Riforma della giustizia, le toghe si lamentano: «Abbiamo il dovere di andare in ferie»

L’Anm: «È una vergogna». I magistrati nelle mailing list: “Abbiamo 51 giorni di ferie solo teoriche”. “Dobbiamo riossigenarci dalla tossicità della nostra professione”

C’è un tema che ultimamente turba molto le toghe italiane, arrivando a lacerare i giudici dai pubblici ministeri. Ed è avvertito in modo talmente forte che da giorni, e in particolare oggi, i giudici di tutt’Italia si confrontano, nei corridoi dei tribunali ma anche via mail. Accade per esempio sulla mailing list di Area, la corrente di sinistra delle toghe.

L’ANM: «RIDURRE LE FERIE È UN INSULTO». Qual è la discussione che sta tanto a cuore ai magistrati italiani? La situazione delle carceri? i tempi biblici dei processi? la carcerazione preventiva? No, le ferie. Che dovrebbero passare da 40 a 28 giorni. Per avere un’idea di cosa ha suscitato questa scelta nell’animo dei magistrati basta leggere quello che l’Anm, il sindacato delle toghe, ha scritto oggi: il taglio delle vacanze sarebbe per i «un grave insulto, non per l’intervento in sé stesso ma per il metodo usato e per il significato che esso esprime».

«INGIUSTI 51 GIORNI DI VACANZA “TEORICA”». Un insulto. Scrive un giudice di Campobasso via mail: «È ingiusto che durante le ferie noi dobbiamo lavorare per evitare o ridurre i ritardi, causati molto spesso dal troppo carico e dal troppo lavoro». Dunque, prosegue il giudice, «la riduzione delle nostre ferie potrebbe essere accettata a patto che a) il sabato sia considerato un giorno festivo. b) durante le ferie, i termini per il deposito dei provvedimenti non corrano più». Certo, non è che uno può vedersi rovinate le vacanze, solo perché l’Italia ha già riportato varie condanne dall’Europa per la sua giustizia lumaca: «In questo modo, nei 32 giorni di ferie effettive non lavoreremmo più, come invece molti di noi fanno in ferie. Sicché 44 giorni di ferie attuali (anzi, scusate 45+6 giorni di ferie attuali) sono in realtà teorici».

«LE FERIE SONO UN DOVERE». Cinquantuno giorni di vacanza teorica, in realtà, sono stressanti. Lo racconta un giudice della Corte di Cassazione: «Gran parte delle mie “ferie” sono state vissute vicino al p.c. Per scrivere le motivazioni delle decisioni incamerate negli ultimi tre mesi. Aggiungo che se questo accade è anche colpa nostra, che dovremmo rifiutarci di sacrificare i nostri affetti e il nostro diritto al riposo per stare in equilibrio con i paradossali carichi di lavoro. Il paradosso è che il tempo impiegato, in ferie, per scrivere non è recuperabile nel periodo successivo». Appare molto stressata anche una Gip di Padova: «Qui siamo in parecchi a lavorare durante il formale congedo estivo e dobbiamo pure sopportare la malriposta invidia di chi ci crede dei privilegiati». E che diamine: “Anche in questo contesto dev’essere ribadito e chiarito (anzitutto a noi stessi) che il peso della disorganizzazione, della carenza di risorse, dell’irrazionalità normativa non può ricadere tutto e sempre su di noi: a volte mi pare che noi magistrati scontiamo una sorta di senso di colpa originale, di vergogna per il nostro status. Riflettiamo, invece, sulla ‘tossicità’ del nostro lavoro, continuamente a contatto con i più dolorosi conflitti e le ferite più purulente della società, con la fatica improba del giudicare, con la frustrazione del non aver potuto dare effettiva giustizia. Abbiamo il diritto, ma anche – umilmente – il dovere, di riposare, ricrearci, riossigenarci».