la domenica nella nostra chiesa ci sono otto funzioni, e ad ogni eucarestia segue l’igienizzazione di ogni singola panca, oggetto. È una sanificazione continua e quotidiana, un protocollo scrupolosissimo, lo rispettiamo. Ed è giusto che chi lo rispetta resti aperto. Chiese, teatri, scuole. Il governo vuole impedire occasioni di aggregazione. Ma abbiamo letto che su una media di 130 spettatori ad evento dal 15 giugno a inizio ottobre si è registrato un solo caso di contagio da Covid. È lecito chiedersi di cosa stiamo parlando”. Padre Marco dal canto suo parla della gente che fino a domenica ha vissuto il Rosetum, affacciata ai balconi laddove non fosse riuscita a prenotare il suo posto ben distanziato nel cortile, gente che aveva bisogno di vedersi e vedere qualcosa di bello dopo essersi ammalata, qualcuno di Covid, moltissimi di solitudine infinita.

LA BRECCIA CULTURALE

Ed ecco cosa è il popolo, pensava padre Marco allora, questo che è tornato a vivere la sua storia eccezionale e imprevedibile nella storia degli uomini e delle cose. Lo pensa anche adesso mentre finisce di parlare della memoria del popolo dipanata dalle note del violinista di Chagall. Che legge Berlicche e sa che la paura è lo strumento più suonato dal diavolo per dividere e disgregare il popolo. Il cancello del Rosetum è aperto, il giardino a disposizione dei bambini, la libreria la breccia per continuare a vivere la rocca culturale, il cuore, come piace chiamarlo appunto a questo popolo, che “combatte dentro Milano”. Non è apologia del rischio invitare gli amici negli spostamenti consentiti a fare un salto, sostenere il centro, fare il pieno di regali di Natale e di una realtà viva, in movimento, scollata dai dpcm, i suoi bonus, e dalle sue paternalistiche élite.