«Renzi può vincere le elezioni politiche, ma rischia di perdere le primarie»

«Ha in mente il Pd, i suoi messaggi al Pdl sono stati enfatizzati». Intervista a David Allegranti, giornalista fiorentino e autore di una biografia sul sindaco di Firenze: «Ma in città crescono i malumori verso di lui»

Matteo Renzi ha lanciato la sua sfida: vuole rinnovare il Pd, cambiarlo, staccarlo dalla lugubre tradizione social-democratica che finora l’ha mosso. Ieri ha scelto Verona per promuovere la sua candidatura alle primarie del Partito democratico in vista delle prossime elezioni politiche, non disdegnando però di strizzare l’occhio ai delusi del centrodestra. «Ma forse quelle parole sono state fin troppo enfatizzate dai giornali. Alla fine, era abbastanza contrariato nel vedere come la stampa continuasse a soffermarsi solo su quelle». A parlare è David Allegranti, giornalista del Corriere Fiorentino e autore di una biografia sul sindaco di Firenze, uscita nel 2011 (Matteo Renzi, il rottamatore del Pd). Ieri era a Verona a seguire la convention del candidato del Pd e a tempi.it offre le sue impressioni su quanto successo.

Ieri Renzi ha lanciato la sua candidatura da Verona: crede che le sue parole siano state più un segnale al centrosinistra o agli sfiduciati centrodestra?
Renzi ha in mente un centrosinistra diverso da quello che c’è ora a guida social-democratica. Il primo cittadino di Firenze vuole un Pd alla Blair o alla Clinton. Naturalmente ha bisogno dei voti di sinistra, perché le primarie si giocano in quel terreno e, se leggiamo i sondaggi di questi giorni, ci accorgiamo che non ha percentuali altissime. Al tempo stesso, lancia anche un messaggio al centrodestra ma che va letto nell’orizzonte delle elezioni politiche, alle quali si è candidato ieri col suo discorso. Renzi vive un paradosso: potrebbe vincere le elezioni politiche, ma rischia di perdere le primarie. Vuole apparire come candidato border line e trasversale, un po’ come fece quando si candidò nel 2009 alle elezioni comunali di Firenze. Con una differenza, però: se allora era effettivamente così, e raccolse voti di varia provenienza, ora ha un profilo ben definito. Gli attacchi ai sindacati, la battaglia sul primo maggio…

Ma, in questo modo, non rischia di correre alle primarie per arrivare secondo? O forse ha già in mente un piano B?
È un personaggio imprevedibile. A Firenze se perdeva le primarie aveva la possibilità di fare una lista civica, e avrebbe vinto comunque. Stavolta è diverso, ci sono avversari e sfide differenti, e anche per lui sarebbe difficile giustificare scelte in questa direzione: vorrebbe dire uscire dal partito, e magari dar vita ad una realtà nuova. Rischia però di rimanere imprigionato nel paradosso che dicevo prima. Se anche dovesse perdere, ma con una percentuale alta (30-35%), allora il Pd sarebbe comunque destinato a cambiare, perché lui diventerebbe il nuovo capo dell’opposizione interna. È per questo che Rosy Bindi, Fioroni e gli altri continuano ad agitarsi. Sanno che rischiano di perdere il loro ruolo.

«Renzi dice cose talmente simili alle nostre che se perde le primarie vota per noi», sono state le parole di Alfano, ironiche ma anche un po’ veritiere. Le strizzate d’occhio verso destra di ieri erano solo verso gli elettori o anche in cerca di possibili intese?
No, non è praticabile alcun avvicinamento. Anche per cultura politica. Il Pdl di Alfano e Berlusconi non è quello di Renzi. Ma non si può pensare una sua alleanza col centrodestra: Renzi vuole fare solo un suo Pd.

Il discorso di ieri ha avuto anche un grande impatto comunicativo, con tanti riferimenti all’importanza di non rimanere a guardare l’evolversi della politica futura da spettatori, ma diventarne artefici e protagonisti. Parole fumose?
Dal punto di vista comunicativo ha voluto mandare un messaggio chiaro: c’è una nuova generazione che si appresta a governare, gente tradita e dimenticata dalla politica, e lui vuole farsi interprete di queste voci. L’idea di portare avanti questa nuova generazione senza aspettare scaldando la sedia è un obbiettivo enorme, rivoluzionario se ci riuscisse. Lo scopo è interessante, seppur restino alcune cose da chiarire. Cioè sulla carta è una bomba, ma bisogna capire come si potrebbe declinare poi nel concreto…

Infatti, qualcuno recrimina che sotto la grande scena ci siano poche idee concrete.
È vero, il discorso di ieri non basta a dargli le chiavi di un Paese. Ieri Renzi aveva uno scopo mediatico: lanciare la candidatura, mandare messaggi su diversi temi, come la questione degli elettori del Pdl, il fatto che lui è cattolico, la sua idea di Europa, le tasse… Però ci sono ancora diverse cose da chiarire. In primis, la questione delle facce nuove: anche quando si candidò a Firenze portò avanti la campagna incentrandola sullo slogan “Facce nuove a Palazzo Vecchio”, e in questi anni ha insediato tanti suoi uomini di fiducia in posti chiave della città. La perplessità è, per tanti, che sotto a questo slogan ci sia semplicemente il sostituire la vecchia classe dirigente con i suoi compagni di viaggio.

Le immagini di ieri da Verona ricordano molto quelle delle convention statunitensi. Giusto che la politica italiana guardi a quei modelli?
Io amo molto la politica americana, e trovo interessante che l’Italia si avvicini a quegli esempi. Anche perché lì ci sono garanzie di sostegno più ampie: una delle grandi domande che sono sempre state poste a Renzi è stata riguardo ai soldi: «Dove trova il sostegno per le sue attività?». Lui ha cercato di dare risposte, a mio parere non convincenti. Da questo punto di vista il sistema americano è più trasparente: le lobby sono registrate, i soldi che arrivano con donazioni sono pubblici, poi c’è il sistema dei super Pac, per raccogliere grandi quantità di denaro senza coordinarle con le attività del candidato. A me questo modo piace. Però Renzi che richiama sempre alla trasparenza, su certe cose non lo è stato, come sul caso Lusi.

Come sta guardando la città di Firenze l’avventura del suo sindaco?
La città è contenta che il suo sindaco giochi un ruolo così prestigioso. Ma il giudizio su Renzi sindaco è cambiato molto in questi anni, cosa confermata anche dai sondaggi: ci sono malumori, sono venuti meno alcuni appoggi, forse le attese di tanti sono state tradite. Inoltre, Firenze è una città che, come tante, ha bisogno di un’attenzione quotidiana, e il fatto che ora Renzi ha lasciato le chiavi della città al vice-sindaco e ai suoi tecnici non piace molto. A mio avviso, più che guardare questi due mesi, bisognerebbe mettere sotto i riflettori i suoi due anni di operato. E colpisce vedere che alle critiche che gli venivano fatte, spesso rispondeva con la tecnica del rilancio, in modo molto berlusconiano. Quando si è candidato, ad esempio, aveva fatto questi 100 punti per Firenze: dopo poco tempo ne aveva fatti altri 100. Ecco, tante volte ci dimentichiamo che di quei 100 ne mancano da fare ancora tanti.